Nel 1911 suo padre emigrò in America

Il ritorno alle origini di Victor Bevine, attore americano con sangue coratino

Attore, sceneggiatore, scrittore di romanzi, doppiatore di audiolibri e perfino presidente della lega mondiale di parkour (la Wpfp): è a Corato per incontrare la sua famiglia d'origine

Spettacolo
Corato mercoledì 11 settembre 2019
di Francesco De Marinis
Victor Bevine
Victor Bevine © n.c.

Tra le tante storie di emigrati ce n'è qualcuna ben nascosta che emerge quasi per caso. Quella di Victor Bevine è una di queste. Il suo nome ai più non dice granché ma il suo volto è apparso in decine di serie tv come C.S.I., il tenente Colombo, Oz, Law and Order, La signora in giallo, un paio di spin off di Star Trek e Quando si ama dove rimpiazzò, nel ruolo di Doug, un giovane Bryan Cranston. Victor Bevine, però, è tanto altro. Sceneggiatore, scrittore di romanzi, doppiatore di audiolibri e perfino presidente della lega mondiale di parkour (la Wpfp).

Ad un certo punto della sua vita ha sentito l'esigenza di riscoprire le sue origini, complice una zia che ne aveva tracciato l'albero genealogico, tanto da venire in Italia per conoscere la sua famiglia: i Bovino che per diversi giorni lo hanno ospitato e gli hanno mostrato le bellezze della nostra terra. Le lancette scorrono all'indietro fino al 1911, anno in cui suo padre, Michele Bovino, arrivò ad Ellis Island in una di quelle navi cariche di italiani che si facevano guidare dalla speranza di una vita migliore. Aveva appena sei mesi ed era accompagnato da mamma Maria e papà Vito, imprenditore coratino di frutta.

Nel 1928 i Bovino si separano. Nonna Maria va a Brooklyn con il piccolo Michele e gli altri suoi cinque figli. Nonno Vito si trasferisce a Camden, appena fuori Filadelfia, oggi tristemente nota per essere una delle città più povere e pericolose degli Stati Uniti. «Anche i miei genitori hanno divorziato - racconta Victor - e mia madre ha voluto cambiare il mio cognome. Ne ha scelto uno che richiamasse il francese perché all'epoca la cultura francese era molto chic, a differenza di quella italiana che ha avuto maggiore notorietà con l'uscita nelle sale de Il Padrino».

L'America dei Bovino non era quella che conosciamo oggi. La segregazione razziale era ancora in vigore e gli stranieri erano mal visti dagli americani. «Quest'anno ho registrato un audiobook di cinquemila pagine sulla storia di New York. Gli italiani in quegli anni non erano neanche considerati bianchi ed erano trattati come oggi vengono trattati i messicani o i salvadoregni. L'America è un paese interessante. Un giorno è razzista l'indomani può cambiare mentalità in un lampo. Ad esempio, quando ero bambino andavo giù in Florida attraversando gli stati del sud e c'erano, nei negozi o nei ristoranti, zone dedicate ai bianchi e zone dedicate ai neri. Da tempo tutto questo non esiste più»,

La storia va avanti, Victor continua a raccontarla nel suo buono italiano imparato grazie alle musicassette della mamma e ad un corso di italiano che, in tre mesi, ha fatto riaffiorare le nozioni acquisite in tenera età ascoltando nonna Maria. «Mi sono reso conto di voler fare l'attore a cinque anni. Il mio primo ruolo l'ho avuto a 16 anni in "A separate place". Trasferitomi a New York ho fatto tanto teatro, soprattutto Shakespeare e un sacco di televisione. A 35 anni mi sentivo annoiato, non mi andava più a genio il mondo del cinema. Volevo raccontare le mie storie, non solo interpretarle ed allora ho cominciato a scrivere. Ho scritto qualche copione per il cinema e ho realizzato un corto (Desert Cross ndr) di trenta minuti».

Nel 2007 comincia a scrivere il suo romanzo, "Certainty", sfruttando il testo di una sua sceneggiatura. «La prima edizione era orribile. Fortunatamente in quegli anni ho cominciato a registrare audiolibri. Dopo due anni ad ascoltare e ripetere ad alta voce quello che componevano gli altri scrittori, ho iniziato a realizzare come creare un romanzo. Qualche anno dopo un editore entusiasta (Amazon) ha deciso di pubblicare il libro che ha venduto oltre 10.000 copie. Credo che un giorno diventerà un film».

Anche la storia di come ha deciso di creare la World Freerunning Parkour Federation non è per niente banale. «Ero in auto e accesi la radio. Passavano questa storia sul parkour e decisi di approfondire il tema. A tre anni facevo un incubo ripetitivo: ero inseguito da un tirannosauro e, per sfuggirgli, correvo con le braccia più lunghe delle gambe, come una scimmia. Un movimento molto simile a quello che fanno gli atleti di questa disciplina. Quando ho visto una dimostrazione di parkour ho pensato: "Wow, ma è il mio incubo"».

Per promuovere la sua federazione gira il mondo e forse, dal 2028, il parkour potrebbe entrare alle Olimpiadi. «Ho lavorato con ragazzi meno fortunati ed è stato molto triste. Quando raccontavo loro del mio incubo, afferravano subito la metafora: con il parkour si può superare ogni difficoltà. In Afghanistan, un paese martoriato dalla guerra, hanno creato una federazione locale e sono bravissimi. Organizzano questo torneo a cui partecipano tutte le regioni, ognuna di loro con la loro bandiera. Mi ha riempito di gioia».

Tra un pezzo di focaccia e un bicchiere di vino, tutt'attorno, la famiglia Bovino ascolta la storia di Victor. La storia di uno di loro.

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