Et ignis (e fuoco fu)

A cura di Giuseppe Carlucci

Corato - sabato 15 maggio 2021
Ferula communis
Ferula communis © Giuseppe Carlucci

Nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, nei mesi di maggio e giugno, fiorisce una pianta erbacea perenne, il cui fusto dai vistosi fiori gialli, può superare i due metri di altezza. È un’ombrellifera che somiglia ad un gigantesco finocchio volgarmente detta finocchiaccio. Attenti però a non confonderla con il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare), o con il comune finocchio coltivato: potreste fare la fine del mitico Prometeo e guadagnarvi un mal di fegato a vita, se non addirittura la morte.

La pianta scientificamente si chiama Ferula communis, nota col nome italiano di ferula di Giove o sferza di Giove. Così chiamata per ricordare quella volta in cui Prometeo provocò l’ira del padre di tutti gli Dei. Secondo il racconto di Esiodo, Prometeo, semidio figlio del titano Giapeto e della ninfa Climene, avendo la doppia natura umana e divina, veniva spesso invitato sull’Olimpo alle feste degli dei. Lì si mangiava, si beveva e si facevano le ore piccole alla luce di tripodi in cui splendevano fuoco e fiamme: questo privilegio era riservato solo agli dei, poiché a quei tempi gli uomini non possedevano ancora il fuoco e le loro notti erano gelide e buie. Prometeo, impietosito dalla condizione dell’umanità, pensò di aiutarla donandole il fuoco. Giove non era assolutamente d’accordo: riteneva che gli uomini non fossero ancora pronti a dominare questo pericoloso elemento, quindi Prometeo dovette ricorrere ad un trucco per rubarlo. Si recò sull’Olimpo con un bastone di ferula ormai secco e, scavando nel midollo una piccola cavità, vi inserì un carboncino acceso.

Uno dei metodi più diffusi nell’antichità per accendere il fuoco era quello di percuotere un pezzo di pirite con una selce e fare cadere la scintilla su l’esca asciutta a cui si aggiungevano pagliuzze e legnetti. L’esca poteva essere un fungo secco o proprio dal midollo di ferula che ha la particolarità di bruciare lentamente e quasi senza fumo. E così gli uomini ebbero il fuoco. Quando Giove si accorse della disubbidienza fece incatenare Prometeo sul Caucaso e mandò come aguzzino un’aquila che di giorno rodeva il fegato dell’incatenato che nella notte ricresceva. Il supplizio durò fino a quando Giove permise a Ercole di liberarlo e Prometeo fu assunto in cielo diventando una stella della costellazione del Sagittario.

Le leggende e i miti sono sempre ispirate da qualcosa di vero e sono utilizzate per tramandare alle generazioni future delle importanti verità. Va detto che la Ferula communis, è una pianta velenosa: ovini, caprini e bovini si tengono ben lontani dal finocchiaccio. Può tuttavia accadere che tra il fieno raccolto capiti qualche pianta di ferula e i ruminanti la ingeriscano. In questi casi non c’è rimedio alla ferulosi che, se erroneamente ingerita, può portare a conseguenze mortali anche per l’uomo.

È possibile osservare presso le baite sulle montagne calabresi pendere dal soffitto bastoni di ferula sui quali vengono appese salcicce e ventresche per l’essiccazione: il tutto per preservarlo dalle scorrerie dei topi. Anche i Romani lo sapevano e, per proteggere i manoscritti più preziosi dai topi e dall’umidità (scritti con inchiostro di seppia su pergamena di pelle di agnello o di capretto e quindi molto appetibili), svuotavano una sezione del gambo secco di ferula dal midollo, vi introducevano il documento da conservare, e lo chiudevano con un tappo ricavato dallo stesso fusto. Grazie a questo stratagemma molti antichi manoscritti sono giunti fino a noi.

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