Festa della mamma nell’arte: "La sacra famiglia" di Pompeo Batoni a Roma

L'opera è ospitata presso i Musei Capitolini sul colle Campidoglio

Franco Leone Arte, bellezza immortale
Corato - domenica 10 maggio 2020
"La sacra famiglia" di Pompeo Batoni
"La sacra famiglia" di Pompeo Batoni © CoratoLive.it

In occasione della festa della mamma, questo spazio dedicato all’arte prende in considerazione una delle maternità più belle di sempre, anche se non molto conosciuta, ovvero quella di Pompeo Girolamo Batoni, ospitata presso i Musei Capitolini sul colle Campidoglio a Roma. In realtà si tratta più specificamente di una Sacra Famiglia: è il gioco di luci a darci la sensazione di essere di fronte ad una maternità.

Pompeo Batoni, eccelso pittore lucchese della scuola settecentesca toscana, in questo capolavoro del 1760, calibra sapientemente la luce costruendo due piani paralleli che creano uno spazio tridimensionale in cui le figure vanno ad inserirsi. Le due figure in primo piano, ovvero la Vergine e il bambino Gesù, sono investite da un fascio irradiante che ce le fa quasi percepire dentro lo spazio che noi spettatori occupiamo. La figura di San Giuseppe in secondo piano è invece lasciata totalmente nell’ombra e ci fa intuire la profondità dello spazio della scena, rendendo ben visibile la terza dimensione.

Alla luce, tuttavia, non è affidato solo il compito di costruire le geometrie dello spazio. Essa è anche il mezzo attraverso il quale si attivano le nostre percezioni sensoriali che diventano quasi tattili e olfattive. Pertanto, nell’abbraccio che si stanno scambiando la madre e il bambino, ci sembrerà di sentire il respiro e il tepore che essi si stanno reciprocamente scambiando e quasi persino l’odore. La tattilità invece è ravvisabile nei delicati lineamenti dei visi, nella delicatezza delle gote e delle bocche. Il pittore nel frattempo ci mostra il proprio supremo virtuosismo capace di rappresentare con estrema precisione i dettagli dell’acconciatura intrecciata della Vergine e dei capelli aereiformi del bimbo.

Notevole è anche la descrizione dei tratti piscologici dei personaggi. Il linguaggio dell’amore è affidato agli sguardi e alle mani. Gli sguardi si intersecano, le mani congiungono i due corpi, dandoci una sensazione di eterea bellezza.

Mentre la luce mette in scena i veri protagonisti, le ombre con la loro discrezione ci invitano a guardare dietro le quinte. Anche qui ci rendiamo conto dell’abilità del pittore: in san Giuseppe scopriamo la discrezione nel non voler disturbare quel momento di sublimazione dell’amore, ma tra le rughe del suo volto l’artista dipinge il compiacimento, che è lo stesso sentimento provato da noi che nel contempo siamo spettatori e protagonisti del dipinto.

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