Il Venerdì Santo di 500 anni fa moriva Raffaello

Per commemorare questo evento epocale ho scelto di riportare un dipinto del 1866 del pittore inglese vittoriano Henry Nelson O'Neil, raffigurante “la morte di Raffaello” e custodito al “Bristol Museum & Art Gallery”

Franco Leone Arte, bellezza immortale
Corato - venerdì 10 aprile 2020
“La morte di Raffaello” di Henry Nelson O'Neil
“La morte di Raffaello” di Henry Nelson O'Neil © n.c

Il Venerdì Santo di 500 anni fa, esattamente il 6 aprile del 1520, a soli 37 anni di età, moriva Raffaello Sanzio il “divin pittore” di Urbino. Raffaello moriva lo stesso giorno del suo compleanno (che era stato ancora un Venerdì Santo), dopo quindici giorni di febbre causata da imprecisati "eccessi amorosi" con la sua amante la celebre “Fornarina”, che degenerarono in sifilide.

La Fornarina fu anche la sua modella preferita, icona di molte delle sue Madonne, tra cui la splendida Madonna Sistina.

Per commemorare questo evento epocale ho scelto di riportare un dipinto del 1866 del pittore inglese vittoriano Henry Nelson O'Neil, raffigurante “La morte di Raffaello” e custodito al “Bristol Museum & Art Gallery” di Bristol nel Regno Unito.

Descrizione dell’opera “La morte di Raffaello” d O'Neil

Nel dipinto si scorge Raffaello a letto nell’attimo estremo della sua vita con in mano un rosario. Seduto davanti a lui è Giovanni de’ Medici noto come Papa Leone X, suo mecenate e massimo estimatore, che lo guarda con preoccupazione. Accanto a lui è il medico della corte papale che gli tasta il braccio. Al suo capezzale nell’ordine stanno i suoi tre più grandi amici: Pietro Aretino leggermente chinato in avanti, Giulio Romano al centro impietrito e Gian Francesco Penni, piangente con la mano sulla fronte; questi ultimi erano entrambi i suoi migliori allievi. Ai piedi del letto ci sono due frati e un assistente papale che scopre il dipinto della “Trasfigurazione”, ultimo capolavoro di Raffaello con Gesù che sale al cielo. Il dipinto fu portato alcuni giorni prima nella sua stanza come segno di speranza, in quanto nelle sembianze di Cristo si celava un autoritratto del pittore. La similitudine con Cristo è da considerare, dal momento che l’artista era nato il Venerdì Santo. Il dipinto allora era ancora incompiuto e fu ultimato proprio dai due allievi Giulio Romano e Gian Francesco Penni presenti nel dipinto al capezzale del letto.

Si dice che alla sua morte il dipinto risultò più vivo dell’immagine del pittore spirato. Questa emozione suggerì anche la frase da apporre sulla sua lapide.

La finestra si apre nella stanza come un quadro su Roma, dove a sinistra è possibile scorgere Villa Medici e l’obelisco di Piazza di Spagna, mentre lo sfondo è occupato da una propaggine del Colle Quirinale.

Sulla tomba di Raffaello dentro il Pantheon a Roma, l’umanista Pietro Bembo, amico personale di Raffaello, compose il celebre epitaffio: «Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci rerum magna parens et moriente mori» che tradotto significa: «Qui giace Raffaello: dal lui, quando visse, la gran madre di tutte le cose, ovvero la Natura, temette di essere vinta; ora che egli è morto, teme di morire con lui.»

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