Dal Coronavirus alle pandemie del passato: la peste a Corato nel 1600

Il Coronavirus non è la peste, sia chiaro. Ma non mancano le analogie tra la situazione che stiamo vivendo oggi e il periodo storico in cui l'epidemia colpì anche Corato​

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - martedì 17 marzo 2020
Abito di medico che visita gli appestati: è di "marrochina", la maschera ha gli occhi di cristallo e un lungo naso pieno di profumi
Abito di medico che visita gli appestati: è di "marrochina", la maschera ha gli occhi di cristallo e un lungo naso pieno di profumi © n.c.

Il Coronavirus non è la peste, sia chiaro. Ma non mancano le analogie tra la situazione che stiamo vivendo oggi e il periodo storico in cui l'epidemia colpì anche Corato.

La peste era ritenuta nei secoli passati una punizione divina per i peccati commessi dall’umanità, per cui occorreva fare penitenza, pregare e impetrare l’intercessione dei Santi e della Madonna per ottenere il perdono da Dio e quindi la cessazione dell’epidemia.

La tradizione religiosa ci ha raccontato che a Corato, durante la peste del 1656-1657, la drammatica richiesta di un intervento soprannaturale, di fronte all’inefficacia della “scienza medica” del tempo, venne esaudito da un secondo prodigio di San Cataldo (dopo quello del 1483) e dall’apparizione dell’immagine miracolosa della Madonna Greca. Ne facciamo riferimento perché anche la devozione e il culto di immagini sacre appartengono alla storia di un popolo: l’attesa dell’evento prodigioso è sempre stato in passato l’unico sollievo, l’ultima speranza di sopravvivenza, durante i periodi di carestia o di epidemie.

Ma lasciamo da parte gli aspetti religiosi e fideistici per sottolineare come la peste che afflisse gran parte dell’Italia nel 1656-57 fu veramente terribile e funesta. L’epidemia scoppiò a Napoli agli inizi dell’anno e, secondo lo storico Giannone, sarebbe stata portata da una nave proveniente dalla Sardegna dove infieriva già da alcuni anni. Nella capitale partenopea il morbo raggiunse l’apice tra maggio e luglio del 1656 per poi propagarsi, nei mesi estivi, nelle province del Regno con tale intensità da essere paragonata alla “peste nera” del secolo XIV. La velocità con cui si sviluppò il contagio fu dovuta al fatto che sino a maggio fu praticamente ignorata dalle autorità le quali, addirittura, pretesero di punire chi solo avesse osato parlarne.

A Napoli la situazione era terrificante. Si era passati da una media dei decessi a maggio di 150 al giorno a quella di circa 1.000 nella metà del mese successivo. Intanto correvano le prime voci su presunti “untori che propagavano il morbo cospargendo di polveri venefiche i muri delle strade e le porte delle case”, con la conseguente caccia ai colpevoli e la loro tragica fine.

Anche in Puglia fece grande strage e pure in Corato ci furono alcune migliaia di morti.

Il bacillo della peste si trasmetteva attraverso le pulci dei topi che potevano contagiare anche l’uomo. Secondo la descrizione dell’epoca, la malattia si presentava con questi sintomi: “Febbre con delirio, diarrea, abbattimento di forze, ingorgo di glandola all’inguine o sotto le ascelle, e ciò nella maggior parte; in pochi fuoriuscita di carboncello o antrace e di petecchie lenticolari”. Le autorità sanitarie potevano prestare pochissimi soccorsi, anche perché la mortalità era diffusa soprattutto tra le classi più misere, che ricorrevano al medico a poche ore dalla morte. Gli stessi governanti all’inizio erano restii a parlare di peste per evitare il panico o tumulti tra la popolazione.

Anche a Corato, come in tutti i borghi del Regno, si svolsero processioni di penitenza che spesso peggioravano la situazione in quanto l’ammassarsi della popolazione allargava il contagio. Successivamente, per ordine dell’Arcivescovo e delle autorità furono fatti rientrare in città gli ordini religiosi; furono chiuse le porte, difese da numerose squadre di militi e innalzate forche a spavento di chi infrangesse la legge; furono creati, come vedremo, lazzaretti, uccisi tutti i cani e i gatti; fu proibito uscire dalle case e i pochi che avevano il permesso, non dovevano conversare con nessuno né salutarsi.

Le masserizie e le suppellettili degli appestati venivano bruciate fuori della città; medici e amministratori giravano con maschere sul viso e le vesti impegolate di pece e forti odori nelle ampolle; le nobildonne rifiutavano i servizi delle domestiche, i sacerdoti non volevano essere vestiti dei sacri paramenti da nessuno.

I preti ascoltavano le confessioni sulla soglia delle abitazioni e amministravano l’eucarestia ponendo l’ostia sulla punta di una canna. Come antidoto i cittadini annusavano aceti in vasetti che portavano sempre addosso o si fregavano le mani con agli: gli odori forti per tenere lontano il male.

Poiché il numero dei morti era incredibilmente elevato, si smise l’usanza di seppellirli con gli onori della religione; si costruirono speciali carri per il trasporto; i becchini prendevano i cadaveri con lunghi uncini di ferro e li trascinavano sui carri.

L’unico squarcio sulla condizione in cui visse Corato al tempo della peste si ricava dalla Platea della Congregazione di San Giuseppe, dove anni fa rinvenni un documento molto interessante, che in poche parole raccontava il dramma dei coratini. La nostra città subì le perdite maggiori nella seconda ondata della terribile epidemia, quella del 1657, considerata come un castigo di Dio. Questo il testo originale del documento:

Questo nostro Regno fu da Dio visitato colla peste che per più e più mesi fece grandissima stragge in questa nostra città. Il convento delli Padri Cappuccini fu luogo destinato dalla Magnifica Università e signori Deputati per lazzaretto per quelli che erano infetti dal contaggio. Tutti i giardini e i cortili contigui alla nostra chiesa ma anche la stessa chiesa di San Giuseppe erano pieni di persone aggravate da tal male. Le quali poi essendone morte per la peste, il rigore era che ogni cosa rattrovavasi nel luogo ove moriva l’appestato, si bruggiava in pubblico assai cosa preziosa che fusse, sin intanto che dalla città di Napoli capitale del nostro Regno furono emanati ordini ulteriori di purificarsi con aceto e calce. [1]

Impossibile stabilire il numero preciso dei morti a Corato. Per avere un’idea bisogna risalire, sulla base del dizionario geografico del Giustiniani, all’incremento demografico verificatosi a Corato nel 1500 e agli inizi del Seicento sino all’anno prima della peste. Facendo ipotesi solo di carattere statistico, la mortalità sarebbe stata di circa 3.500 abitanti. Un colpo tremendo che fece sentire le sue conseguenze sino alla fine del secolo: infatti lo sviluppo demografico procederà in maniera stentata per una quarantina d’anni, tanto che il numero degli abitanti al 1696 registrerà qualche migliaio di persone in meno rispetto ai primi decenni del secolo.

Quando la peste esplose a Corato in tutta la sua virulenza? Sono i registri dei battezzati e dei matrimoni della Chiesa Matrice a darci alcune indicazioni. Fino al maggio 1656 si ebbe una natalità media mensile di 16 bambini. Nel mese di giugno i nati o, meglio, i battezzati in chiesa furono solo sette. Questo dato fa supporre che, come a Napoli e a Bari, i bambini furono i primi ad essere colpiti dalla peste. Anche a Trani, nello stesso periodo, su 70 decessi 40 erano morticelli.

In mancanza, per quel periodo, del “libro dei morti” della Chiesa Matrice, per avere un qualche indizio sugli esordi della peste in città possiamo far riferimento anche alla necessità di battezzare già in maggio dei bambini in casa per ostetricem, mentre questo non era avvenuto nei mesi precedenti. Nel mese di maggio, poi, si celebrarono pure due matrimoni in casa “stante necessitate” e anche in giugno, su quattro matrimoni, tre furono celebrati in casa. Un altro dato, infine, può essere ricavato dal protocollo del notaio Langillotti, che nei mesi di maggio e giugno non stipulò alcun atto, mentre ne registrò uno in luglio, cinque in agosto e in media tre nei mesi successivi: segno che la peste aveva concesso una tregua e in qualche modo la vita sociale ed economica, gli incontri e gli affari, avevano mostrato una certa ripresa in seguito ad un miglioramento della salute pubblica.

Da luglio alla fine di novembre a Corato ci fu una media straordinaria di 19 nati al mese, con un solo battezzato in casa, ed anche i matrimoni furono tutti celebrati in chiesa. Nel mese di dicembre, però, il terribile morbo infestò di nuovo la città con una maggiore violenza. I battezzati furono soltanto quattro: ritornava la moria dei bambini prima del battesimo, senza il quale non venivano registrati sui libri parrocchiali. Inoltre, in quel mese e nel gennaio del 1657, nessun matrimonio fu celebrato in chiesa.

Dal mese di gennaio il libro dei battezzati riporta in alto, pagina per pagina, l’espressione tempore pestis. In quel mese ben 23 bambini furono battezzati in casa per ostetricem. Nello stesso mese i notai Aduasio e Langillotti stipularono un solo atto a testa. Per curiosità, sottolineo che il notaio Langillotti stabilì il suo… studio all’aperto, “avanti il convento di San Francesco dei Minori Conventuali”, nei pressi della piazza principale della città.

La peste a Corato ebbe un andamento intermittente, perché in febbraio furono battezzati in chiesa 21 neonati e celebrati 6 matrimoni, di cui 2 in casa. La calma durò fino ai primi di aprile del 1657.

Il notaio Aduasio, in maggio, non stipulò alcun atto, e in giugno redasse il testamento di una donna con queste modalità: “Accessimus ante domum et invenimus eam stantem in scala dicte domus in strada Furni Novi, quae dubitans de morbo contagioso... “. La donna sulla scala di casa e il notaio giù, per timore del contagio.

Il 9 maggio la devozione per San Cataldo entrò ufficialmente nella storia della città. Il notaio Langillotti registrò il voto solenne della municipalità: con quell’atto notarile le autorità coratine si impegnavano a celebrare la festa del Santo con tutti gli onori. Come è avvenuto sino ai nostri giorni.

Un altro atto, del 22 maggio, del notaio Langillotti – sempre all’aperto davanti al convento – parlava del proprietario terriero De Martino Bianco che trasferiva la sua abitazione in campagna, dalle parti di Castel del Monte, per alleviare ai suoi braccianti la fatica di venire a Corato e soprattutto per eliminare “timori e sospetti dell’attacco del contagio in questi tempi calamitosi”.

Sul libro dei battezzati è riportato che “mancano questi mesi atteso fu la peste et non venne nessuno a battezzarsi in chiesa”.

Anche sul libro dei matrimoni si legge: “Mancano gli altri mesi per essere stato in Corato il contagio dalli 17 di aprile 1657 a tutto il mese di agosto”.

Da settembre a dicembre, invece, si registrarono 72 battesimi e ben 51 matrimoni, e l’anno dopo addirittura 132, mentre prima della peste se ne celebravano una sessantina.

La furia della peste si era placata. L’intera popolazione di Corato, come quelle di Andria e Barletta [2], non ebbe dubbi: erano stati i miracoli a far cessare l’epidemia.

Con tutte le dovute differenze, ieri come oggi, di fronte alle epidemie c’è sostanzialmente un solo rimedio per debellarle: isolare gli infetti dai sani. Allora con i lazzaretti, oggi con la quarantena in strutture specializzate come l’ospedale “Spallanzani”. E poi affidarsi ai Santi. Che è sempre meglio di niente.

(Tratto dal libro PASQUALE TANDOI, Epidemie ed assistenza socio-sanitaria a Corato. Dalla peste del 1656 alla “spagnola” del 1918).


[1] REGISTRO PLATEA ED INVENTARIO DELLA CONGREGAZIONE DI SAN GIUSEPPE - 1757. Foglio 3.

[2] La tradizione religiosa delle due città parla rispettivamente di San Sebastiano e San Ruggiero come artefici della miracolosa liberazione dalla peste.

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