​1799, quando i coratini fecero la rivoluzione francese

Prima parte

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - giovedì 20 febbraio 2020
​1799, quando i Coratini fecero la rivoluzione francese
​1799, quando i Coratini fecero la rivoluzione francese © n.c.

Il 1799 fu un anno di grandi illusioni per i liberali meridionali, convinti di poter spazzare via, con l’aiuto delle truppe francesi, l’assolutismo monarchico dei Borbone e dar vita ad un regime giacobino. Il sogno sembrò realizzarsi con la nascita della Repubblica Partenopea, che, nell’ultimo anno del XVIII secolo, illuminò il Sud con le sue fiammate rivoluzionarie. E anche Corato ne fu protagonista.

La propaganda giacobina

A Corato, già da qualche anno, si era formato un gruppo, poco numeroso ma sicuramente ardimentoso, di borghesi e intellettuali favorevoli ad una repubblica di stampo francese. Erano stati soprattutto i giovani universitari che avevano studiato a Napoli, dove erano venuti a contatto con i club giacobini della capitale, a diffondere nella nostra città gli ideali fondamentali della Rivoluzione Francese.

In particolare, l’ambiente studentesco napoletano della giurisprudenza e della medicina si era fatto promotore, nonostante i rigidi controlli polizieschi, delle organizzazioni repubblicane e si impegnava tantissimo a far proseliti.

Abbiamo rinvenuto un documento, tratto da una serie di interrogatori della polizia, relativo al 21 marzo del 1794, in cui si fa riferimento ad un tentativo di propaganda giacobina nei confronti di un giovane studente in Napoli, Francesco Antonio Capano, figlio di una delle famiglie più facoltose e altolocate di Corato,

Al giovane coratino era stato chiesto un contributo in denaro per stampare clandestinamente e diffondere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Era il documento simbolo della Rivoluzione Francese, approvato il 28 agosto 1789 dall’Assemblea Nazionale Costituente: in esso erano proclamati l’uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi alla legge e il diritto alla libertà personale, alla libertà di parola, alla sicurezza personale.

Capano, come si vedrà in seguito, non solo aderirà alle idee giacobine ma sarà in prima linea nel movimento rivoluzionario del 1799 e nei moti carbonari del 1820-‘21.

1799: il governo giacobino a Corato

Ai primi di dicembre del 1798 truppe francesi, sull’onda delle conquiste napoleoniche, entrarono nel Regno di Napoli e, senza quasi incontrare resistenza da parte dell’esercito borbonico sbandato, si diressero verso la capitale. Il 23 dicembre Ferdinando IV e la famiglia reale abbandonarono Napoli sulla nave dell’ammiraglio inglese Orazio Nelson e si rifugiarono a Palermo.

Il generale francese Championnet poté occupare la capitale il 24 gennaio. Era l’inizio della brevissima esperienza della Repubblica Partenopea.

Il 31 gennaio, alla notizia che Napoli era caduta nelle mani dell’esercito francese, i più audaci tra i giacobini coratini si radunarono senza far trapelare ad alcuno i loro disegni, si armarono e innalzarono nella piazza del Seggio una quercia, l’albero della libertà, simbolo del potere popolare, adornato di fiori e di nastri tricolori e sormontato da un berretto rosso.Poi, sempre armati, girarono per le stradine della città sventolando bandiere francesi e gridando “Evviva la libertà!”. Corato fu probabilmente la prima, fra le città pugliesi, a piantare l’albero della libertà e per questo fu chiamata “la vessillifera”.

Alcuni giorni dopo, alla voce che la flotta inglese si stesse avvicinando alle coste meridionali dell’Adriatico, la plebe coratina si sollevò. Ne seguirono momenti davvero tumultuosi. Esclusi dalla nuova amministrazione repubblicana e suggestionati anch’essi dal principio di uguaglianza e di libertà, i ceti popolari si organizzarono ed insorsero contro i galantuomini che, come il clero e la nobiltà, si opponevano tenacemente alla realizzazione delle loro aspirazioni.

La resistenza dei filofrancesi fu notevole, ma alla fine l’albero della libertà fu spiantato. Le forze popolari disordinate e scomposte reagirono violentemente alle iniziative con cui la ricca borghesia si proponeva, attraverso la nuova Municipalità, di conservare la sua posizione di preminenza e di privilegi.

Il 6 febbraio fu ucciso in piazza del Seggio, durante i sommovimenti, un tal Michele Mastromauro, colpito da una fucilata tirata dalla finestra di una casa vicina; due giorni dopo, stessa sorte toccò a Raffaele Gisotti. Poi l’opera pacificatrice di alcuni “galantuomini” e sacerdoti portò in Corato qualche settimana di tranquillità.

Sempre nel mese di febbraio, il giorno 28, giunse a Corato il proclama che il generale Broussier, comandante la colonna mobile dell’armata di Puglia, aveva inviato a tutte le città della Terra di Bari:

L’armata francese marcia sopra di voi! Venite subito ad incontrarla. Ella vi offre da una mano la pace e dall’altra la guerra… La vostra proprietà, le vostre donne, i vostri figli, i vostri templi, i vostri preti, la vostra religione, che è la nostra, tutto sarà rispettato e protetto... Volete voi la guerra? Popolo disgraziato, popolo traviato, tremate. Andria malgrado la sua resistenza, Trani malgrado le sue mura e i suoi cannoni, sono perite con i di loro abitanti.Una simile sorte vi attende, se voi volete imitarli. Che potete voi popolo debole senza esperienza opporvi a delle falangi repubblicane, che hanno vinto e debellate le più brave truppe d’Europa?... La pace, o popoli. Di sangue se n’è abbastanza versato. Venite verso di me, mandatemi dei deputati, tutti gli uomini sono fratelli, io ve lo proverò. Non forzate o popoli la mano francese, perché tutti coloro che oseranno resistere saranno perduti.

Tutta la popolazione fu convocata a pubblico parlamento e si decise, per evitare che a Corato si scatenassero le rappresaglie dei francesi come era successo a Trani e Andria, città rimaste fedeli al re Borbone, di tornare a piantare l’albero della libertà.Inoltre una deputazione si recò a Barletta a rendere omaggio al generale francese.

Iniziò per Corato un periodo di calma apparente: i fedeli alla monarchia erano numerosi, mentre i giacobini erano i più audaci.

Il 19 aprile, a tarda sera, più di tremila soldati francesi tra fanteria e cavalleria, provenienti da Bitonto, si accamparono a Corato per pernottare. Sicuramente imposero alla città una contribuzione di guerra, così come avevano fatto a Ruvo dove gli abitanti avevano raccolto 1.200 ducati.

La notizia dei saccheggi di Trani ed Andria da parte dei Francesi aveva indotto i coratini a non opporre resistenza e ad aprire le porte alle truppe transalpine comandate dal generale Duhesme.

La presenza francese in Puglia aveva suscitato il panico. Le devastazioni, le ruberie, le violenze, i massacri avevano tolto ogni possibilità di resistenza. Bastava un sospetto perché un “popolano” fosse ritenuto nemico della Rivoluzione e come tale passato immediatamente per le armi. Molti coratini di fede realista prudentemente si misero in salvo nelle campagne, perché i Francesi, che si dicevano disinteressati e “amanti del bene dei popoli”, in realtà, in base alle notizie che circolavano, si comportavano da spietati conquistatori e predoni.

Le truppe francesi di occupazione avevano bisogno di tutto: si requisiva grano, orzo, avena, paglia, vino, generi alimentari, animali, ma chiedevano soprattutto denaro e si impadronivano di oggetti preziosi in oro e argento.

Per alcuni mesi a Corato si visse sotto un’amministrazione “repubblicana”. Si costituì una municipalità di cui ignoriamo i componenti e si organizzò una milizia cittadina per mantenere l’ordine. Fino al 12 maggio, quando si seppe che Altamura, definita poi “la leonessa di Puglia”, dopo un’eroica resistenza, due giorni prima era stata conquistata e saccheggiata dalle bande del cardinale Ruffo.

Dalla Calabria, dove era sbarcato l’8 febbraio con pochissimi uomini, senza denaro e senza armi, il cardinale Ruffo con “l’armata degli insorgenti”, che era riuscito a mettere insieme e che aumentava strada facendo, passò nelle Puglie, sostenuto anche da contingenti turco-russi sbarcati a Otranto.

Le masse meridionali, che insorsero contro i Francesi e la Repubblica Partenopea, si irreggimentarono nell’Armata della Santa Fede. Il successo delle truppe sanfediste si spiega anche con la politica del Cardinale in sollievo delle misere condizioni del popolo minuto, cosicché l’avanzata delle bande si accompagnò alla sollevazione popolare contro i ricchi accusati di giacobinismo: “Chi tene grane e vine, ha da esse giacobine”. L’insorgenza prese in alcuni momenti l’aspetto di una rivolta contadina, tragica e insieme festosa, che esprimeva rancori repressi e vendette covate lungamente e anche l’aspirazione utopistica a un rovesciamento dei rapporti tra servi e padroni: A lu suono de li tamburelli, so risurte li puverelli.

Il moto contadino, però, ebbe soprattutto una spinta religiosa: difendere la fede cattolica dall’anticlericalismo giacobino che non si limitava ad espropriare gli enti religiosi dei loro beni ma anche chiudeva chiese e conventi, distruggeva, nei casi più estremi, immagini e arredi sacri.

Nell’arco di pochi mesi l’Armata sanfedista riconquistò il Sud e il 15 giugno entrò in Napoli.

La fine del governo giacobino a Corato tra disordini e vendette

Per Corato il 14 maggio fu un giorno di panico. Un certo Tambone, stando di guardia a qualche chilometro dalla città, aveva avuto sentore che le truppe sanfediste, note per la loro furia distruttrice e saccheggiatrice, stessero avvicinandosi a Corato. La partenza, poi, dei fratelli Roselli, dei Parziale e di altri capi giacobini, gettò la popolazione, che si sentiva senza protezione, nella disperazione.

Fu una fuga generale. In breve la città rimase deserta. Verso le quattro di notte, le strade che portavano ad Andria erano gremite di gente. Si fuggiva in ogni modo, a piedi, su traini, a cavallo, in carrozza.A mattinata inoltrata i fuggitivi si resero conto che la situazione nei dintorni di Corato era tranquilla, non c’era ombra di truppe sanfediste e allora, pian piano, con circospezione, si fece ritorno in città dove, il giorno 16, tra incertezze e tentennamenti, si abbatté e bruciò l’albero della libertà e si innalzarono le vittoriose bandiere del re Ferdinando IV.

Nel cambio di regime, ci fu come al solito lo spazio per la vendetta personale: furono assassinati Giuseppe Martinese e Gaetano Spallucci; il giorno dopo fu pure “moschettato” Giacinto Lastella.

Il primo provvedimento del nuovo governo della città fu quello di mandare una deputazione a rendere omaggio al cardinale Ruffo.

Intanto i realisti avevano ripreso animo: era il momento di passare al contrattacco. Furono stilati elenchi di coratini compromessi con l’amministrazione giacobina da consegnarsi al Cardinale.Arrivavano notizie sempre più raccapriccianti sul sacco di Altamura: chiese profanate e derubate, tanti morti, neanche le suore erano state rispettate. Da Corato passavano anche molti tranesi di ritorno da Altamura: avevano partecipato al saccheggio e portavano con sé mobili e altri oggetti.

Dopo un paio di giorni, il governatore Schiavelli assunse l’incarico di riportare l’ordine in Corato. Uno dei suoi primi atti fu di raccogliere la somma di duemila ducati per contribuire all’armata reale; gli ex amministratori furono obbligati a dare un cavallo a testa.

Cinquanta coratini furono obbligati ad aggregarsi come soldati all’armata di Ruffo. Molti giovani allora si diedero alla fuga nei campi per sottrarsi a questa militarizzazione forzata.

Intanto, tornato re Ferdinando sul trono di Napoli con l’aiuto degli inglesi e delle truppe del cardinale Ruffo, la reazione borbonica non si fece attendere. I “giacobini” di Corato dovettero subire ritorsioni e persecuzioni per il loro anelito di libertà e per l’attaccamento all’idea repubblicana.

Il comandante Rusciani del presidio borbonico di Trani arrivò a Corato la domenica del 20 agosto con un centinaio di soldati e due cannoni, disarmò tutta la popolazione, sequestrò circa 300 fucili, arrestò trentuno coratini, ritenuti “rei di stato”,e li fece rinchiudere nel castello di Barletta.

I loro nomi: Baccarelli Giovanni, Beatrice Francesco, Cianciaruso Michele, Clemente Stefano, Cuoro Francesco, Di Matera Andrea, Di Palma Giuseppe, Giannuzzi Vito, Invitto Michele, Lanzelloti fra Giovanni, Lastella Giuseppe, Leo Giuseppe, Longo Giuseppe, Longo Vito, Losavio Giambattista, Maselli Giuseppe, Patruno Francesco, Piarulli Francesco, Quinto Francesco, Quinto Vito Antonio, Roselli Beniamino, Roselli Luigi, Schiralli Francesco, Schiralli Francesco Paolo, Schiralli Giuseppe, Sottano Vincenzo, Spallucci Domenico, Spalluto Pasquale, Tarantino Pasquale.

(Tratto dal libro PASQUALE TANDOI, Corato dalle società segrete all’unità d’Italia).

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I commenti degli utenti
  • Peppiniello ha scritto il 07 aprile 2020 alle 10:56 :

    Evviva 'o rre nuost! Rispondi a Peppiniello

  • Franco ha scritto il 20 febbraio 2020 alle 18:15 :

    incredibile come i "rivoluzionari francesi" depredassero i pugliesi in nome della libertà e della fratellanza. Rispondi a Franco

  • salvatore di gennaro ha scritto il 20 febbraio 2020 alle 14:27 :

    Il contributo di Pasquale alla storia di Corato è sempre ammirevole e denota, oltre alle sue passione e preparazione, l'attaccamento alla città. Cosa ci dice l'episodio da lui raccontato? Che non si possono inventare sistemi politici da attribuire ad un dato popolo, se non vi sono i presupposti di accettazione da parte di quel popolo. Il tipo di sistema forzato, si trasforma spessissimo in un fallimento. L'altro suggerimento è che le rivoluzioni sono quasi sempre ispirate da ideologi o da tribuni e mai dal popolo, che li segue passivamente, o rimane indifferente, attendendo gli eventi. Rispondi a salvatore di gennaro

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