Assaltiamo il Teatro! Distruggiamolo!

Assaltiamo il Teatro! Distruggiamolo!

La rivolta popolare del 9 aprile 1876 a Corato

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - martedì 05 febbraio 2019
Giuseppe Patroni Griffi
Giuseppe Patroni Griffi © n.c.

Il 18 marzo 1876 il governo nazionale della Destra fu costretto a dimettersi e la presidenza del Consiglio fu affidata ad Agostino De Pretis, uno dei maggiori esponenti della Sinistra. La Destra Storica, dopo aver portato avanti il processo di unificazione politica (con la terza guerra d’indipendenza e la presa di Roma) ed amministrativa dell’Italia (era stato imposto il modello piemontese senza salvaguardare le autonomie locali), aveva fatto ormai il suo tempo. Il gruppo politico conservatore, favorendo gli interessi degli industriali del Nord e dei latifondisti del Sud, aveva del tutto ignorato la “politica sociale” e sottoposto le classi più umili ad un fiscalismo oppressivo. Fin dalla formazione dello stato unitario aveva istituito una serie di balzelli sino alla famigerata tassa sul macinato. Le manifestazioni di protesta si susseguirono così numerose da provocare la caduta del governo Minghetti.

Sulla scia degli eventi nazionali, la primavera del 1876 segnò in modo violento anche la fine dell’amministrazione di Giuseppe Patroni Griffi.

A Corato il malcontento fra gli strati più bassi della popolazione per i nuovi dazi sulla farina e sul pane era diffuso, ma niente faceva presagire una vera e propria rivolta. La condizione socio-economica delle masse contadine di Corato era drammatica. Per tutto il rigido inverno era mancato il lavoro, poi era arrivata la siccità degli inizi della primavera che aveva ulteriormente aggravato la situazione nei campi facendo incrementare la disoccupazione. Questa massa sterminata di disperati reclamava, implorava dei sussidi, un qualche intervento dell’Amministrazione Comunale per allievare la sofferenza e la fame, invece il Municipio era ai loro occhi tutto proiettato nella realizzazione di “opere di lusso”. Mancava l’acqua per gli usi domestici, ma poi la si vedeva “sprecata” per l’innaffiamento delle piante delle aree pubbliche oppure si spendevano somme dalle casse comunali per cingere di ringhiere i giardini. Era, però, soprattutto il teatro a rappresentare l’emblema del lusso, della mondanità, dell’arroganza aristocratico-borghese, del denaro pubblico sperperato, del contrasto spaventoso con la condizione di estrema miseria delle migliaia di braccianti coratini.

Il giorno 9 aprile a Corato scoppiò una sedizione al grido di “Viva il Ministero di Sinistra, abbasso il Municipio, Abbasso il sindaco”. Migliaia di persone, con tante donne urlanti e scarmigliate in testa, dopo aver sfilato disordinatamente per lo stradone, distrussero i giardini pubblici e incendiarono l’ufficio daziario, lo strumento attraverso il quale il Governo e l’Amministrazione Comunale esercitavano la loro oppressione fiscale soprattutto sui ceti più popolari. Tutto fu distrutto e saccheggiato: i registri, i bollettari, le divise delle guardie, le suppellettili. Per tre ore ci si accanì, con mazze di ferro e con il fuoco degli alberi divelti dai giardini, sulla cassaforte di ferro dell’ufficio e quando si riuscì a scassinarla ciò che era contenuto fu depredato.

Poi qualcuno gridò: “Al Teatro!” e la folla sempre più inferocita si diresse in quella direzione con l’intento di devastarlo. Patroni Griffi riferì che a salvare la struttura dalla furia popolare non furono i carabinieri, “come erroneamente asserirono alcuni rapporti”, ma furono dei cittadini dei dintorni che, armi in pugno, minacciarono di far fuoco sul primo che avesse osato toccare il teatro.

Gli appaltatori del dazio riuscirono a salvare la pelle solo grazie alla fermezza d’animo dei fratelli Fiore, i quali “a tutt’uomo si adoperarono a fermare la marmaglia sguinzagliata che voleva anche assaltare la casa dell’appaltatore Salvietti, appena rientrato da Napoli, e assassinarlo insieme all’altro socio Pasquale Bruni, che lì si trovava” (ARCHIVIO COMUNE DI CORATO - Delibere Consigli Comunali, 1876,n.12.)

Un altro quadro di quei burrascosi eventi lo ricaviamo dal periodico “Il Corriere di Roma” (Collezione privata Cristoforo Scarnera). del 30 aprile che riportava una breve cronaca intitolata “I disordini di Corato”: S’era divisato fare una dimostrazione per la caduta del governo Minghetti. La dimostrazione divenne imponente al largo del Municipio, dove si raccolsero oltre 6.000 persone al grido di “Viva la Sinistra! Viva il suffragio universale!”. Ma appena i dimostranti furono presso il palazzo dell’on. Patroni Griffi, le grida si mutarono in “Abbasso il sindaco! Abbasso i deputati di Destra!”.

Qui la scena si fece completamente diversa: la popolazione, irritata dai balzelli, memore delle vessazioni che subì per costruire ville e giardini, si diede ad ammucchiar legname presso l’ufficio daziario, che incendiò, ed a devastare i giardini pubblici. Quest’opera di distruzione durò dalla 4 alle 8.

Il Sindaco, per sua stessa ammissione, fu colto alla sprovvista. Aveva avuto un vago sentore di una qualche dimostrazione poche ore prima, ma non dette credito alle voci che preannunciavano violenti disordini. Invitò, comunque, il Delegato di PS a chiamare rinforzi ma non fu ascoltato. Don Peppino Patroni Griffi il mattino del 9 aveva allertato anche gli appaltatori, perché mettessero in salvo i registri e i valori bancari presenti nella cassaforte dell’ufficio.

Il giorno 12 aprile ci fu la convocazione straordinaria del Consiglio Comunale con la partecipazione del Sottoprefetto di Barletta e delle autorità civili e militari, che erano giunte a Corato alle due di notte del giorno 10.

Fu letto un telegramma del Ministero degli Interni in cui si sosteneva che se l’Amministrazione Comunale non fosse stata in grado di ripristinare la riscossione dei dazi, sarebbe stata considerata decaduta con la conseguente nomina di un commissario prefettizio. Il messaggio si concludeva con Questo Ministero è deciso mantenere autorità e legge contro chiunque.

I fatti di Corato produssero profonda impressione in tutta Italia ed anche in Europa. L’opinione pubblica fortemente allarmata manifestò le sue preoccupazioni su tutti gli organi di stampa e nel Parlamento, reclamando immediati ed efficaci rimedi.

Il Sottoprefetto promise il suo impegno perché a Corato arrivasse presto una forza armata di cento uomini a garantire l’ordine e la legalità, oltre alle Guardie di Finanza per il ripristino della riscossione dei dazi. La furia distruttrice degli strati più bassi della popolazione coratina aveva provocato un vero e proprio choc. La presenza di una forza pubblica numerosa era la necessità più avvertita, non solo dagli amministratori ma soprattutto dai ceti benestanti che reclamavano la tutela dei loro beni da parte delle forze dell’ordine.

Gli eventi così incontrollati e devastanti del 9 aprile non potevano rimanere senza conseguenze sul piano politico-amministrativo. Le polemiche furono feroci. Il sindaco Patroni Griffi fu accusato di aver sperperato le risorse finanziarie della città in opere, come il teatro e i giardini, che sicuramente non alleviavano la condizione di miseria della maggior parte della popolazione. Gli avversari, riuniti ne “l’Associazione Democratica”, lo rimproveravano di essere stato “seguace di un lusso poco conforme alle condizioni della popolazione”.

Sempre il giorno 12, di fronte ad una cittadinanza turbata, Patroni Griffi e i suoi amici rassegnarono in Consiglio Comunale le dimissioni.

Due opuscoli pubblicati dall’opposizione alcune settimane dopo provarono a dimostrare che si era trattato di un sommovimento popolare spontaneo, cagionato dal malgoverno e dall’eccessiva tassazione. Uno di questi opuscoli intitolato Sulle vere cause de’ disordini del 9 aprile in Corato (Archivio privato di Cristoforo Scarnera), anonimo, accusava il Patroni Griffi di aver annientato l’opposizione democratica creando un sistema “corruttore e maligno”, basato su interessi particolari, su immediati guadagni per le “affrettate” opere pubbliche e sull’assunzione di molti impiegati. Questo aveva provocato nel partito di opposizione “diserzione e viltà diffusissime”, per cui le elezioni amministrative erano diventate “monopolio di un solo uomo attraverso intimidazioni e la compra-vendita delle coscienze”. Per realizzare il suo programma il Patroni Griffi aveva trovato la formula magica del debito paga debito. Aveva contratto un debito con una banca italo-tedesca, un altro con la ditta Salvietti, un altro col Credito Fondiario per un milione e duecento mila lire ed un altro per acquisti di case da demolire. In pochi anni si spese tutto il presente e si impegnò anche l’avvenire: occorrevano trecentomila lire di tasse all’anno per cinquant’anni”.

Il risentimento generale della popolazione era soprattutto contro Salvietti, definito l’appaltatore omnibus. Questi, infatti, grazie ai favori del sindaco, era cottimista dei lavori del teatro, del macello, della piazza coperta e del mercato, di vari tratti di selciato e di altre opere minori ed infine era appaltatore del dazio di consumo concessogli a trattativa privata.

Il Sindaco fu, infine, additato di aver “falsato e sviato le inclinazioni del popolo e la sua prodigiosa attività agricola, inseguendo lusso e mondanità”.

Patroni Griffi era troppo avanti rispetto alla realtà sociale e culturale coratina dell’epoca, era probabilmente un visionario: aveva in mente una “visione alta” della città, vagheggiava una sua città ideale basata sull’ordine, la pulizia, la cultura, la bellezza. Ma la città reale era troppo lontana.

(Tratto dal libro Pasquale Tandoi, I Patroni de’ Grifi. Una nobile famiglia pugliese e la sua città d’origine).