E volevano abbattere pure il Palazzo di Città

​I coratini, un popolo di demolitori

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 14 dicembre 2018
Una vecchia immagine del palazzo di Città
Una vecchia immagine del palazzo di Città © CoratoLive.it

Nel febbraio del 1964 il Palazzo del Municipio di Corato era completamente disabitato. Il commissario prefettizio Pasquale Saracino, arrivato dopo l’ennesima crisi amministrativa, aveva ordinato lo sgombero dell’imponente edificio perché pericolante a causa delle precarie condizioni statiche. Tutti gli uffici erano stati dislocati in varie zone della città: presso l’Opera Madonna delle Grazie (sindaco, giunta e archivio) in via Andria, in via Ruvo (i vigili urbani), in via Savonarola (l’ufficio anagrafe e lo stato civile), in via Dante, su corso Cavour, in via Tasso, ecc.

I vari saggi tecnici effettuati nella speranza di trovare delle soluzioni per rinforzare adeguatamente la struttura avevano dato esito negativo.

Allo scopo di prendere una decisione ponderata che rispecchiasse anche la volontà della popolazione, il commissario Saracino convocò una qualificata rappresentanza della popolazione per sentirne il parere: ex amministratori, capigruppo politici, segretari dei vari sindacati e quanti altri potessero dare l’apporto della loro esperienza e competenza. All’incontro parteciparono anche il segretario generale del Comune, dott. Cassano, e il capo dell’Ufficio Tecnico, ing. Azzellino, che riferì dettagliatamente sulla situazione statica del palazzo. Le cause dell’instabilità vennero individuate nell’annoso problema del rigurgito delle acque freatiche, ma la situazione si era aggravata con la costruzione del secondo piano per ospitare la scuola dell’avviamento con ingresso da piazza Marconi.

I “qualificati” rappresentanti della popolazione, dopo attenta analisi, emisero, come riportato da La Gazzetta del Mezzogiorno, un verdetto unanime: demolire l’antico convento di San Cataldo e costruire in loco una struttura con criteri moderni. Puff... un soffio e quattrocentocinquanta anni di storia si sarebbero volatilizzati. Negli anni Sessanta funzionava così. Demolire, demolire, demolire. Anche la Storia. In nome della modernità. In quel periodo l’antico diventava vecchio, fatiscente, scomodo e antiestetico.

Il suggerimento degli “esperti” coratini trovò consenzienti sia l’Ufficio del Genio Civile che il Provveditorato alle Opere Pubbliche. Ma, qualche settimana dopo, con una punta di rammarico il quotidiano barese commentava: Senonché, quando tutto sembrava risolto, pare sia intervenuto il veto alla demolizione dell’edificio da parte della Sovrintendenza dei Monumenti.

Il corrispondente del giornale, Tommaso Barbaro, aggiunse con la sicumera di uno storico dell’arte: Non ci pare che il municipio presenti i requisiti richiesti per essere considerato un monumento degno di essere conservato.

La cittadinanza si chiede: vale la pena mantenere così, abbandonato a se stesso, l’immobile che diventerebbe fatiscente, proprio nel centro nevralgico dell’abitato, in attesa che il tempo lo deteriori completamente e lo faccia crollare con imprevedibili conseguenze? Sarà perciò necessario che funzionari competenti della Sovrintendenza e del Ministero della P.I. effettuino ispezioni per rendersi conto della opportunità o meno della conservazione al fine di concedere il permesso della demolizione.

La demolizione dell’ex convento di San Cataldo, costruito nel 1503, sarebbe stata in linea con lo scempio che si stava perpetrando intorno allo stradone con la costruzione di vari “grattacieli” che avevano in parte distrutto l’identità urbanistica della città che si era formata nel Sei-Settecento. Se poi aggiungiamo che:

a) i crolli in piazza Di Vagno del 1922 avevano fatto scomparire per sempre la Chiesa del Monte di Pietà e il bellissimo Palazzo Ducale;

b) nel novembre del 1952 era stato sgomberato il Monastero del Divino Amore, diventato nel frattempo sede del liceo “Oriani” e di un ospizio, perché presentava delle lesioni, e anche in quella occasione La Gazzetta del Mezzogiorno aveva invitato a “por mano alla demolizione dello stabile pericolante”;

c) agli inizi dell’Ottocento erano state abbattute le porte medievali della città;

d) nel 1815 il decurionato di Corato (l’antenato del Consiglio Comunale) era stato sul punto di prendere la folle decisione di radere al suolo la Chiesa Matrice (XII sec.) perché si trovava in uno stato di degrado e perché era ubicata in un contesto urbanistico molto angusto (non esisteva ancora via Duomo) che non consentiva di accogliere i fedeli durante le festività principali

e) era stato demolito, sempre in piazza Di Vagno (allora piazza San Francesco), il diruto monastero dei francescani conventuali, possiamo affermare che noi coratini più volte abbiamo corso il rischio di veder svanire per sempre tutte, o quasi, le tracce architettoniche più importanti del nostro passato. Un po’ per sventura (i problemi del sottosuolo) e molto di più perché avevamo (o abbiamo ancora?) la irrefrenabile vocazione alla demolizione.