L’attentato a Togliatti e l’uccisione del coratino Giovanni D’Oria, agente di PS

Settant’anni fa l’Italia sull’orlo della guerra civile

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - sabato 14 luglio 2018
La manifestazione a Corato per l'attentato a Togliatti
La manifestazione a Corato per l'attentato a Togliatti © Vitantonio Abbattista, "Lotte sociali e condizioni di vita a Corato, 1928-1982"

Il 14 luglio 1948, mercoledì, è una giornata afosa. A Roma è il primo giorno di piena estate. A Montecitorio, alla vigilia delle ferie parlamentari, si discute svogliatamente di ordinaria amministrazione. Parlamentari pochi e distratti. Anche la guerra fredda “si scioglie” in un Paese nella morsa di un calore opprimente.

Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, alle 11,35 lascia Montecitorio da una porta secondaria. Con lui c'è Nilde Jotti, ufficialmente sua segretaria, in realtà sua amante. Il gelido cospiratore, il cinico funzionario del Comintern ha da qualche tempo una relazione con la Jotti. Tutti lo sanno ma nessuno lo dice. C’è anche un moralismo comunista.

Togliatti “scivola via” con la Jotti e sbocca in via della Missione. L'obiettivo è molto banale: andare a prendere un gelato al bar Giolitti. Togliatti, con la solita borsa sotto il braccio, si incammina lentamente conversando con la Jotti. Fanno pochi passi quando alle spalle del cara­biniere di guardia sbuca un giovane magro in abito scuro, si avvicina alla coppia, estrae dalla tasca destra della giacca una rivoltella e da brevissima distanza spara tre colpi in rapida successione.

Togliatti resta un attimo come sorpreso, poi, colpito alla testa e al torace, si accascia a terra, con gli occhi sbarrati. La Jotti lancia un urlo e si getta su di lui per soccorrerlo e proteggerlo. L'attentatore esplode un quarto colpo, che va a vuoto. Piombano due carabinieri, lo afferrano, la Jotti singhiozza: “Assassino, assassino... arrestatelo!”. Il giovane non oppone resistenza, in un attimo lo portano via. Togliatti è a terra in una pozza di sangue. Accorre un commesso della Camera richiamato dalle detonazioni e rientra precipitosamente. “Hanno sparato a Togliatti”, grida. Di colpo il Parlamento si ferma, come, do­po pochi minuti, si ferma, atterrita e sbigottita, l'Italia intera al­l’annuncio della radio.

Togliatti è debole ma cosciente e lucido. I flash dei fotografi scattano mentre è in barella su un’ambulanza avvolto in una coperta di lana. Attorno a lui ci sono i fedelissimi Longo, Secchia e Scoccimarro. “Non perdete la testa - ha la forza di dire - Non fate fesserie, state calmi”. Alle 13,15 al Policlinico lo opera il prof. Valdoni. L'intervento dura 45 minuti, con gli italiani incollati alla radio, in ansiosa attesa del primo bollettino. Alle 14,25 Valdoni esce dalla sala operatoria e dice: «Per me è fuori pericolo”. L'operazione rie­sce perfettamente e la ripresa sarà rapida e senza problemi.

“L'ho ucciso perché ha rovinato l'Italia”, dice l’attentatore con calma e ha un gesto di contrarietà quando lo informano che To­gliatti è sopravvissuto. È un giovane bruno, si chiama An­tonio Pallante, ha 24 anni, viene dalla provincia di Catania. Ha in tasca 70 lire e una copia del Mein Kampf di Hitler. Pallante è un fa­natico sbandato, malato a morte di nazionalismo, instabile mentalmente, sostanzialmente un fallito. La sua è un'azione criminale e stupida. Spinto dalle sue torbi­de ideologie e dalle sue ossessioni, frustrato e deluso, ha deciso di compiere il “grande gesto”. Non è un sicario ma un esalta­to. Non c'è nessun complotto, come vorrebbero i comunisti, nessun “giallo”. Condannato a 13 anni di carcere, ne sconterà solo quattro. Tornerà libero per amnistia. Aveva portato il Paese sull’orlo della guerra civile senza rendersene conto.

“Hanno sparato a Togliatti!”. La notizia fulmina gli italiani in­torpiditi dal caldo. La voce dell’attentato si sparge a macchia d'o­lio. Si radunano i primi gruppi di ope­rai, i negozi abbassano le saracinesche temendo il peggio. La folla inizia a protestare, prima a Roma, poi nelle città e nei paesi dove la radio ha portato la notizia. Togliatti è sotto i ferri. Sono momenti drammatici che possono decidere non solo della vita di un uomo ma anche condizionare il futuro della politica italiana. I primi giornali escono in edizione straordinaria con i titoli a nove colon­ne: “Togliatti colpito a morte”. Ma Togliatti non è morto.

È un sussulto, una vampata, l’Italia prole­taria insorge furente. La rabbia della sinistra si traduce in una serie di spontanee e confuse manifestazioni, al limite dell'insurrezione. Cortei imbandierati di rosso battono le strade d'Italia. Da Nord a Sud contadini e operai in piazza, sciopero generale prima spon­taneo poi ufficializzato dai sindacati, fabbriche occupate, sedi cattoliche devastate, le camio­nette della Celere che battono le città, comizi del Pci, le prime violenze.

Anche il Parlamento è in tempesta. Il dibattito alla Camera è durissimo. De Gasperi prende la parola ma è subito interrotto da urla e invettive: “Ver­gogna, assassini, siete coperti di sangue, andatevene!”. “Vigliacco, vigliacco!”, è l'urlo che si leva all’indirizzo di Scelba, ministro dell’Interno.

Le manifestazioni degenerano in scontri. Ricompaiono i mitra. Dai dimostranti partono i primi colpi, i celerini non si fan­no pregare e rispondono al fuoco. Si contano i primi morti. To­gliatti ha invitato alla calma ma l’incen­dio divampa dappertutto, l’Italia è un vulcano. Sono le ore più drammati­che della storia dell'Italia repubblicana. Fabbriche, strade, piaz­ze, ferrovie, centrali telefoniche, anche caserme di polizia cadono nelle mani di masse di dimostranti. I civili sono armati; dovunque violenze, spari, disarmo di carabinieri e poliziotti, sangue, morti. È un fenomeno incontrollato e pesante di collera di massa.

Mentre il pomeriggio tende alla sera giunge dalla Francia una notizia “bomba”. Bartali, a 34 anni, ha distrutto belgi e francesi sulle montagne del Tour. La sua strepitosa vittoria fa da valvola di sfogo della tensione italia­na. La passione sportiva decongestiona quella poli­tica. Con il trionfo di Briançon Bartali non ha salvato l'Italia ma ha dato il suo piccolo contribu­to, aiutando a sciogliere i grumi dell'odio. L'hanno salvata in tan­ti, ma è l'Italia stessa ha salvato se stessa perché, alla fine, a fatica, ha prevalso il buon senso. La polveriera non esplode. Ancora una volta la rivoluzione resta nel cas­setto. (Tratto da “L’Italia del 1948” di Marco Innocenti)

Ma il bilancio ufficiale è pesante: 9 morti e 120 feriti tra le forze dell'ordine, 7 morti e 86 feriti tra i civili. Sedici caduti in quarantotto ore. Tra questi, l’agente di PS di Corato, Giovanni D’Oria, ucciso a Taranto.

Quel 14 luglio Taranto è tutta imbandierata. Si sta preparando al grande avvenimento dell’indomani: l’inaugurazione della Fiera del Mare. È atteso il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Quando la notizia dell’attentato a Togliatti si diffonde rapidamente nella città, negli stabilimenti, nei cantieri, verso le 15,30 cortei di operai si riversano nel centro e, a migliaia, confluiscono verso la Camera del Lavoro, in piazza Eballa. Alcuni agenti in borghese, che si mantengono in osservazione ai margini dell’assembramento, sono riconosciuti e la folla si lancia contro di essi. Gli agenti cercano di difendersi, mentre viene informata la Questura.

Due agenti sono malmenati e feriti da una sassaiola. Sopraggiunge poco dopo il primo automezzo della Polizia contro il quale partono dalla folla dei colpi di arma da fuoco. Otto proiettili raggiungono la macchina e due agenti rimangono feriti. Il primo, il coratino Giovanni D’Oria, di anni 22, è gravemente ferito al fegato, il secondo, il brigadiere Vacca, al piede. Arrivano successivamente, nel giro di pochi minuti, altri reparti della Polizia, i quali per tentano di riportare l’ordine, fanno uso delle armi, sparando dapprima in aria e poi ad altezza uomo. La folla si sbanda lasciando sul terreno cinque feriti, che vengono trasferiti all’ospedale. La polizia riprende il controllo della situazione. L’agente D’Oria è trasportato invece all’ospedale militare.

Nel frattempo esponenti del Partito Comunista si recano dal Questore chiedendo che sia ritirata la forza pubblica. Il Questore risponde che avrebbe dato l’ordine solo quando la folla si fosse sciolta. Allora i dirigenti comunisti impongono ai dimostranti di raggiungere le proprie sedi e quindi la polizia abbandona la piazza. Intanto uno dei dimostranti ferito giunge cadavere all’ospedale e D’Oria versa in pericolo di vita, in quanto è arrivato all’ospedale militare con il fegato spappolato. L’inaugurazione della mostra è rinviata. Mentre viene proclamato lo sciopero generale per l’indomani. È preannunciato anche un comizio dei dirigenti comunisti di Taranto per informare su come si erano svolti gli incidenti la cui responsabilità è attribuita a dei facinorosi. In tarda serata arriva la notizia della morte di Giovanni D’Oria.

Il giorno sedici a Taranto sono tributate solenni onoranze all’agente D’Oria, laureando in giurisprudenza. Il corteo funebre è imponente, preceduto da numerosissime corone di fiori portate a braccia da poliziotti, studenti universitari, amici dell’estinto e operai. Procede tra due ali di folla che si accalca lungo il percorso in un’atmosfera di intensa commozione. Vi partecipano le rappresentanze di tutte le forze armate, dei partiti, dei sindacati e un folto gruppo di studenti universitari con il cappello goliardico. A Giovanni D’Oria verrà intitolata la caserma del nucleo celere della città dei “due mari”.

A Corato, secondo la testimonianza di Vitantonio Abbattista (“Lotte sociali e condizioni di vita a Corato, 1928-1982”) la manifestazione di protesta si svolge in modo sostanzialmente pacato sia pure in un clima di grande tensione: “La Federazione Provinciale Comunista di Bari mandò subito a Corato il compagno Vito Pappagallo, valoroso operaio combattente antifascista e perseguitato politico e un altro giovane compagno, i quali arrivarono a Corato verso le ore quindici sotto la calura di luglio per informare i comu­nisti e i lavoratori dell'accaduto e per organizzare un corteo di protesta e di solidarietà per Togliatti; i primi compagni già stavano in sezione e con quei compagni, Pappagallo iniziò il lavoro di preparazione del corteo.

Man mano che arrivavano gli altri compagni e lavoratori democratici avemmo modo di mobilitare molti di essi con le biciclette per chiamare gli altri dalle case; verso le 19,30 Pappagallo sali su un tavolo davanti alla sezione e parlò alla massa emozionata assiepata dinanzi al Partito Comunista, che era situato davanti alla piazza centrale del Municipio, spiegando come era avvenuto l’attentato a Togliatti. Poi il corteo di alcune migliaia di lavoratori sfilò in silenzio.

Tutti i comunisti e i lavoratori partecipanti al corteo camminavano a passo lento, con le facce serie, con i volti pensosi ma nervosi e palese­mente pieni di collera per il vile attentato; ogni tanto si sentiva gridare: Vi­va Togliatti!, Togliatti tornerà!

La polizia e i carabinieri erano fortemente preoccupati perché temeva­no che i lavoratori organizzassero una sommossa come già era avvenuto a Gravina e in altri comuni d'Italia. La CGIL nazionale proclamò per il giorno dopo lo sciope­ro generale di tutte le categorie che a Corato riuscì molto bene; l'attivi­tà cittadina si fermò per alcune ore e la sera si fece un altro corteo a cui par­teciparono molte persone”.

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