L’antivaiolosa a Corato nell’Ottocento

Un argomento relativo all'Ottocento, ma di grande attualità: la vaccinazione

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - mercoledì 02 maggio 2018
L'opera del pittore ​Demetrio Cosola intitolata "La vaccinazione nelle campagne nel 1894​"
L'opera del pittore ​Demetrio Cosola intitolata "La vaccinazione nelle campagne nel 1894​" © n.c.

L’importanza di una vaccinazione contro il vaiolo, eseguita su larga scala presso la popolazione, era convinzione da tempo acquisita dalla scienza medica già dalla fine del Settecento. La vaccinazione antivaiolosa rappresentò il tentativo di superare l’episodicità degli interventi e di attuare una politica sanitaria preventiva. Il vaiolo agli inizi dell’Ottocento presentava ancora i caratteri di una malattia endemica e i Borbone ebbero il buon senso di conservare le strutture amministrativo-sanitarie preposte all’esercizio ed alla diffusione della pratica vaccinica ereditate dal periodo francese.

A Napoli fu creato l’Istituto Centrale Vaccinico e, a livello periferico, le Commissioni Provinciali e le Giunte Municipali. Le norme, però, si contraddistinsero per la loro scarsa incisività, infatti le regioni meridionali furono colpite, nel 1837 e nel 1852, da nuove ondate di vaiolo. Non era semplice vincere le resistenze della gente dovute a pregiudizi circa l’inoculazione del “pus vaccinico”. Nel 1816 l’Intendente (il Prefetto dell’epoca borbonica) della Capitanata lamentava che la popolazione contrastasse la pratica del vaccino in quanto riteneva che solo la natura potesse salvare i loro figli e non la mano dell’uomo e della scienza dalla sciagura del “vajuolo”.

Per la diffusione della pratica vaccinica, i governi attribuirono un ruolo importante al clero, sia per la sua presenza capillare sul territorio e sia per il maggior credito di cui esso godeva presso le popolazioni. Alle omelie dei parroci fu affidato il compito di incoraggiare i fedeli verso le nuove pratiche mediche, facendo derivare la loro validità non da testi scientifici ma da testi sacri, come il Vangelo dei dieci lebbrosi. Ai parroci inoltre si diede l’incarico di tenere un registro dei vaccinati. La legge del 1821 imponeva a tutti i medici condotti l’obbligatorietà della pratica vaccinica il cui esercizio era riservato esclusivamente ai laureati in medicina, ma non fu per nulla rispettata.

Documenti del 1868 ci mostrano che la vaccinazione antivaiolosa a Corato era diventata piuttosto diffusa, con il Sindaco ed il medico condotto tenuti ogni semestre a comunicare alla Prefettura elenchi di bambini vaccinati nel primo anno di vita, con l’indicazione del luogo di nascita, della paternità, e del mese di vita in cui era stata praticata la vaccinazione. I numeri sembrano confortare la sensazione che si stesse sviluppando una nuova mentalità e disponibilità verso la vaccinazione.

Alcuni dati, non del tutto completi, relativi ai vaccinati a Corato:

1868 - 1068
1869 - 1492
1870 - 785
1871 - 1186
1872 - 780
1873 - 414
1874 - 851
1875 - 639
1876 - 612
1877 - 344
1878 - 983

Nonostante questi dati siano incoraggianti, eppure, secondo le relazioni del medico condotto responsabile delle vaccinazioni, il dottor Niccolò Frisi, il rapporto fra nati e vaccinati era senz’altro negativo. Commentava il medico vaccinatore nel 1872: “Finché la vaccinazione non sarà resa obbligatoria, si avrà sempre per risultato un numero basso di vaccinati”.

Solo nel 1888 la vaccinazione antivaiolosa fu resa obbligatoria per tutti i bambini.

Ma neanche allora la situazione migliorò sensibilmente. Il Sindaco, attraverso il messo comunale Andrea Fabiano, aveva comunicato a tutti i “professori” sanitari e ai farmacisti una circolare del Prefetto in cui si stabiliva che “l’arte salutare” doveva essere esercitata solo da soggetti autorizzati, mentre a Corato e un po’ dappertutto “persone fuori dell’arte” in modo illegale e arbitrario curavano ammalati e prescrivevano rimedi. Ai farmacisti era stato imposto di non dare medicinali senza regolari ricette.

Successivamente era giunta una nota del Sottoprefetto in cui si rimarcava che a Corato la vaccinazione dei “bamboli” era considerata di poca importanza e procedeva molto lentamente, come si evinceva dai registri dei vaccinati. Il medico responsabile delle vaccinazioni a Corato, il dottor Michele Anelli, attribuiva questa situazione a vari motivi:

- innanzitutto la popolazione di Corato, per indole, “aveva poca credenza nella vaccinazione a causa della malignazione altrui, che aveva il gusto di malmenare l’altrui condotta”;

- in Corato la vaccinazione era esercitata da troppe persone, non solo dai medici ma anche dai barbieri. I medici eseguivano le vaccinazioni nelle case dei loro “clienti”, ma non si preoccupavano di comunicare al “professore-vaccinatore” i nomi dei vaccinati, per cui gli elenchi così ridotti sui registri non corrispondevano alla realtà. L’aspetto peggiore, però, era rappresentato dalla baldanza dei barbieri che “s’investivano della qualità di professori vaccinatori” e “facevano inoculazioni” o in casa propria o in quella dei coratini. Per questo “la marcia”, il vaccino, “era dissipato, imbastardito e reso mancante al professore”.

Il professor Anelli ce l’aveva anche con il dentista, il quale “curava, spacciava medicamenti e faceva operazioni”. Così commentava: Si mantenga costui nell’arte di cavar denti, che è buono.

L’Anelli si lamentava anche del fatto che con difficoltà e fatica riusciva a procurarsi il “pus” e che spesso, quando arrivava il giorno stabilito per le vaccinazioni, lui rimaneva senza. Anche l’assistente che aveva presso di sé, il signor Carenza, il quale aveva il compito di avvisare le madri circa il giorno della vaccinazione, non veniva ascoltato o preso sul serio, per questo il “professore-vaccinatore” chiedeva al Sindaco l’intervento di qualche guardia municipale per costringere le madri a portare i figli nella casa del professore per farli “innestare” e a riportarli alla “maturazione della pustola”. E chiedeva anche un aumento per l’assistente, il quale girava in lungo e in largo per il paese, percependo la miseria di cinque centesimi a vaccinato. Questo trattamento era considerato una vera meschinità in confronto a quanto ricevevano altri impiegati comunali.

Nel 1918 si verificò un’epidemia di vaiolo iniziata con qualche caso sporadico nel mese di dicembre e con il massimo sviluppo nei mesi di maggio e giugno 1919. In tutto il periodo epidemico si ebbero 235 casi di vaiolo. Per la cura dei vaiolosi fu tenuto aperto il lazzaretto di San Giovanni e fu ordinata la rivaccinazione obbligatoria di tutti gli abitanti eseguita dall’Ufficiale Sanitario dott. Guastamacchia, dai cinque medici condotti e da tre medici liberi professionisti che nel complesso eseguirono 30.752 vaccinazioni. Il servizio di vaccinazione obbligatorio corrispose perfettamente all’intento di far cessare l’epidemia. Il raffronto con una precedente epidemia di inizio secolo aveva dato esito confortante:

nel 1903, quando in città vi era stata un’ecatombe con 391 morti su 1.073 casi accertati, nell’epidemia del 1918-‘19 su 235 casi accertati i morti erano stati “solo”182. E, tra l’altro, questo dato risulta “inquinato” dal fatto che nello stesso periodo era esplosa la terribile epidemia della “spagnola” che a Corato aveva mietuto un migliaio di vittime.

A proposito del morbillo, infine, in un dibattito in consiglio comunale sulla situazione sanitaria a Corato nel 1907, il consigliere Ripoli affermò: Siamo in un paese in cui i cittadini per malattie come il morbillo nulla vogliono far saper per non sottoporsi ai rigori dei provvedimenti che la legge commina, come l’isolamento.

Chi poteva immaginare che oltre un secolo dopo saremmo stati ancora a discutere sull’importanza e sulla obbligatorietà delle vaccinazioni.

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