La festa di San Cataldo nel 1868

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 06 marzo 2009
La festa di San Cataldo nel 1868
La festa di San Cataldo nel 1868 © n.c.

Nella prima metà dell’Ottocento, per sostenere le spese della festa più importante della città, c’era l’usanza da parte degli Amministratori Comunali di porre una tassa sul vino, un tornese a caraffa, a mo’ di oblazione, che non arrecava alcun danno economico alla popolazione.


Un altro dazio “pro San Cataldo” si riscuoteva su ogni “soma” o traino di cereali, frutti, civaie ed altri commestibili introdotti in Corato da “forastieri”. Senza questi introiti ed altre forme di oblazione la festa non poteva essere celebrata con quella “pompa e decenza che conveniva ad un sì Gran Santo”.

La riscossione di tali balzelli, però, sia pure effettuata a scopo devozionale, talvolta suscitava proteste e provocava litigi tra i forestieri e gli addetti alla esazione di tali dazi. Durante la festa del 1843, un tal Michele Fulco, che aveva esposto in piazza una certa quantità di “melloni”, si era rifiutato di pagare il balzello all’addetto alla riscossione, Pasquale Arbore.

E l’Arbore eseguì allora il “sequestro dei melloni con le proprie mani”. Per questo episodio il

Sottointentendente richiamò il sindaco : ”Non è questa la maniera di onorare i Santi, che trovandosi al godimento delle celestiali beatitudini, non possono volere che le loro festività si celebrino con danaro violentemente carpito”.

E così l’Autorità Distrettuale, poiché tali balzelli erano vietati dalle leggi e “non essendo accetti né a Dio né ai Santi”, li proibì tassativamente. Da allora furono ammesse solo le oblazioni volontarie.

L’Amministrazione, ovviamente, prelevava dal bilancio comunale per la festa somme abbastanza elevate in tempi di notevoli ristrettezze finanziarie. In una seduta del Consiglio Comunale del 1861 i consiglieri all’unanimità, “per alzata e seduta”, deliberarono di stanziare la somma di mille ducati per celebrare la festa dell’”Inclito Protettore San Cataldo”.

Una festa che si celebrava ogni anno “con la massima possibile pompa e magnificenza per l’indicibile devozione che il popolo aveva per un così miracolosissimo Santo”.


I documenti più antichi che descrivono la festa di San Cataldo nei minimi particolari risalgono al 1868, quando era sindaco Giuseppe Patroni Griffi. Era la festa più ricca di manifestazioni, a cominciare dalla fiera degli animali del 7-8 e 9 maggio. Quell’anno si stabilì che gli animali dovessero essere introdotti nella città ai primi albori del giorno; cavalli e bovini sarebbero stati esposti in vendita in Piazza San Giuseppe o Plebiscito, gli animali “pecorini” in Largo San Cataldo (Piazza C. Battisti).

Furono nominati maestri di Fiera, per risolvere qualsiasi questione che potesse sorgere, i signori Luigi Martinelli, Stanislao Quinto e Giuseppe Loiodice.

Qualche mese prima era stata nominata la Deputazione Maggiore per la festività di San Cataldo. Vi facevano parte il canonico don Luigi Zitoli e molti cittadini in vista, come il dottor Michele Ciccolella, il farmacista Mauro Lotito, l’avvocato Filippo Grilli, l’avvocato Filippo Patroni Griffi, il medico Giuseppe Bove e il proprietario Giuseppe Loiodice, sotto la presidenza del sindaco Giuseppe Patroni Griffi.

I deputati si impegnavano a compiere tutto il necessario perché “la festa riuscisse di piena soddisfazione del Paese”.

Successivamente fu nominata una Commissione per la raccolta, “con ogni possibile alacrità”, delle offerte spontanee per poter far fronte alle spese per la “musica in Chiesa”. Anche questa Commissione era costituita da personaggi importanti di Corato: Giuseppe Patroni Griffi, Cataldo Bucci, Vincenzo Tedeschi, Francesco Quinto, Giuseppe Ciccolella, Antonio Capano e Michele Capano con funzioni di cassiere. La Deputazione stabilì che le entrate e le uscite, dopo la festa, sarebbero state rese “di pubblica ragione”.

Le varie categorie di artigiani e commercianti, allevatori e contadini, organizzati anch’essi in deputazioni, offrirono le loro oblazioni in onore del santo. I “caffettieri” 17 ducati, i “vinattieri” 20, pastori, caprai, vaccai e giumentari 12, i contadini 12, i panettieri 3.

Quell’anno la festa sarebbe durata quattro giorni, dal 15 al 18 maggio. Il giorno principale il 17.

Era usanza in quel periodo bandire una specie di gara fra i cittadini che dovevano portare il “baldacchino” durante la solenne processione del giorno 17. “Essendosi presentati moltissimi concorrenti e riuscite inutili tutte le pratiche per conciliare col sorteggio tutte le pretese, unico mezzo ad impedire le dispiacenti e bugiarde voci di favoritismo e di precedenza, si è dovuto, nostro malgrado, addivenire ad una gara” .

Dopo diverse offerte a favore del Santo, furono finalmente scelti i sedici portatori del baldacchino, che avrebbero sborsato anticipatamente, a titolo di devozione, la somma di 81,60 lire e con l’obbligo “espresso e tassativo”, per la dignità del paese, di presentarsi alla processione vestiti con decenza e con guanti bianchi.

Un altro elemento fondamentale dell’organizzazione della festa era “la pompa degli apparati”, l’addobbo e le luminarie. Quell’anno fu firmato un contratto con un tal Grieco Scipione di Canneto, apparatore, che prometteva “un parato lussuoso e architettura napoletana”. Il contratto prevedeva la costruzione di una “macchina” per San Cataldo, alta novanta palmi e larga sessantacinque, “guarnita” con venti piramidi alte diciotto palmi.

Per l’illuminazione il Grieco si impegnava per tre sere consecutive ad illuminare non solo la “macchina” ma l’intera circonferenza dello stradone da ambo i lati, ed anche le altre strade principali della città. L’apparatore avrebbe impiantato dei pilastri ornati intorno alla stradone e fra un pilastro e l’altro “sarebbe corsa” una corda ricoperta di frasche per sistemare i bicchieri adatti all’illuminazione. I lumini ad olio sarebbero stati accesi per quattro ore a sera e avrebbero dovuto dare sempre una luce “viva e splendida”.

La spesa per l’installazione della macchina e dei pilastri era di 425 lire, mentre per l’illuminazione il Grieco si accordò per cinquantacinque lire ogni mille lumi accesi a sera. In caso di lumini spenti la multa a carico dell’apparatore era di cinquanta lire ogni cento lumini spenti. In quella festa furono utilizzati 8078 lumini (!).

Nel rendiconto finale della festa risultano anche le spese per i “pallonisti”. Furono ricompensati i fratelli Campanale di Ruvo per cinque “macchine aerostatiche”, il signor Squicciarini per tre macchine, il signor Felice Pastore per trecento palloncini e per due aerostatici a forma di stelle.

Non potevano poi mancare i fuochi d’artificio. Per l’apertura della fiera furono sparati cento colpi, una batteria di settecento colpi fu sparata a mezzogiorno il giorno 17 alla messa cantata, altre centinaia di colpi esplosi il giorno 16 a mezzogiorno e al tocco dell’Ave; ad ogni uscita delle bande in giro per la città cinquanta colpi.

La stampa del programma fu realizzata dalla tipografia Cannone di Bari. In quei giorni anche il banditore del paese, Giuseppe Galas, dovette lavorare e guadagnare più del solito. Andò in giro per la città ad annunciare l’inizio della novena, la chiamata dei devoti per accompagnare la statua di legno del Santo alla macchina il giorno 16. Ci furono poi due “annunzi per il pallio e il palliotto”.

L’atmosfera della festa veniva creata anche dalla banda che girava per le vie della città già alcuni giorni prima. In quell’epoca Corato non aveva una sua banda, perciò si fece ricorso a bande forestiere. Tante bande.

Quella di Locorotondo per quattro giorni, la banda di Casamassima per tre giorni, la banda di Acquaviva per tre giorni, la banda di Palo del Colle per due. Le bande, oltre a portare musica per le strade, si esibirono anche su due orchestre in legno sistemate, una in largo Santa Maria Greca e l’altra in largo Calvario Vecchio. Una terza orchestra fu allestita nella Chiesa Matrice.

La messa cantata del giorno 17 fu eseguita da ben trentasette “professori musicali” provenienti da Taranto e da Foggia.

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