L'intervista

Le stories su Instagram diventano un horror. Paolo Strippoli racconta "Senza tenere premuto"

Il giovanissimo regista coratino firma con Salvatore De Chirico uno short film girato interamente con lo smartphone. E c'è chi lo definisce il corto più rivoluzionario dell'anno

Spettacolo
Corato lunedì 11 marzo 2019
di Francesco De Marinis
Salvatore De Chirico e Paolo Strippoli
Salvatore De Chirico e Paolo Strippoli © Maria Di Stefano

@Iamchiara è una giovane studentessa che vive la sua vita tra aperitivi, discoteche e Instagram stories. Una notte perde il suo smartphone e a trovarlo è una persona misteriosa che inizia a seguirla e a postare tutto sul suo account in una spirale angosciante che cresce di storia in storia. "Senza tenere premuto", corto scritto dal coratino Paolo Strippoli e dal terlizzese Salvatore De Chirico, è interamente girato con uno smartphone. Il soggetto diventa mezzo per realizzare un horror che ha il sapore dei film di Dario Argento: guardone, perverso e terrificante.

Gloria Satta de Il Messaggero definisce "Senza tenere premuto" «Il corto più rivoluzionario dell'anno». Anche Vanity Fair tesse le lodi di questo horror costruito quindici secondi alla volta. Di fatti il lavoro di Paolo e Salvatore ribalta i canoni classici del cinema utilizzando uno strumento narrativo così diffuso ma mai utilizzato sul grande schermo. Strumento che Paolo Strippoli e Salvatore De Chirico conoscono bene. Giovanissimi, 25 anni il regista con all'attivo già alcuni corti, 28 lo sceneggiatore che lavora per Leone Group. Instagram è pane quotidiano.

Come nasce Senza tenere premuto?

Salvatore. Nasce in una giornata calda, troppo calda, di agosto, al mare, proprio qui in Puglia. Paolo odia il mare e le spiagge affollate, allora per convincerci a restare un po' con lui mentre aspettavamo il panino, ci ha raccontato un'idea tanto semplice quanto geniale nella sua urgenza di essere raccontata. Io gli ho suggerito il titolo e lui mi ha proposto di scrivere insieme la sceneggiatura.

Avete detto di ispirarvi al cinema di Dario Argento e di Haneke, in che modo?

Paolo. Le soggettive del criminale che spia o segue la vittima sono un topos di certo cinema horror che si faceva in Italia negli anni 70 e 80. Un horror che mi piace per questo definire voyeuristico e ha tra gli esponenti di spicco proprio Dario Argento. Mi piaceva l’idea di poter attualizzare quelle soggettive, tradurle in una forma più contemporanea e tecnologica.

Salvatore. Haneke è l'autore che secondo me, meglio di chiunque altro, è riuscito a mettere in scena il male, sondarne l'abisso. A volte lo ha nascosto, altre lo ha spettacolarizzato. Un male che può essere invisibile, restare fuori campo, nascondendosi in quello che ci sembra vicino, familiare, sicuro. Caché (Niente da nascondere) è il film che senza alcun dubbio mi ha influenzato di più nella scrittura di Senza Tenere Premuto.

Sempre più spesso i registi che realizzano film horror utilizzano la videocamera come elemento centrale per terrorizzare il pubblico, per far crescere l'angoscia e rendere il risultato sempre più reale. Mi viene in mente Cannibal Holocaust ma anche roba tipo Rec o Cloverfield. Sebbene i soggetti siano diversi, c'è qualche spunto di questi film nel vostro corto?

Paolo. Il nostro corto è a tutti gli effetti un found footage, come Rec o Cloverfield ma la peculiarità di avere i tempi dettati da Storie Instagram che si susseguono una dopo l’altra (simulando così un’assenza di montaggio in senso classico) lo fa somigliare più al secondo che al primo.

E la produzione? Come è stato costruito il corto e come l'avete girato?

Salvatore. Il corto è stato realizzato grazie alla fiducia e alla voglia di rischiare di tre giovani produttori di grandissimo talento, Francesca Andriani e Guglielmo D'Avanzo con la loro 10D Film e Carlotta Galleni. Hanno creduto sin dall'inizio nelle potenzialità e nell'originalità del progetto e ci hanno garantito le condizioni produttive ottimali per realizzare questo corto. Ringrazio anche Luigi Pezzilli di P&Co che ha creduto e sostenuto Senza Tenere Premuto. Il corto è girato con un Iphone, ma questa non è una novità. Ci sono già diversi film realizzati con lo stesso mezzo, penso a Tangerine di Sean Baker e ad Unsane e High Flying Bird di Soderbergh.

Colpisce un tema sollevato nell'intervista con Vanity Fair. Il mondo della comunicazione sta imparando a digerire una visualizzazione verticale, quasi inedita su altri canali al di fuori da internet. Può funzionare altrove, tipo al cinema? Il futuro guarda in quella direzione?

Paolo. Il 9/16 è il formato più familiare per le prime generazioni cresciute con lo smartphone tra le mani, dunque è il momento giusto per imparare a raccontare storie anche in questo modo. Tuttavia non credo che il verticale e lo screencast siano il futuro. Sarà solo un altro genere, un’altra forma di narrazione che si perfezionerà nel tempo e ci regalerà grandi storie. Il cinema nella sua forma più classica non può e non deve morire.

I temi di "Senza Tenere Premuto". Primo: l'ossessione dell'apparire, la superficialità dell'attuale generazione giovane. Che ne pensate?

Salvatore. Non mi piace l'idea di dare un giudizio assoluto, soprattutto se negativo, su una generazione più giovane della mia. E con Senza Tenere Premuto abbiamo scelto di raccontare una storia, ma non con una postura giudicante. Anzi, noi siamo i primi ad usare ed abusare dei social. Quindi se c'è una denuncia è in primis un'autodenuncia. Però c'è una cosa che mi fa paura: leggevo una ricerca di un'importante università americana che sosteneva che per colpa dei social, Instagram in particolare, saremo la generazione con più casi di depressione di sempre. L'idea di confrontarsi costantemente con la felicità, la bellezza, la ricchezza degli altri, ci crea una dispercezione delle nostre vite. A maggior ragione perché le confrontiamo con delle immagini mediate, filtrate e tante volte bugiarde.

Secondo: la dipendenza dal cellulare. Ce la fareste a resistere un mese senza social?

Paolo. Sicuramente. Ma non voglio. Perché dovrei? I social aprono un mondo di possibilità. Non ci voglio rinunciare per un mese intero.

Salvatore. L'ho fatto, due anni fa. Mi ero reso conto di esserne diventato dipendente. Poi ho letto un saggio, L'arte di Scomparire e ho scelto di eclissarmi per un mese. Mi ha fatto bene, ora li vivo più tranquillamente e li utilizzo tantissimo. Ti permettono di fare tantissime cose, come scrivere e pensare un corto su Instagram.

Chi è Chiara Mancuso?

Salvatore. Chiara è una ragazza come tante, che ama usare Instagram per raccontare la sua quotidianità. Abbiamo studiato in maniera assolutamente filologica centinaia e centinaia di profili Instagram di ragazze che somigliavano al personaggio che avevamo in mente, per poter restituire una persona reale nel linguaggio, nei gesti, negli ambienti che frequenta e nella sua auto-narrazione social, eliminando qualsiasi elemento che potesse renderla farsesca o esagerata.

Questa domanda è un po' esistenzialista: perché le storie su Instagram hanno tutto questo successo? Cosa spinge una persona a vedere 10 secondi di una persona che avrai visto mezza volta nella vita mentre mangia un'insalata?

Paolo. Per me è semplicemente questo: l’immediata e irresistibile illusione dell’ubiquità.

Dov'è possibile vedere il vostro corto?

Salvatore. Non vediamo l'ora di potervelo mostrare, ma al momento stiamo lavorando alla sua prima in un festival. Il corto sarà distribuito da Premiere Film che è la società leader in Italia per la distribuzione festivaliera di cortometraggi.

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