L'intervista

Un messaggio di libertà per un nuovo inizio: ecco "Due treni" di Aelle

Lui è Alessandro Lauretti, giovane cantautore coratino che lo scorso 24 luglio ha esordito sulla scena musicale con il suo primo brano da solista, "Gaia", e che dallo scorso 26 febbraio ha pubblicato il secondo singolo "Due treni"

Spettacolo
Corato lunedì 05 aprile 2021
di Angela Iannone
Alessandro Lauretti, in arte Aelle
Alessandro Lauretti, in arte Aelle © n.c.

"Una volta che trovi qualcosa di buono, Max, devi averne cura. Devi lasciare che cresca". (dal film Un’ottima annata). In un periodo di privazioni, di continue restrizioni e sacrifici come quello che stiamo vivendo da circa un anno, c’è chi non si è lasciato sopraffare dal senso di “assuefazione spirituale” ma, al contrario, ha sperimentato e praticato la sua passione lasciando sbocciare quel “girasole”, simbolo di spensieratezza e solarità, che è insito in ogni anima artistica.

Fresco, leggero, ma anche molto introspettivo ed empatico. Lui è Alessandro Lauretti, in arte Aelle, giovane cantautore coratino che lo scorso 24 luglio ha esordito sulla scena musicale con il suo primo brano da solista intitolato "Gaia" e che dallo scorso 26 febbraio ha pubblicato il suo secondo singolo "Due treni", prodotto a distanza con Davide Maggioni (Matilde Dischi) e che sarà pubblicato con Maionese Project e distribuito da Artist First.

"Due treni" parla di distanze ormai incolmabili tra due persone che preferiscono lasciare le catene che li tenevano legati e prendere due strade, due direzioni, due treni diversi. A volte è meglio dirsi addio e conservare un ricordo acceso, vivo, piuttosto che continuare un rapporto ormai freddo basato sull'abitudine e sulla routine. In amore come in amicizia o in famiglia. E non c'è niente che nessuno dei due possa fare o dire per cambiare la fine. Questa piccola storia universale si poggia su un arrangiamento moderno, che unisce diversi generi: strofe vicine al rap cantautorale, ritornello r'n'b, chitarre melodiche dall'indie pop contemporaneo e un assolo alternative rock.

A fare da cornice a queste piccole storie quasi cinematografiche, ci sono elementi provenienti dai più svariati generi: le chitarre dal rock, le melodie catchy del nuovo indie pop, batterie elettroniche moderne e synth anni '80, a formare una miscela che vuole essere fresca e originale, con un occhio di riguardo verso i testi, fulcro del progetto, che raccontano storie universali pur descrivendo situazioni e scene estremamente dettagliate.

Come nasce il tuo legame con la musica?

La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Ricordo che da bambino cantavo fingendo che il letto fosse un palco e la spazzola fosse il microfono. Per il Natale del 2004 ho ricevuto una batteria giocattolo, durata letteralmente fino a Santo Stefano (ride, ndr).  Anni dopo, al liceo, ho iniziato a suonare una chitarra che avevo comprato e abbandonato da tempo: pensavo fosse più facile e bastasse imbracciarla per imparare a suonare, come nei film. La scintilla è stata la scoperta dei classici rock, volevo fare colpo su una ragazza: non è andata granché, però da quel momento non ho più smesso, mi faceva stare bene e per la prima volta mi sentivo davvero in grado di fare qualcosa. 

E come nasce Aelle?

Aelle nasce nella primavera del 2020, insieme ad un cumulo di canzoni frutto di quei mesi assurdi che tutti abbiamo vissuto. Ero attivo da tempo nella scena rock/pop della zona e ho suonato con diverse band, tutte molto utili per macinare esperienze e farmi le ossa, però col tempo ho capito che la mia dimensione è quella del solista. Dopo tutti quei mesi persi, mi son detto che non avevo più niente da temere né tempo da sprecare e mi son lanciato col primo singolo totalmente autoprodotto.  Ho avuto la possibilità in quei mesi di mettere a fuoco chi ero e cosa volevo dalla mia musica, mettendo insieme tutte le vaste influenze che mi hanno segnato nel corso degli anni.

Quali sono state le esperienze che ti hanno maggiormente formato?

Musicalmente devo tantissimo alla scoperta di Bruce Springsteen, lo dico spesso e lo ripeterò per sempre: mi ha stravolto la vita. Spero di avvicinarmi anche lontanamente ai suoi testi e alle sue immagini, al suo mondo e al suo modo di comunicare con le persone.  È stato guardando i video dei suoi concerti che mi son detto: "Ok Ale, è questo che voglio."

A proposito di messaggi, i testi di Gaia e Due Treni ne sono ricchi: dalla spensieratezza e libertà delle ragazze dopo periodi bui, metafora di girasoli, agli incoraggiamenti, alla consapevolezza della fine di una storia. Quanto è importante, nel mondo musicale in cui viviamo, avere davvero qualcosa da dire? La musica è ancora in grado di influenzare l’opinione pubblica (anche senza fare politica)?

La musica, e l'arte in generale, ci influenzano costantemente senza che ce ne accorgiamo, che ci piaccia o no.  Nel mio caso non è politica in senso stretto, ma è sociale: mi piace di tanto in tanto lanciare dei messaggi che mi stanno a cuore.  Nel primo singolo "Gaia" ad esempio parlo, tra le altre cose, anche di taboo che andrebbero superati.  Mi piace destabilizzare e lasciare un dubbio in chi mi ascolta:  anche in "Due treni" sono stato ambiguo per scelta, perché nel testo non viene mai specificato che tipo di relazione c'è tra i due protagonisti, né il loro sesso, né il loro orientamento. Abbiamo bisogno di scardinare vecchi pregiudizi e vecchie visioni del mondo ormai superate, e in questa battaglia la musica può giocare un ruolo fondamentale, soprattutto tra i giovani.  In questo senso la mia musica è (anche) politica e per me è fondamentale avere qualcosa di vero, di autentico da dire, un messaggio da lanciare in primis a me stesso, e poi magari a chi ha voglia di ascoltarmi. 

Che musica ascolti e a quali artisti ti ispiri di più per la tua musica?

Oltre al già citato Bruce Springsteen, ascolto tantissima musica diversa: ho scoperto l'anno scorso il rap e me ne sono innamorato soprattutto grazie a Mecna e Madame. Sono cresciuto con i classici del rock, e di tanto in tanto li ascolto ancora nei momenti di nostalgia.  Una tappa importantissima è stata la scoperta della musica italiana che avevo sempre snobbato: l'indie degli ultimi anni mi ha fatto avvicinare alla scena italiana e mi ha portato a scrivere nella mia lingua, permettendomi di esprimermi al 100%. Di notte invece mi piace far partire dei pezzi ambient, mi rilassa molto e mi aiuta a dormire meglio. 

È molto interessante che il brano Gaia, frutto dei primi mesi di lockdown, ti abbia portato ad elaborare una canzone che racchiude una serie di storie e vicende di ragazze e ragazzi che vogliono solo “cantare, ballare, scoprire perché”. Nel brano i verbi sono declinati al femminile. Quanto c’è di Gaia in te?

Esordire praticamente da un giorno all'altro senza preavviso con un singolo come "Gaia" è stata una scelta precisa. Son contento tu abbia notato che tutti i verbi sono declinati al femminile e che tutta la canzone sia ambientata dal punto di vista di una ragazza. Avevo la necessità di farlo perché vedo spesso non solo nel mondo, ma anche nella scena musicale, troppo maschilismo tossico, e nel mio piccolo volevo dimostrare che non c'è niente di più sbagliato. Infatti, Gaia non è una ragazza sola: è un collage di persone che conosco e di altre persone che ho sfiorato solo con l'immaginazione.  E poi Gaia sono anch'io, adoro i girasoli e in quel periodo volevo soltanto cantare, ballare e stare bene a tutti i costi. 

Il tuo ultimo singolo, “Due treni", rappresenta più un messaggio di speranza dopo la fine di una storia o più il senso di resa di fronte ad una situazione che non può cambiare?

"Due treni" è consapevolezza, forse un po' malinconica, di una fine. Si tratta di dirsi addio per sempre, conservando un ricordo bellissimo di quello che è stato, piuttosto che continuare una relazione (di qualsiasi tipo) basata sull'abitudine, sulla routine. È stata pubblicata con Maionese Project/Matilde Dischi e distribuita da Artist First, realtà che stimo molto e che ringrazio per l'opportunità. 

Spesso i treni diventano metafora delle nostre vite o del flusso dei nostri pensieri. Come ti hanno ispirato nella scrittura di “Due treni”?

"Due treni", però, è anche speranza, in un certo senso. Amo i treni (quando non sono in perenne ritardo), ne ho presi migliaia nel corso della mia vita: per la scuola prima, per l'università poi, per le band, le ragazze, gli amici. Vedo la stazione come un luogo estremamente stimolante, pieno di vita e di persone che portano con sé non solo bagagli, ma anche le loro storie: è bello immaginare dove andranno, cosa faranno, chi incontreranno, chi riabbracceranno quei volti sconosciuti.  Per me il treno è metafora della possibilità di partire quando ti pare per andare dove ti pare, mi dà un grande senso di libertà.  Ho iniziato a scrivere "Due treni" proprio in stazione dopo aver salutato un vecchio amico che avevo perso di vista a poco a poco, e da lì è partito un piccolo film nella mia testa: mi è bastato lasciarmi guidare dalle immagini, dalle sensazioni, dai colori, dai gesti dei due personaggi.  Io scrivo in questo modo, come se dovessi mostrare le mie canzoni a chi non può vedere, o almeno mi piace (e mi aiuta) pensarla così. 

Progetti futuri che vorresti realizzare?

Il futuro è un enorme punto interrogativo. Sto scrivendo e sto producendo qualche demo per me e per altri artisti con cui c'è stima reciproca, quindi probabilmente arriveranno nuovi singoli, e poi chissà. Avrei dovuto iniziare le riprese del videoclip di "Due treni", ma la nuova zona rossa mi ha tagliato le gambe e al momento è tutto fermo. Infine, come tutti i musicisti, spero di tornare a suonare e cantare dal vivo già da quest'estate: è quello che più mi manca e non vedo l'ora di portare in giro lo spettacolo che ho pensato in questi mesi.

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