​“In paupertate splendor”

Chiesa e convento dei Cappuccini, lo splendore nella povertà: «Prezioso lavoro di ricerca e studio»

“In paupertate splendor - La chiesa e il convento dei Cappuccini a Corato tra memoria storica e prospettive future” è il titolo del libro che sarà nelle edicole tra alcuni giorni

Cultura
Corato domenica 22 novembre 2020
di Pasquale Tandoi
La chiesa e il convento dei Cappuccini a Corato. Dipinti murali del 1782
La chiesa e il convento dei Cappuccini a Corato. Dipinti murali del 1782 © Pasquale Tandoi

“In paupertate splendor - La chiesa e il convento dei Cappuccini a Corato tra memoria storica e prospettive future” è il titolo del libro che sarà nelle edicole tra alcuni giorni. La pubblicazione è stata curata dalla prof.ssa Angela Paganelli, che si è avvalsa del contributo di un gruppo di lavoro, tutto al femminile, costituito da esperte con competenze diverse e complementari: l’architetto Ada Loiodice, l’archeologa Serena Petrone e le studiose di Storia dell’Arte Tiziana Monterisi, Michela Petrizzelli e Maria Pia Sardano.

“Lo splendore nella povertà” è un prezioso lavoro di ricerca e di studio che analizza con un taglio storico-artistico la realtà coratina di quel ramo riformato del francescanesimo che prese il nome di Cappuccini. L’opera non analizza solo la storia di una chiesa e di un convento, ma mette in evidenza come nell’esistenza di una piccola comunità monastica si riverberano in molte occasioni anche le vicende degli abitanti di Corato, in una fitta trama di microstorie che intercettano spesso la Storia dei grandi eventi.

In una elegante veste grafica, corredata di numerose immagini a colori realizzate dal fotografo Domenico Messa, il libro, edito da Ed Insieme di Terlizzi, con il sostegno di Forza Vitale, una delle più apprezzate aziende italiane del comparto fitoterapico, offre un contributo di notevole interesse alla conoscenza delle nostre radici. È uno squarcio di luce nella nebbia che ancora avvolge la ricostruzione di tanti lontani periodi della storia cittadina.

Dopo il Concilio di Trento, dalla seconda metà del Cinquecento a tutto il secolo successivo, in Puglia è tutto un proliferare di insediamenti di ordini regolari maschili e femminili. La Chiesa cattolica, nell’ambito dello spirito della Controriforma, intensifica in modo capillare la sua presenza sul territorio.

Il libro parte da un’indagine sui tre monasteri maschili (Domenicani, Minori Osservanti e Minori Conventuali) e su quello femminile delle Benedettine, esistenti a Corato nel XVI secolo. In seguito, nel 1594, in città arrivano i Cappuccini. Vari documenti testimoniano di un forte legame con la popolazione, che aveva contribuito con le sue “limosine” alla costruzione della chiesa-convento. Nonostante la loro dimora fosse distante, inizialmente, circa mezzo miglio dalle mura, questi monaci mendicanti non costituirono mai una comunità religiosa avulsa dal contesto cittadino, ma ne furono parte integrante. Come dimostra, per esempio, l’opera misericordiosa, ma terribilmente rischiosa, che essi svolsero durante l’epidemia del 1657, quando il convento fu adibito a lazzaretto per i contagiati. “Tutti i giardini e i cortili contigui alla nostra chiesa erano pieni di persone aggravate dalla peste”.

Agli inizi dell’Ottocento la Grande Storia irrompe nelle realtà conventuali di Corato. Nel 1806 le truppe napoleoniche portano sul trono di Napoli Giuseppe Bonaparte e due anni dopo Gioacchino Murat. Tra i primi atti dei sovrani francesi c’è la soppressione di numerosi ordini monastici, e fra questi il convento dei Conventuali e quello dei Minori Osservanti di Corato. Nella lista c’è anche quello dei Cappuccini, i quali, però, riescono a resistere sino al ritorno dei Borbone. Successivamente, a seguito di un altro grande evento, la nascita del regno d’Italia nel 1861, viene decretata la soppressione definitiva di tutti i monasteri maschili e femminili di Corato.

Chiuso il convento, tante testimonianze della vita dei Cappuccini che si erano accumulate in più di due secoli, sono andate disperse per sempre: quadri, statue, altari e un patrimonio librario.

Ma la storia della chiesa-convento è continuata con altre finalità, soprattutto di carattere filantropico, e con altri protagonisti. Nel 1867-68 viene istituito un asilo infantile, voluto dall’Arciconfraternita del Sacro Monte e affidato alla funzione educativa delle Suore di Ivrea. Nel 1917 è intitolato alla regina Elena. La vita dell’opera pia procede tra mille difficoltà, soprattutto di carattere finanziario, sino agli anni Cinquanta. Nel decennio successivo, don Luca Masciavè, con tenacia, coraggio e la valida collaborazione di un gruppo di volontari, riesce a raggiungere uno straordinario obiettivo: fare degli spazi dell’ex convento un luogo di pubblica utilità. Oggi in quel complesso sono allocati la scuola materna “Regina Elena”, la “Casa protetta Dono di speranza” e il “Centro aperto Diamoci una mano”.

La lunga storia del piccolo monastero dei Cappuccini, iniziata nel 1594, prosegue, quindi, con opere altamente meritorie, sempre più inserita nel tessuto sociale coratino.

L’indagine svolta dal gruppo di lavoro coordinato da Angela Paganelli è a 360°. Oltre alla storia, c’è l’arte. Sebbene la chiesa, sia la facciata che l’interno, abbia uno stile semplice, essenziale, in sintonia con la “regola” di povertà e sobrietà dell’ordine cappuccino, contiene, comunque, dei “tesori”, che nel libro vengono accuratamente esaminati e descritti: le otto tele superstiti all’interno della chiesa (delle circa trenta menzionate in un inventario del 1815), le decorazioni e i dipinti murali del 1782 presenti nella sacrestia e nello studiolo, gli argenti di scuola napoletana (fra cui un calice del 1735), i paramenti sacri (molti dei quali ricamati in oro). Il capitolo finale, poi, riguarda le due bellissime grandi tele di “importazione”, il San Nicola in Cattedra del pittore fiammingo Gaspar Hovic, databile verso la fine del Cinquecento, e la Pietà ai piedi della Croce di Oppido Materano, commissionata dall’Arciconfraternita del Sacro Monte e realizzata nel 1614. Entrambe provengono dalla chiesa del Monte di Pietà crollata nel 1922.

In conclusione, quale valore attribuire a questo impegnativo lavoro di ricerca a più mani? Non solo quello della conoscenza approfondita di un segmento del passato coratino, ma anche la funzione “pedagogica” di “educare alla storia”. Come si evince dalle parole finali di Angela Paganelli nella presentazione: “Abbiamo e coltiviamo la certezza che una comunità quanto è più consapevole della propria storia tanto più convintamente si lega al proprio territorio e, amandolo, lo difende e se ne prende cura”.

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