Il racconto attraverso i suoi scritti e le parole del figlio Vito

La storia di Vincenzo Ferrara: cent'anni fa fondò la sezione del Pci e fu perseguitato dai fascisti

Cento anni fa, insieme ad altri sedici braccianti, diede vita alla sezione locale del partito. Le sue idee politiche furono osteggiate durante tutto il periodo fascista e finì diverse volte in carcere

Attualità
Corato lunedì 25 gennaio 2021
di Francesco De Marinis e Fabio Di Gennaro
La medaglia ricevuta da Vincenzo Ferrara per i 50 anni di fedeltà al Partito Comunista Italiano
La medaglia ricevuta da Vincenzo Ferrara per i 50 anni di fedeltà al Partito Comunista Italiano © n.c.

Vito Ferrara, classe 1941, conserva con sé gran parte della storia del Partito Comunista di Corato. Tessera numero 1 di Rifondazione, una vita spesa per il partito. «L'ho rifondato io nel 1990, dopo la Bolognina», dice orgoglioso. Vito è figlio di Vincenzo Ferrara, uno dei diciassette braccianti che, pochi giorni dopo la nascita del Partito in seguito alla scissione di Livorno dal Partito Socialista nel gennaio del 1921, fondarono la sezione di Corato intitolata a Karl Liebknecht, politico e avvocato tedesco, nonché figura storica del socialismo teutonico.

La storia - raccontata nel libro "Corato in camicia nera" di Pasquale Tandoi - narra che quella notte di gennaio di cento anni fa. Ferrara e i suoi compagni sostituirono la tabella presente al Circolo Giovanile Socialista con una del Partito Comunista d'Italia. Sono noti i nomi di tutti gli uomini che quella notte diedero vita al Pci cittadino. Oltre a Ferrara c'erano Bove Savino, Lasorsa Cataldo, Masciavè Francesco, (trasferitosi poi a Biella), Lastella Francesco, Avella Domenico, Strippoli Cataldo, De Santis Vito, Scaringella Leonardo, Malerba Michele (passato al fascismo il 1922), Di Caterino Pasquale, Caterino Antonio, Diasparra Benedetto, Diasparra Ruggero, Arbore Salvatore, Venitucci Vito e Locatelli Filippo. Corato, sin dagli albori del Pci, ha rappresentato una città forte sul territorio per il partito. Dei 192 iscritti in provincia di Bari nel 1921 e Corato ne contava 16. A Bari, il Comune con più tesserati (perlopiù ferrovieri), erano 35. 

Vincenzo Ferrara è stato anche un perseguitato politico durante il fascismo. Il suo nome è presente nell'archivio della resistenza della Fondazione Gramsci dove è possibile leggere le memorie scritte di suo pugno fino al 1944. La sua storia è in quei 16 fogli vergati a mano, in bella calligrafia e s'intreccia con quella del Partito Comunista nella nostra città.

Dopo aver combattuto la Prima Guerra Mondiale, Vincenzo scoprì la politica e il comunismo a Trieste, dove faceva la guardia carceraria. «Il primo contatto lo ebbi con ufficiali dell'esercito - si legge nella sua breve autobiografia - i quali erano sotto processo per fatti politici al carcere del Coroneo. Noi a turno andavamo a montare la guardia al carcere. Un giorno, mentre i detenuti erano a passare la solita ora d'aria, uno di essi si avvicinò a me per vedere cosa stavo leggendo (...) fai male - mi disse - a leggere quelle porcherie. Stavo leggendo le avventure di un poliziotto americano. Devi leggere questo giornale e mi dette l'Avanti (quotidiano del Psi). Da quel giorno andavo sempre a comperare l'Avanti! e cominciai a capire che i primi smobilitati lottavano per il lavoro che non avevano trovato».

Tornato a Corato partecipò alla fondazione del Pci mentre il fascismo avanzava in tutta Italia. A Trieste, dove era tornato per lavorare come manovale, fu quasi ucciso da un gruppo di fascisti. Nel 1922 fu arrestato assieme ad altri compagni in seguito ad uno sciopero. Solo la mediazione del sindaco socialista Federico Quinto gli permise di tornare in libertà. La giunta cadde l'agosto di quell'anno, piegata dalla violenza fascista.

Si finiva in carcere per poco, come possedere copie di un giornale comunista. Vincenzo iniziò a farsi spedire il "Sindacato Rosso". La soffiata di un postino, lo portò davanti alla sede del Fascio dove fu costretto a scrivere una lettera alla direzione del giornale nella quale chiedeva la sospensione della pubblicazione. Con una seconda lettera riuscì a far spedire alcune copie a casa di suo zio. Una notte i poliziotti fecero irruzione in casa di Vincenzo e arrestarono lui, suo fratello e suo padre. In carcere trovarono anche lo zio che riceveva i giornali per corrispondenza. 

Il clima era diventato rovente e decise di emigrare a Torino. La sua permanenza in Piemonte durò fino al '26 e, tornato a Corato, i suoi vecchi compagni stentarono a credere che il partito esistesse ancora. Nel tentativo di riorganizzarlo finì ancora in carcere, nel 1928. Questa volta fu messo sotto processo a Roma, davanti al Tribunale Speciale con l'accusa di propaganda e appartenenza al Partito Comunista e condannato a 2 anni. 

Gli anni seguenti furono complicati. Guardato a vista senza la possibilità di uscire dal paese, tenuto a distanza da chi non era simpatizzante del partito. Riuscì a sposarsi nonostante i genitori della sua fidanzata osteggiassero il matrimonio. Nel '35 si trasferì a Potenza senza avvisare la Polizia. Fu rintracciato subito e l'azienda per cui lavorava lo licenziò in tronco. «Tornato a Corato - scrive- mi fu fatta la paternale dal Commissario di P.S. "Noi ti scoviamo anche se vai all'inferno"».

Riuscì a evitare di essere ancora arrestato fino alla fine della guerra. Nel '41 nacque suo figlio Vito. «Non ricordo molto di quel periodo perché ero piccolino. - racconta - Sapevo che era un personaggio scomodo durante la dittatura fascista e che partecipava a riunioni clandestine. Mi raccontava che doveva sempre avere il foglio di via da parte della Polizia, anche per andare in campagna».

Vito ha cominciato a frequentare il partito sin da giovane, quando la sede era nei pressi di corso Garibaldi. Nel corso della sua militanza  ha avuto modo di conoscere diverse figure legate al Pci locale, una su tutta il futuro senatore Pasquale Lops. «Abitava nella casa di fronte alla nostra e l'ho conosciuto attraverso mio padre. - racconta - Lui aveva lavorato in Francia, dove io ho vissuto tre anni, tra il '59 e il '62. Quando tornai contattò mio padre e chiese se io volessi intraprendere la carriera politica ma rifiutai perché ritenevo i politici corruttibili, anche tra noi compagni. Io volevo solo fare il falegname, vivere onestamente e continuare a frequentare il partito». Partito che non ha mai lasciato e che continua a sostenere oggi, ad ottant'anni, con lo stesso vigore di papà Vincenzo.

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I commenti degli utenti
  • Domenico Ungari ha scritto il 25 gennaio 2021 alle 23:16 :

    Poverino se avesse saputo davvero cos’è il comunismo si sarebbe goduto di più la vita curando altri interessi; alla vigilia della giornata della memoria farebbero bene i comunisti passati d attuali a ricordare come i comunisti stessi hanno sterminato 10 volte di più dei nazisti nei loro campi dì concentramento i GULAG di cui si ricorda il più grande sorto nella città di Kolyma. Questa è storia, purtroppo scomoda ai sinistroidi. Rispondi a Domenico Ungari

  • dina di ha scritto il 25 gennaio 2021 alle 20:27 :

    Sarebbe stato coerente, se avesse riconosciuto le gravi nefandezze delle quali la ideologia comunista si e' macchiata nel secolo scorso. Si pensi ai nostri fratelli dell' Italia nord-orientali negli anni 40 massacrati solo perche' Italiani dai comunisti del boia Tito. Rispondi a dina di

  • carlo mazzilli ha scritto il 25 gennaio 2021 alle 19:26 :

    se potesse vedere le propaggini incatechite del suo partito ... la sinistra italiana ... il povero Vincenzo si rivolterebbe ... prima c'era gente capace di prendere botte, vessazioni, confino, anche la morte per una idea ... adesso abbiamo Zingaretti, Renzi, Vendola, Emiliano, Crosetto e compagnia cantando ... i "sinistri" (brrr...) Rispondi a carlo mazzilli

  • franco ha scritto il 25 gennaio 2021 alle 13:55 :

    quessta si chiama semplicemente COERENZA delle proprie idee... Rispondi a franco