XIV secolo

La morfologia della città, le sue peculiarità, l’economia, la flora e la fauna.

La città
a cura di Mario Piccareta
I guelfi italiani salutavano la spedizione di Carlo I d’Angiò nel Meridione come un intervento provvidenziale, che restituiva sicurezza alla Chiesa e pace alle popolazioni meridionali. Infatti, la morte di Federico II (tanto desiderata da Innocenzo IV) non aveva sollevato la curia pontificia dall’incubo svevo, rinnovata da Manfredi dall’ultimo baluardo della discendenza dello “stupor mundi”, il figlio illegittimo Corradino. Con l’arrivo del re francese l’obiettivo di una fiorente attività economica e sociale passò in secondo piano poiché si dette maggior risalto a stroncare e debellare tutti i rimanenti feudatari di fede sveva e a premiarne gli esecutori con territori, castelli e titoli feudali confiscati agli sconfitti.

Nel 1269 Carlo I d’Angiò espugnò l’ultima difesa dei seguaci svevi, Lucera (da sempre fedele a Federico II) distribuendo le terre al conte di Montescaglioso (terre in cui rientrava Corato e si estendevano in territorio lucano fino a Benevento). Corato quindi faceva parte di questa Contea già dagli ultimi decenni del XIII e le appartenne fino al 1320 quando la contea stessa cessò di esistere e Corato venne a fare parte del Principato di Taranto sotto Filippo prima e Roberto dopo, figli di Carlo II d’Angiò. Il territorio coratino ebbe altre varie appartenenze come alla famiglia fiorentina degli Accjaiuoli residenti a Napoli o ad altre potenti famiglie o di nobili, tutti dipendenti però dal potente regno angioino.

Certamente Corato e le altre città soffrivano questa condizione ed impararono a dimenticare il buon governo di Federico II: fu questo il secolo dove Corato crebbe nella popolazione ma ebbe una involuzione nella ricchezza e nel benessere sociale e politico; calamità naturali e piaghe sociali, guerre, carestie e periodi di peste completavano il quadro del territorio coratino, molto esposto. Quando il potere regio dei d’Angiò perse il controllo dei signori feudali che si accaparravano sempre più di diritti ed ostacolarono l’ascesa di una seppur debole borghesia urbana, si creò una forte disorganizzazione politica. Lo stesso Roberto d’Angiò necessitò della forza militare dei baroni che ne uscirono rafforzati sotto il profilo giurisdizionale.

A rappresentare il potere cittadino era l’università di Corato (niente a che fare con gli studi), cioè un gruppo di illustri cittadini che governavano con proprie costituzioni secondo secolari consuetudini che tenevano conto di grazie, privilegi e concessioni da parte dei re che risiedevano a Napoli. Amministravano quindi sempre a nome dei re ed erano seguiti da un funzionario regio, denominato “Capitaneo” a nomina annuale,e in sede municipale (presso l’attuale zona di piazza di Vagno). Tutto ciò ovviamente in periodi di non belligeranza.

Alla metà del secolo, quando la regina Giovanna I volle impossessarsi di ampie zone terriere del nord barese(inclusa quella coratina) con le città più rilevanti,queste stesse città le si dichiararono ostili: Corato subì un grave assedio da parte del ramo reale ungherese oltre alla distruzione di zone rurali produttive poiché la fazione per cui patteggiava ne uscì sconfitta, e con essa anche i diritti di usare una sufficiente area per l’agricoltura, la pastorizia e il legname: questa involuzione economica e sociale (derivata dalle cause sopra riassunte), si protrasse fino al secolo seguente.
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