Sesso prematrimoniale e controllo della Chiesa sulle anime e sui corpi delle donne

Nel Settecento a Corato.

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 08 novembre 2013
©

Abbiamo spesso ritenuto che i nostri antenati circoscrivessero i loro rapporti sessuali per lo più all’ambito matrimoniale. Si immaginavano le società meridionali del passato piuttosto sessuofobiche soprattutto a causa dei pesanti e minacciosi divieti imposti dalla Chiesa e della coercitiva morale sociale. Il sesso praticato in libertà sembrava quasi una finzione letteraria, come nella Firenze boccaccesca del Trecento o nella intrigante e peccaminosa Venezia di Casanova.

D’altra parte i lettori di una certa età ricorderanno che ancora sino ai primi anni Sessanta del ‘900, quando si sentiva a Corato l’espressione “Cataldo e Maria fanno l’amore da due anni”, non si pensava a due giovani che si rotolavano ininterrottamente da 24 mesi su un letto, ma si voleva semplicemente significare che lui aveva la possibilità di frequentare la casa della ragazza, di stare seduto a debita distanza e scambiare qualche parola sotto lo sguardo arcigno della mamma di lei e di passeggiare per lo stradone la domenica sera con la fidanzata, seguiti ad un metro di distanza da un gruppo di “vigilantes”, la mamma, il padre, la zia pettegola, la nonna rimbambita, il fratellino spione ed altri simpatici parenti). Figuriamoci nel Settecento! Ed invece scopriamo che nella seconda metà di quel secolo nelle nostre contrade si stavano diffondendo costumi sessuali alquanto disinvolti. Ce lo dimostrano alcuni documenti conservati nell’archivio diocesano tranese.

Nel 1774 l'arcivescovo di Trani si era addirittura rivolto a Sua Maestà Ferdinando IV di Borbone per "rappresentargli gli inconvenienti e gli abusi che si avevano nella sua diocesi": molti futuri sposi per mesi ed anni prima del matrimonio “usavano tra loro ogni sorta di confidenze matrimoniali e da ciò avveniva che dopo di aver procreato figli, l'uomo, lasciando la prima donna, s'appigliasse ad altra donna. E di qui sorgevano  continue cause di stupro e d'impedimenti".

L'Arcivescovo aveva  chiesto  "le sovrane  previdenze  opportune  per rimedio  di tanto male". E Sua Maestà aveva imposto che nella città di Trani e negli altri luoghi della diocesi gli sposi, "sotto pena di  centocinquanta ducati", non frequentassero  la  casa  delle spose  né  con loro conversassero, "se non tre giorni  prima  di solennizzarsi il Matrimonio in Chiesa (in faciem Ecclesiae)".

Concludeva  il Real Dispaccio del sovrano:

Badi il Vescovo con rigore per la esecuzione delle pene, e che quando conosca,  che neppur questo rimedio riesca efficace, e creda esser  necessaria altra superiore providenza, lo riferisca a Sua Maestà per  attendere le risoluzioni sovrane.
Napoli 5 ottobre 1774

La  preoccupazione del Vescovo era motivata.  Infatti  abbiamo riscontrato  numerosi casi  di  donne  rimaste ingravidate dopo che erano state illuse da promessa di matrimonio. Una volta incinte, le “disonorate” erano costrette ad  inoltrare alla  Curia di Trani proteste e richieste di  "impedimento  dello stato  libero" per il "seduttore". Come nel caso di Grazia  Bucci, vedova  del  quondam (fu) Lorenzo Caressa di Corato,  la quale sosteneva che sotto speranza di matrimonio, Mauro de Ceglia da cinque mesi in circa l'havea ingravidata, come ocularmente si vedeva.  Dopo, esso Mauro ha detto che si volea sposar  con  altra persona.

Per questo motivo Grazia Bucci era ricorsa alla giustizia della Curia perché formalmente fosse impedito lo stato libero di Mauro de Ceglia. Se la sua richiesta non fosse stata accolta,  la vedova ingravidata si sarebbe rivolta direttamente alla Maestà del Re, perché  il suddetto de Ceglia con lusinghe e inganni avea tolto l'onore ad una vedova di onorato parentado". E di ricorsi alla Maestà del Re ne erano presentati tanti, come quello di Grazia La Torre, che aveva querelato Bernardo Priore per “atti confidenziali con parola di matrimonio”. Questa la risposta del Segretario di Stato:

 Mi comanda il Re che la Corte locale faccia esatta giustizia colla sua ordinaria giurisdizione, e qualora vi sia interceduto stupro ed in esso concorrano indizi a cattura, proceda alla carcerazione.
Napoli 1769. Carlo De Marco, Segretario di Stato

Erano sicuramente questi interventi diretti del sovrano, queste risposte ai problemi  esistenziali della gente, che alimentavano  il mito del re come “grande padre”, al di sopra di tutti, imparziale, unico garante della giustizia, a differenza dell’odio che i sudditi mostravano verso le autorità locali, come i governatori delle Università e i baroni dei feudi, ritenuti responsabili dei soprusi e delle ingiustizie che subivano. 
   Era stato Carlo di Borbone a concedere alla gente del popolo la possibilità di avvicinare personalmente il re o di inviargli direttamente una supplica per portare alla sua conoscenza gli abusi di cui erano vittime. 

Abbiamo trovato tra i documenti diocesani anche l’episodio di due donne che si contendevano lo stesso uomo: Laurita Sessa di Corato e Lucia Mastromauro di Bisceglie. Chiedevano entrambe di sposare Giuseppe di Vietro di Ruvo, il quale “era carcerato per aver convissuto carnalmente con entrambe con promessa di matrimonio”. Giuseppe di Vietro si trovava nelle carceri della “Corte Marchesale” di Corato (palazzo ex Pretura) su istanza di Laurita Sessa, che l’anno precedente aveva contratto matrimonio, lo “aveva fatto pubblicare” in Corato ed era stata trattata come “vera e legittima moglie”.

Tra l’altro l’uomo aveva preteso pure la dote da Laurita. Non era stato possibile però celebrare il matrimonio “in faciem Ecclesiae” perché c’era un impedimento. Un impedimento mica da niente. Infatti nella vicenda compare Lucia Mastromauro di Bisceglie a sostenere che alcuni mesi prima era stato stipulato contratto matrimoniale tra lei e il di Vietro per il notaio Paolo Soldano e con pubblicazione in chiesa. La donna nella sua istanza chiedeva che l’uomo conteso non fosse scarcerato se prima non “faceva il debito sponsalizio conforme al rito della chiesa e alle disposizioni del Sacro Consiglio Tridentino”.

Un ultimo episodio (già raccontato con grande scandalo vari anni fa su Lo Stradone all’epoca di padre D’Angelo,) vede alla ribalta un'altra vedova coratina: Lucia  Selvaggiola, soprannominata Sei Desc-tere (sei dita), vedova di Francesco Antonio Maldera, accusata da voci malevoli di essere gravida. L’episodio è un esempio della tremenda condizione di inferiorità della donna, sempre considerata dalla Chiesa fonte di peccato, incarnazione del diavolo, essere impuro da manipolare, scrutare, esorcizzare. Il clero esercitava un totale controllo sulle anime e persino sui corpi delle donne. 

Una sera del 1709 la donna fu chiamata sulla casa dell'arciprete Don Bernardino Aduasio... ma sentiamo le sue parole nell'interrogatorio  sostenuto  davanti al vicario foraneo  Don  Michele Mascoli, incaricato di indagare su questa vicenda un po' morbosa:

Ieri  sera fui chiamata sopra la casa dell'Arciprete don  Bernardino  Aduasio, dove io andai, e lì trovai Antonia Cardinale  e Grazia  Iurilli,  mammane (levatrici-praticone), e alla presenza di  dette  mammane mi disse: - Tu stai gravida? Io ti ho da far fare la recognizione (la rude visita ginecologica di quei tempi) da queste mammane.

Ed io li risposi: - Mi faccia star alla casa della mammana.
E  lui mi disse: - No, ancora tu pigli qualche cosa per  bocca per abortirti.
Ed io dissi: - Io di questo ne sò sicura.


E così dettemi queste parole, mi fece fare in sua presenza la recognizione dalle dette mammane, con farmi cacciare fuori in sua presenza le mammelle tre volte, e quando le mammane facevano diligenze (!) in altre parti vergognose di mia persona, il  detto arciprete  stava dentro la medesima camera e, benché stava ad un pontone della camera, io posso dire che vedeva ed osservava tutto. E stando nella detta camera, lui disse alle mammane:

- Vedete? Questo ventre di questa non dimostra gravidanza? -, e faceva  segnali con le mani verso il mio ventre e poi  disse: 
- Vieni a confessarti da me! -

Ed  io li dissi: - E' meglio confessarmi da Voi  Illustrissimo che da altri.-, benché la mia intenzione era altrimenti.
Questa causa è stato un vero tradimento che mi ha fatto detto Arciprete,  e ne cercherò giustizia prima da Dio e poi  da  altri Superiori, perchè mi vedo per questa causa intaccata nell'honore, quando  io  non sono femmina di partito, e la mia  reputazione  è nota  a tutte le persone di questa terra, e la casa mia  è  stata  ed  è  e sarà honoratissima mediante l'aiuto di Dio,  e  adesso, senza saper come, mi vedo a torto in bocca delle genti e hora  non so che mi ha da accadere.

Io non ho avuto a che fare con alcune persone nè per male nè per bene, ma questa diceria è uscita solamente da male lingue; io habito alla casa di mio padre e mia madre e siamo alla casa sei persone. Io, eccetto quando vado alla messa, sempre sto alla casa mia rinserrata e non vedo chi passa  e chi no.

Le due mammane, poi, sostennero che in base alla loro "recognizione" e alla loro esperienza Lucia Selvaggiola non era "pregna"; così come Nicola Frascolla e Giovanna Forgia, due vicini di casa della donna che abitava nella "stradina di Mummù",  affermarono che Lucia era donna "da bene e honorata".

Altri articoli
Gli articoli più letti