Omaggio all’ingegner Luigi Santarella

Lo scorso primo giugno, l’associazione culturale “Cataldo Leone”, lo ha degnamente ricordato dedicandogli il IV premio di narrativa

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - venerdì 14 giugno 2013
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Con questo scritto, torno a parlare di cose e personalità di terra di Puglia e, nella fattispecie, dell’ing Luigi Santarella.

Lo scorso primo giugno, l’associazione culturale “Cataldo Leone”, lo ha degnamente ricordato dedicandogli il IV premio di narrativa, celebrandolo e rivisitando da un punto di vista estetico la sua opera. Non è facile parlare criticamente di un intellettuale ad un uditorio formato in maggioranza da alunni di scuola media inferiore e superiore, composito e poco allenato alle attività artistiche.

Mi preme sottolineare che quanto detto dell’ingegnere coratino, sia il primo giugno sia in questo testo, rappresenta  solo una delle tante possibili chiavi di lettura critica della sua architettura. Partendo dal presupposto che ingegneria ed architettura sono attività a volte, se non sempre, distanti e distinte, accade pure che la prima sovrasti la seconda  viceversa. E dunque, discettando del Santarella, si rischia di attribuirgli qualcosa che non gli appartiene. Scrivo ciò che la mia sensibilità mi suggerisce sperando di non essere banale e di scrivere un testo critico logico e razionale.

Un professionista imbevuto di cultura ottocentesca che attraversa il ciclone della cultura novecentesca, non può che essere interpretato intuitivamente.  Santarella è stato geniale inventore di una nuova malta, il cemento armato che col ferro e il vetro è il nuovo materiale del XX secolo. Il problema nasce nel momento in cui se ne analizzano i progetti architettonici: è architettura ottocentesca o architettura novecentesca? 

Se si osserva che Santarella temporalmente progetta sulla scia di un classicismo palladiano mentre la cultura viene attraversata dall’uragano Sant’Elia, dal futurismo, dal Terragni etc etc, si rimane sconcertati. A questo punto affermo quanto segue convintamente: il Santarella, intuitivamente o razionalmente, nessuno lo saprà mai, compie una operazione culturale simile a quella del grande architetto umanista Leon Battista Alberti il quale, chiamato a restaurare la chiesa gotica fiorentina S. Maria Novella, riveste l’intera facciata di tessere marmoree policrome disegnando simboli ideologici del Quattrocento. Inoltre raccorda la parte inferiore con la superiore per mezzo di due agili volute policrome le quali nascondono le tettoie delle navate laterali.

La facciata albertiana è di struggente poesia cromatica. Ora guardiamo il Satarella il quale è geniale per quanto attiene l’innovazione statica ma dal punto di vista architettonico, rimane ancorato al classicismo ottocentesco contrapposto al razionalismo del contemporaneo Terragni. Non va tralasciato che il cemento, di per sé è materiale greve, dà il senso della pesantezza, tende ad invecchiare precocemente. Il Santarella fa la stessa operazione dell’Alberti, decora gli ampi prospetti dei palazzi e delle ville, progetta e costruisce balconcini, bugnati, finestrelle, portali, androni con gusto e mentalità decorative.

Decorazione sobria, elegantissima, soprattutto di bellezza classica. E, forse, è azzardato affermare che  quel senso di bellezza classica derivi dal fatto che il progettista ha preparato con le sue mani gli stampi per capitelli, colonnine, arcate ecc. Così il cemento armato santarelliano perde quel senso di vecchiume, di inerte senza vita. Ha un’anima, una sottile poesia di grigi. I capitelli, le colonnine, gli stiacciati bugnati nella loro ondulata modellazione, legano due linguaggi stilistici: il classicismo ottocentesco e il razionalismo proto novecento sottovoce e con discrezione, come discreto fu Luigi Santarella.

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