Tempi duri per i defunti

Come si svolgevano i funerali a Corato nel ‘700

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 31 maggio 2013
©

Il “Libro dei morti” della Chiesa Matrice, sul quale si registravano tutti i decessi in Corato a partire dal 1753, non ci offre molte notizie sui funerali a Corato in quel periodo: sul registro infatti si indicavano il nome e cognome del defunto, se era deceduto munito o meno dei sacramenti, la chiesa in cui veniva seppellito, se a spese di qualche confraternita, a pagamento o del tutto gratis se era povero.

Inoltre poteva essere espressa qualche altra precisazione sul tipo di morte in correlazione con la mancanza dei sacramenti della confessione, della comunione e dell’estrema unzione. Si possono pertanto trovare annotazioni del tipo morto di subitaneo in campagna, morto senza estrema unzione per trascurazione della gente di casa, è morto repentino, è morto disgraziato e solamente con la estrema unzione, è morto senza sacramenti perché all’impensata.  

E’, invece, un’aspra controversia tra il Capitolo di Corato e i Padri Domenicani  sullo ius funerandi, a permetterci di conoscere alcuni  aspetti legati a funerali e sepolture.  Fu un contrasto così duro che fini davanti al Tribunale di Trani.

Il famelico Capitolo di Corato, che nel 1720 contava ben centoventi (!) sacerdoti, fu costretto attraverso il canonico Tommaso Cuoci, suo Economo,  a relazionare in giudizio sullo svolgimento dei funerali a Corato:

- ogni cittadino era libero di farsi seppellire dove voleva, anche nelle  chiese dei Regolari (dei vari conventi) e specialmente in quella dei Padri Domenicani;

- si poteva utilizzare durante il rito funebre la bara e la "coltra" (panno funebre) della chiesa tumulante. Unica condizione era la presenza del parroco (a quell’epoca esisteva solo la parrocchia della Chiesa Matrice);

- il parroco non doveva esigere più di sei carlini e il chierico che portava la croce cinque grana, senza che il Capitolo riscuotesse altre somme dai parenti dei defunti che venivano seppelliti in altre chiese;

-  il Capitolo e il parroco concedevano la libertà  di  associare alle processioni funebri, se gli eredi del defunto lo desideravano, i monaci dei vari ordini;

- il salmeggiare ad alta voce era una prerogativa del parroco;

- il parroco concedeva ai parenti la libertà di scegliere le vie da percorrere durante il funerale, anche se si cercava di frenare "l'arbitrio smoderato di quelli che volevano girare e condurre la processione funebre per strade più che lunghe”;

-  il Capitolo, quando veniva a conoscenza della condizione di povertà del defunto,  lo  seppelliva con "poca somma e dando gratis la  cera ed ogn'altro";

- La Chiesa Matrice, "nell'atto che stavano spirando i moribondi dava il segno della aspirazione con più tocchi di campane, volgarmente  detti i Credi, e che questi segni dal parroco si facevano dare  a qualunque ora anche di notte, ad ogn'uno anche a quelli che si andavano a seppellire nelle chiese dei regolari”. 

La “guerra” tra la chiesa di San Domenico e  il  Capitolo della  Chiesa Matrice diede luogo a scene piuttosto curiose e buffe,  nonostante si trattasse di funerali. Vediamo alcuni episodi, due del 1753 e l’altro del 1710.

Francesco Mottola, in seguito alla morte di sua madre Peppa di Gioia, si era recato in Chiesa Matrice ed aveva fatto richiesta  al parroco e al Capitolo che, avendo sua  madre  eletto  sepoltura nella  chiesa dei Padri Domenicani,  il cadavere  fosse seguito  in processione da tutto il Reverendo Capitolo e che si fossero  suonate  le campane  "a mortorio". 

Il Capitolo  accettò l'invito e mandò lo stesso Mottola ad avvisare i Padri Domenicani a che si portassero nella Chiesa Matrice per unirsi al Capitolo.  Ma il  Priore dei Domenicani avvertì che se la defunta aveva scelto la loro chiesa per la sepoltura, gli eredi non potevano associare al funerale tutto il Capitolo e che, se proprio lo desideravano, “potevano venire purché dal parroco e dal Capitolo si lasciasse alla porta della chiesa il cadavere, dovendo essi poi far l'officiatura". Altrimenti "che il Capitolo si portasse a sepelire il cadavere ove li pareva e piaceva". E serrò la porta della chiesa. Il Capitolo non doveva mettervi piede.

Francesco  Mottola non si arrese. Tutto il Capitolo si diresse alla casa della madre defunta e poi in processione funebre si giunse davanti alla chiesa dei Padri Domenicani. Poiché la porta era sprangata,  Francesco bussò più d'una volta gridando che venissero ad aprire. Poichè non si faceva vivo nessuno, pregò il parroco e il Capitolo  che "avessero collocato la bara  sopra  l'atrio  di detta chiesa e che ivi avessero  fatta l'officiatura”. Terminata quell’insolita funzione all’aperto, Francesco si accorse che i Padri Domenicani  “s'erano  calati  nella chiesa  e  stavano cantando non si sa che”.

Dopo aver  bussato di nuovo e protestato con essi di volersene risentire davanti a Sua Maestà," pregò di nuovo il parroco e il  Capitolo affinchè portassero a seppellire la madre nella chiesa dei Padri Conventuali di San Francesco. E così si ordinò di nuovo  "con  ogni decenza" una  nuova processione funebre e, dopo un'altra officiatura,  lo sballottato cadavere ebbe finalmente degna sepoltura nella  chiesa di San Francesco.

Nell'altro episodio vediamo che i Padri Domenicani, per evitare la presenza concorrenziale del Capitolo nella loro chiesa,  la sera del 4 agosto seppellirono un cadavere chiedendo addirittura l’intervento del  governatore della città e di alcuni gendarmi della sua corte.

Quel giorno era morto un bambino di quasi otto anni,  Giovanni Patruno,  figlio di Antonio e Grazia Mangione. La donna si era recata nella Chiesa Matrice ed aveva affermato che voleva seppellire il  figlio in quella chiesa e aveva domandato "la nota della spesa". Le fu  risposto che, "compresi i beccamorti, i sacristani e il parroco",  il funerale costava 32 carlini. Grazia Mangione si congedò dicendo che tornava a casa a prendere il denaro. Poco dopo alla Chiesa Matrice si presentarono due Domenicani i quali sostennero  dinanzi all'Arciprete che Grazia  Mangione voleva seppellire il figlio nella chiesa di San Domenico  e che loro lo avrebbero fatto gratis. L'arciprete replicò affermando che, essendo il ragazzo morto senza esprimere volontà sul luogo della sepoltura,  questa toccasse alla Chiesa Matrice, e aggiunse che anche  il Capitolo lo avrebbe sepolto gratis, come si praticava con i poveri.

I due  Domenicani allora si recarono  dal  Governatore  della città,  il quale interrogò la madre del ragazzo defunto per sapere dove volesse tumulare suo figlio, e poiché questa rispose che intendeva farlo nella chiesa di san Domenico, il Governatore con alcuni  soldati si portò alla casa del defunto e gridò:

"Che  nessuno si muova! Caporale, soldati, fate calare il cadavero giù  dabbasso!".

Così "processionalmente lo portarono a sepelire a quell'ora di notte  nella loro chiesa senza che vi fusse intervenuto con  essi loro il parroco".    

I conflitti non si verificavano solo con i Domenicani, ma anche con altre chiese e monasteri coratini, come nell’episodio del 1710 che finì in una scazzottata tra Cappuccini e Clero Capitolare. Ecco quanto si legge nel ricorso presentato al Vescovo di Trani e alla Sacra Congregazione dal priore dei Cappuccini:

I Cappuccini della Terra di Corato hanno nella loro chiesa la sepoltura dei Signori Morolla, uno dei quali a dì 26 luglio del presente anno 1710 ultimamente vi è sepolto; ed in questa occasione il Clero della Chiesa Matrice ha voluto forzatamente entrare nella chiesa dei suddetti religiosi a cantarvi l’officio dei Morti e farvi solenne l’esequie al suddetto cadavero non ostante le giustificate opposizioni fatte ad esso dal superiore attuale e dai Religiosi stessi del luogo.

Con modi improprij hanno alcuni di esso clero percosso tre dei religiosi suddetti con pugni e parole ingiuriose et con violenza tutto il clero entrò in detta chiesa dei Cappuccini e ci officiò, contradicente il superiore, con scandalo di tutto il pubblico.

L’insaziabile Capitolo di Corato, per scoraggiare le richieste di sepoltura in altre chiese, avanzò al Vescovo la richiesta dell’imposizione di un aumento della tariffa per accompagnare i funerali. Nell’istanza ricordò come anticamente ogni volta che il Capitolo accompagnava il defunto fuori della Chiesa Matrice, “mentre s’andava a seppellire in altre chiese, percepiva un carlino, e questo avveniva di raro poiché la maggior parte dei coratini si seppelliva nella Chiesa Maggiore”. Ma dopo che erano state realizzate molte cappelle da persone abbienti nelle chiese conventuali, sia i fondatori che i loro eredi si seppellivano in dette chiese. Per questo motivo il Capitolo concludeva che “dovendo il Capitolo accompagnare il defunto alle chiese dei regolari, il condolente avesse da pagare carlini cinque in più dell’accompagnatura solita”.


Spese per funerali

All’inizio del Settecento un funerale “di lusso” a Corato comprendeva le  spese per:

l’Economo dei Morti per lo “ Jus sepulturae con tre croci”           
la bara e il panno     
l’incenso                                         
la Messa cantata e gli assistenti                        
l’officiatura al Sig. Arciprete                   
il Miserere cantato                                
i sagrestani per il suono delle campane          
i “Preca Morti”                                     
la partecipazione al funerale dei Padri Conventuali di San Cataldo    
la partecipazione della Confraternita di S. Giuseppe                          
la partecipazione della Confraternita del SS                
la partecipazione della Confraternita della Maddalena       
il “tavuto”                                         
la cera bianca delle torce                         
i portantini del “tavuto” e della Croce nella casa del defunto                                             

Il tutto veniva a costare la bella somma di 13 ducati.                                                                                                                  

Ovviamente erano poche le famiglie di Corato in grado di permettersi un servizio funebre completo, pertanto anche nei funerali, in misura di gran lunga maggiore rispetto ad oggi, si evidenziavano i diversi livelli socio-economici delle famiglie dei defunti. Così come per i luoghi della sepoltura.

Nella Chiesa Matrice erano state erette nei secoli precedenti ben quattordici cappelle, sette per lato, sotto il patronato delle confraternite e di alcune delle famiglie più in vista e ricche di Corato, la maggior parte delle quali estintesi successivamente. Era in generale un costume assai diffuso tra la nobiltà e i ceti emergenti per stabilire e riaffermare la superiorità del casato sull’intero corpo sociale. La cappella, su cui si esercitava il patronato, non era solo il luogo delle devozioni religiose familiari, ma anche e soprattutto la sede di un culto tutto laico della memoria dei loro fondatori, quasi un prolungamento spaziale e temporale della dimora terrena. 

“Attraverso le cappelle si attuava la supremazia di un ceto sull’altro ceto, la riaffermazione dell’ordine sociale. Gli spazi sacri venivano occupati per “esigenze” di visibilità e autoesaltazione delle élite cittadine che attraverso la chiesa ottenevano piena legittimazione alla propria già reale condizione di dominio sociale”. (Da FRANCESCO DI PALO, Cielo e Terra. Ed. Insieme, 1999).

I magnifici di Corato, coloro che vivevano nobilmente, ostentando  ricchezza e potere in un luogo pubblico qual è la chiesa, più del chiuso del proprio palazzo, suscitavano consenso e ammirazione e accentuavano il distacco dagli altri ceti sociali.

“La ricerca di garanzie per l’aldilà si saldava con la ricerca della supremazia mondana”. (DE PALO, op. cit.).

_______________________________
Fonti:
1. Archivio Diocesi di Trani.
2. Miscellanea De Mattis.
3. FRANCESCO DI PALO, Cielo e Terra. Ed. Insieme, 1999.
4. PASQUALE TANDOI, Scene di vita quotidiana nel ‘700.

Altri articoli
Gli articoli più letti