E’ legittimo il licenziamento del lavoratore che non comunica l’assenza

Cassazione civile, sezione lavoro, 7 maggio 2013 n. 10552

Corato - venerdì 24 maggio 2013
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La Cassazione torna sul tema del licenziamento disciplinare. Con la sentenza n. 10552 del 7 maggio 2013 la Suprema Corte, che ha ritenuto legittimo il licenziamento di un dipendente di un’impresa di pulizie che si era assentato dal lavoro per più di quattro giorni senza comunicare al datore la propria assenza.

Tale decisione di portata innovativa nel nostro panorama giurisprudenziale ha sancito che "tra i normali obblighi di diligenza e correttezza nello svolgimento del rapporto di lavoro, occorre assicurarsi che, impedimenti nello svolgimento della prestazione, pur legittimi, non arrechino al datore di lavoro un pregiudizio ulteriore per effetto di inesatte comunicazioni che generino un legittimo affidamento nella effettiva ripresa della prestazione lavorativa".                                                                                      

Nel caso de quo, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da un dipendente di un’impresa di pulizia, che al termine del periodo di prognosi risultante dalla certificazione medica originariamente trasmessa al datore di lavoro, non rientrava in servizio. Il mancato rientro non veniva neppure giustificato attraverso una comunicazione al datore di lavoro.

Tale comportamento omissivo causava l’instaurazione di un procedimento disciplinare nei confronti del lavoratore che si concludeva con il licenziamento. Il contratto collettivo applicabile al caso concreto, del resto prevedeva espressamente il recesso datoriale in ipotesi di assenza ingiustificata per almeno quattro giorni consecutivi. Al riguardo, la Suprema Corte ha chiarito che la ratio della norma collettiva in questione si rinviene nell’esigenza di evitare che impedimenti all’esecuzione della prestazione lavorativa, sia pure legittimi, possono cagionare alla controparte datoriale un ulteriore pregiudizio per effetto di inesatte comunicazioni che determinino un legittimo affidamento nella ripresa dell’attività lavorativa.

Per la Corte, la mancata tempestiva informazione nei confronti del datore di lavoro circa l’impossibilità di ricominciare l’attività lavorativa configura, una violazione degli obblighi di correttezza e diligenza nello svolgimento del rapporto lavorativo, che l’omessa comunicazione si protragga per un tempo che le parti sociali (sindacali e organizzazioni datoriali) hanno, ragionevolmente, ritenuto significativo, ossia per almeno quattro giorni consecutivi.

Ne consegue che, seguendo il ragionamento dei giudici di legittimità, non rileva tanto l’effettività della malattia quanto piuttosto la diligenza del dipendente, che si concreta anche nella corretta e tempestiva comunicazione in ordine al protrarsi dell’assenza - che deve dunque essere “giustificata”-, per cui l’onere probatorio gravante sul lavoratore attiene, in particolare, all’impossibilità per lo stesso di adempiere ai propri obblighi informativi, ai sensi dei quali è tenuto a produrre idonea certificazione medica.

Alla stregua di quanto asserito nella sua pronuncia, dunque la Suprema Corte ha confermato la legittimità del licenziamento, non solo in relazione alla specifica previsione di cui alla contrattazione collettiva bensì con riferimento al più generale disposto dell’ art. 2119 c.c., avendo la condotta in esame determinato un’irrimediabile lesione del vincolo fiduciario.

 

A cura della dr.ssa Antonia Di Bartolomeo dello Studio legale associato Avv.ti Francesco Stolfa, Michelangelo De Benedittis, Mariantonietta Martinelli, Adriana Stolfa.

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