Adorazione dei pastori del Caravaggio

Ad una attenta lettura di un dipinto, di un testo scritto o di un marmo scolpito, si reagisce diversamente a seconda del bagaglio culturale acquisito nel tempo...

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - venerdì 17 maggio 2013
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Ad una attenta lettura di un dipinto, di un testo scritto o di un marmo scolpito, si reagisce diversamente a seconda del bagaglio culturale acquisito nel tempo. Se, infatti, un livello culturale basso porterà a valutazioni dettate dall’emotività e a considerazioni retoriche, diversa sarà la reazione dell’intellettuale colto, il quale saprà cogliere e distinguere sia la soffusa sensualità della santa e dell’angelo nell’opera del Bernini “L’estasi di Santa Teresa”, sia il rigore stilistico e la matematica divisione dello spazio nelle opere di Piero della Francesca o di Casorati.


Tuttavia è da sottolineare che, al di là dell’ambiente culturale in cui un’opera viene letta, osservata o studiata,  esistono parametri oggettivi, più o meno palesi,  che ne legittimano la valenza estetica e la elevano ad opera d’arte: sono la storia, la personalità artistica dell’autore, l’ambito operativo, l’originalità espressiva, la scoperta di nuovi strumenti tecnici. Attraverso questi parametri  è possibile individuare  specificità e unicità artistica.

Il problema nasce nel momento in cui l’oggettività critica, che è operazione mentale, e gli impulsi sentimentali retorici, risultano estranei all’opera, la quale vive per il solo fatto che esiste e, dunque, non può essere commentata né analizzata criticamente. Chi la guarda la vive, ne vive  “l’umanità nuda” esente da sovrastrutture storiche e da alambicchi critici, perché quell’opera non ha tempo non è fatta di colori o di pietra o marmo, ma è l’uomo stesso, è chi la guarda.

Fatta questa premessa, può non sembrare più tanto paradossale o arbitrario affermare che è difficile se non impossibile riuscire ad analizzare criticamente l’opera di Caravaggio “L’ Adorazione dei pastori”, tela custodita presso il museo nazionale di Messina.

Ed è proprio  “L’adorazione dei pastori” di Michelangelo Merisi, nato il 1573 a Caravaggio, il nodo centrale della conversazione sul tema “La natività nell’arte”, tenutasi lo scorso dicembre  presso l’associazione “Vivere In” di Corato, retta dalla dinamica Signora Pina Masciavè.

Attraverso la proiezione di diapositive, si è percorso un tratto storico piuttosto breve di opere che vanno dal secolo XIII fino al seicento. Si è partiti da un dipinto anonimo di scuola senese, per  passare a Nicola Pisano, Arnolfo Di Cambio,  Botticelli, Mantegna, Dorè, Tintoretto  fino a giungere a “L’adorazione dei pastori” del Merisi. La decisione di lasciare per ultimo l’artista lombardo, ha la sua ragione  nel fatto che Caravaggio sarà l’ultimo pittore a trattare il tema sacro e poi perché l’opera è, a parere di chi scrive, la più bella della pur originale e splendida produzione dell’artista . Opera, dunque, specifica e sublime. Per mentalità e cultura, sono abituato a leggere gli autori per affinità elettive, per viverli, non per commentarli.

In altra occasione ho vissuto “Il cantico delle creature” di S. Francesco accanto all’affresco di Santa Chiara del Martini e alla Lauda di Jacopone da Todi, consanguineo di Mario Sironi ( quest’ultimo è l’unico artista dei nostri tempi a trattare il tema sacro basti ricordare le tavole sul frate umbro e la vetrata dell’Annunciazione del Niguarda).

Rilevanti  per spiegare meglio “l’umanità Nuda” de “L’adorazione dei pastori” , sono i riferimenti culturali e ambientali del Caravaggio: importanti per la produzione dell’artista sono gli insegnamenti accademici del cavalier D’Arpino e di Simone Pederzano, nonché le suggestioni alessandrine visibili nella serie di figure di S.Giovannino e nel Cristo fanciullino poi il pittore approda al realismo popolare. Il realismo sarà il credo dell’intera produzione dell’artista lombardo, ma non quello etico dei maestri del primo Rinascimento, il realismo di Caravaggio è  imbevuto d’afflato popolaresco visibile nell’ impianto teatrale insito nelle sue opere in cui i contrasti fra chiari e scuri si separano netti e violenti.

L’ azione e i movimenti delle figure non sono mai espressi ma potenziali come in un  fermo immagine. Spesso  i dipinti violenti e tumultuosi, pur nel loro rigore compositivo e nella loro foga cromatica realistica, eccedono nella teatralità farraginosa come nelle “Sette opere di misericordia” presso la chiesa del Pio Monte della Misericordia. Per converso non sono pochi  i dipinti di castigata tessitura cromatica come la “Madonna di Loreto”, “la morte della Vergine” o il “Girolamo scrivente”, a testimonianza di riferimenti culturali complessi, sedimentati e arricchiti d’attualità: insomma nessuno può esimersi dal fare i conti con la storia.

Sarà, forse, il mio, arbitrio ideologico, ma ogni parola sul “L’adorazione dei Pastori” è inutile esercizio intellettualistico. Un senso di mistero nell’opera preclude il pur minimo cenno alla critica, al fatto, alla storia: è l’uomo di carne e di sangue che vive, è “umanità nuda” vivente in noi e viceversa. Non è un evento raccontato da immagini ma quelle immagini sono l’uomo nella sua quotidianità, così da millenni. Nell’opera “Sei personaggi in cerca d’autore”, Luigi Pirandello affronta il conflitto fra essere e apparire, fra finzione e realtà nella complessa realtà teatrale. Il rapporto tra autore e attori, tra questi e il pubblico, è materia di studio, non verità umana che sgorga naturale nel dipinto del lombardo.

E chi la guarda , la vive umanamente al di là del tempo e della storia. Così col Merisi torniamo indietro  di duemila anni per rivivere l’umanità sempre uguale a se stessa. Indietro di duemila anni alle “Troiane” di Euripide e, principalmente, al monito della protagonista: Ecuba, regina di Troia è consunta nel fisico, esangue e febbricitante nei sentimenti e nei risentimenti, ha prosciugato i suoi occhi per i troppi lutti e ora le portano un altro lutto, il nipote Astianatte. Il bimbo ha le membra spezzate per essere stato buttato giù dalle mura di Troia ancora fumante. La regina guarda quel corpicino nell’assoluto silenzio, poi, con enorme sforzo, si rialza e rivolta ai greci grida: “Voi avete inventato un nuovo delitto, per paura avete ucciso un bimbo.

Vergognosa memoria per la Grecia”. Il monito, raccapricciante quanto si vuole, non è definibile, non si riesce ad inquadrarlo in qualsivoglia sistema filosofico come si può fare per la tragedia. Si può discutere sul ruolo di Euripide quale ultimo tragediografo della storia del teatro greco, si può spiegare il deismo, il mito, il determinismo, ma sul quel fiero monito ogni parola è vana, lo si vive e basta. È umanità non scritta, non poesia declamabile, ma anima che vive al di fuori del tempo o di una idea culturale scenica. Stessa umanità, rara, nell’opera del Merisi, fiera ed innocente come i pastori e la stalla.

Quella madre che stringe a se il figlio per proteggerlo, non è una delle tante madri sparse sul pianeta a vivere la propria umanità? Il terriccio, la paglia e la polvere del soffitto caravaggeschi non vivono forse per non apparire? Quale e quanto mistero in un dipinto dove pure la materia cromatica come la tela respira vivendo col silenzio dei nostri progenitori. Il volto della Madonna, così terso e allo stesso tempo umbratile, le mani a stringere il figlio, sono palpiti di vita seminati nell’intera superficie del quadro. Quel palpito di vita che venne a mancare al Caravaggio sul litorale di Porto Ercole il 1610.  Un’opera d’arte è tale o per meccanismi interni, o per profondità di pensiero. Il dipinto del grande artista lombardo vive nella notte dei tempi per respiro naturale delle cose.

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