Corato, 31 marzo 1946: le prime elezioni comunali libere e a suffragio universale

Ma pure allora c’era l’antipolitica, quella del movimento dell’Uomo Qualunque

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 03 maggio 2013
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Dopo una feroce dittatura, una guerra disastrosa e la lotta partigiana di liberazione, finalmente nel 1946 tornò la democrazia attraverso l’esercizio del voto, libero e a suffragio veramente universale. Il 1946 fu un anno di elezioni. Il 2 giugno si votò per il referendum sulla forma istituzionale – monarchia o repubblica – e per l’Assemblea che doveva scrivere la nuova Costituzione. Prima e dopo quella data le urne si aprirono di nuovo per le elezioni dei consigli comunali.

Quelle elezioni furono il primo bagno democratico degli italiani che diventavano, finalmente tutti, cittadini a pieno titolo. Fu un banco di prova generale per i partiti che saggiavano, dopo la lotta partigiana, l’orientamento e gli umori del corpo elettorale. I partiti furono chiamati a cimentarsi con i freddi numeri che avrebbero dato loro una reale legittimazione popolare e una misurazione dei rapporti di forza e del radicamento territoriale.

La campagna elettorale puntò molto sull’esercizio del voto non solo come diritto riconquistato ma come “dovere” verso la collettività e verso se stessi. Fu un messaggio martellante che i partiti, le istituzioni, i giornali amplificarono e moltiplicarono in tutte le direzioni per le donne, per gli uomini, per gli anziani, per i giovani. Era forte, nei circoli politici, partitici, intellettuali, il timore che la ventennale desuetudine elettorale imposta dalla dittatura fascista facesse disertare le urne. Il ritorno della democrazia comportava l’educazione al voto e all’esperienza della partecipazione.

Nei grandi e nei piccoli centri, in città e in provincia, nelle zone agricole, la campagna elettorale trascese dai problemi specifici delle amministrazioni comunali per innalzarsi a temi di carattere internazionale e fortemente ideologici. I leader e i grandi nomi della politica nazionale attraversarono il Paese discutendo di fascismo e democrazia, di monarchia e di repubblica, di guerra e di pace, di Unione Sovietica e Stati Uniti, di comunismo e capitalismo, di religione e di Costituzione.

Le prime elezioni ammnistrative del dopoguerra a Corato si svolsero il 31 marzo 1946. Si presentarono cinque liste: Partito Comunista (PCI, capolista il notaio Orazio Palumbo), Democrazia Cristiana (DC, capolista l’avv. Antonio Addario), Partito Socialista (PSI), il Partito d’Azione e la lista Torre Civica (capolista Vincenzo Gadaleta) che in gran parte si rifaceva alle idee e agli umori del movimento dell’Uomo Qualunque (UQ).

A quelle elezioni comunali coratine i candidati delle cinque liste furono 194 tra i quali gli elettori dovevano scegliere 40 consiglieri. Le donne in lista furono solo 10: 4 per la DC, 3 per il PCI, 2 per Torre Civica, 1 per il PSI.

A Corato si fece propaganda dovunque e con tutti i mezzi e gli strumenti possibili di allora: dai  manifesti alle scritte sui muri, dalle automobili con gli altoparlanti gracchianti ai comizi nelle piazze principali, spesso contese, che polarizzavano grandi folle con una partecipavano e una presenza tutta fisica e appassionata. I partiti di sinistra svolgevano propaganda nelle sedi delle leghe operaie e contadine, mentre la Democrazia Cristiana utilizzava il canale preferenziale delle chiese. Ma si può dire che la propaganda fu veramente capillare: si girava casa per casa, si creavano momenti di discussione al mercato, per strada,  nei bar e nei ritrovi.

Quelle prime elezioni coratine si conclusero con i seguenti risultati:

Elettori iscritti: 26.800       Percentuale votanti 87,5%
Ottennero voti:
PARTITO                    VOTI  SEGGI
DC                                8.145      15
PCI                               6.865      12
PSI                                3.800        7
TORRE CIVICA          2.404        4
PARTITO D’AZIONE  1.333        2

Tra i consiglieri eletti, vari professori, medici e avvocati. L’unica donna presente in Consiglio Comunale fu l’insegnante Maria Petrone, che il Pci aveva inserito al terzo posto della lista e quindi tra i candidati “portati”, come si diceva un tempo, dal partito.

Il Partito Democristiano, che aveva vinto le elezioni amministrative, per festeggiare l’avveni¬mento aveva organizzato per il 2 aprile un corteo con bandiera bianca in testa e sparo di mortaretti. Ma il clima esasperato e violento di quel periodo trasformò la festa in tragedia. Un mortaretto venne sparato (fu una provocazione?) proprio davanti alla sede del Partito Comunista (poi sede della Singer).

Una bomba a mano, lanciata davanti al corteo, fu la risposta. Fortunatamente la bomba non esplose, però seguirono colpi di arma da fuoco che provocarono un fuggi-fuggi generale. La sparatoria continuò fino a tarda sera tra forze di polizia e tiratori isolati uccidendo due persone, Saverio Strippoli e Ferdinando D’Amato, e ferendone numerose altre.

Il 5 aprile il segretario della Dc di Corato inviò una lettera-resoconto all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione Alleata di Controllo. L’Italia era ancora in libertà vigilata.

Il primo sindaco espressione di una consultazione elettorale finalmente democratica fu l’avvocato Antonio Addario. La sua fu un’esperienza brevissima (appena 1 mese), molto difficile e rischiosa per la sua incolumità.

Intanto, mentre si perdeva tempo in inconcludenti trattative politiche per la formazione di una giunta, la situazione socio-economica sembrava precipitare ogni giorno di più. La disoccupazione aveva creato un clima esplosivo tra le masse popolari attanagliate dalla miseria.

Il 24 aprile a Corato fu proclamato lo sciopero generale contro la disoccupazione. Vennero formati posti di blocco all’inizio di ogni strada extraurbana e fu imposta la chiusura di tutti i pubblici esercizi, mentre alcuni gruppi di scioperanti perquisirono diverse abitazioni di ricchi proprietari terrieri, sequestrando farina e altri generi alimentari.

L'avv. Antonio Addario il 4 giugno  gettò la spugna e presentò le sue dimissioni motivandole  in una relazione al Prefetto:

“Dal primo giorno che ho messo piede sul palazzo del Comune, una turba di uomini e di donne, istigati o prezzolati, fingendosi affamata, ha invaso e invade ogni giorno, in atteggiamento di continua ribel¬lione, i corridoi della casa comunale, bloccando l'ufficio del sindaco e chiedendo arrogantemente sussidi di ogni sorta.

Il 15 maggio, tornandomene a casa, fui circondato e accompagnato da oltre 200 donne insolenti e ostili, dalle quali l'allora commissario di P. S. non seppe e non volle liberarmi, cosicché da quella data son dovuto rimanere assediato nella mia casa e guardato dalla polizia giorno e notte e in casa soltanto ho potuto sbrigare la corrispondenza e la firma d'ufficio. Tale situazione nauseabonda mi vieta in modo assoluto qualunque più elementare attività amministrativa, mentre urgono problemi gravissimi che ri¬chiedono immediata e radicale soluzione”.

Due giorni prima, il 2 giugno, si svolse il referendum per la scelta della monarchia/repubblica e inoltre si elessero i rappresentanti all’Assemblea Costituente. A Corato la monarchia superò la repubblica per una manciata di voti: 12.209 contro 11.869. In provincia di Bari l’esito fu invece nettamente favorevole alla monarchia con il 65,10% contro il 34,90%. I risultati politici del voto a Corato per la Costituente rappresentarono una sorpresa in quanto furono stravolti gli orientamenti che i cittadini avevano espresso alle comunali.

PARTITO     VOTI
UOMO QUALUNQUE  5.436
DC                                  5.783
PCI                                 7.767
PSI                                 1.941
PRI                                  161   

Il PCI migliorò di poco l’esito del 31 marzo, manifestando quella compattezza del suo elettorato che lo avrebbe caratterizzato per i decenni successivi. La DC pagò probabilmente lo scotto della vicenda del sindaco Addario, molti dei suoi voti finirono alla lista dell’Uomo Qualunque, che ebbe uno straordinario successo. Anche il Psi subì una notevole flessione, anch’esso ritenuto responsabile della crisi al comune. Infine va segnalata la prima apparizione a Corato del PRI, nato da pochi mesi in seguito ad una scissione dal Partito d’Azione.

Più in generale nel 1946 il Fronte dell’U. Q, riportò un notevole affermazione nelle elezioni amministrative in numerose città del Centro-Sud e nelle elezioni per l’Assemblea Costituente.  Fu il quinto partito delle elezioni del 2 giugno, elesse 30 membri dell’Assemblea Costituente e vide il suo fondatore Giannini classificarsi al terzo posto per numero assoluto di preferenze personali, dopo De Gasperi e Togliatti.

Inizialmente L’Uomo qualunque fu un settimanale satirico-politico fondato a Roma nel 1944 da Guglielmo Giannini, giornalista e commediografo. Il giornale, caratterizzato da un linguaggio colorito e popolaresco, dichiaratamente anticomunista, alimentò, facendo leva sul malessere sociale dei ceti medio-piccoli, la sfiducia contro i partiti. Espresse nell’immediato dopoguerra il diffuso sentimento di stanchezza morale degli italiani, avverso ai politici di professione e polemico nei confronti dell’antifascismo, che Giannini equiparava al fascismo nella brama di potere. Fu soprattutto la piccola borghesia ad appoggiare tale movimento, quel ceto sociale eternamente scontento ed inquieto, sempre oscillante tra il forte desiderio di scalata sociale e il timore di proletarizzarsi.

«Abbasso tutti!». Così era scritto sotto la testata de L'Uomo Qualunque. Il vasto movimento di opinione pubblica suscitato, soprattutto al Sud, dalla rivista che arrivò a vendere fino a 800mila copie, sfociò nella formazione di un partito politico.
Il successo del partito fu immediato poiché la gente era sfiduciata nei confronti del futuro, si sentiva abbandonata dai partiti tradizionali che pensavano più agli interessi dei propri iscritti che all’uomo qualsiasi. Le epurazioni, poi, di funzionari pubblici che avevano aderito al fascismo per sostituirli con quelli del PCI e della DC creavano forti malumori al mondo impiegatizio.

Lo slogan preferito di Giannini era: “Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”.
Si trattò tuttavia di un risultato effimero: il Fronte, infatti, incapace di darsi un programma definito e dopo aver tentennato ora a destra ora a sinistra, si avviò a un rapido declino. Dopo le elezioni politiche del 1948, nelle quali ottenne solo 5 deputati e un senatore, scomparve dalla scena politica.

Oggi, dopo il grande successo elettorale del Movimento 5 Stelle, c’è la tendenza a cercare un paragone tra Grillo e Giannini. In molti negli ultimi tempi hanno visto affinità tra il movimento dell’Uomo Qualunque e quello dei grillini.

Tra il comico genovese e il  commediografo Giannini qualche punto di contatto in effetti si può trovare, per esempio nelle invettive e negli epiteti offensivi e corrosivi. Giannini se la godeva come un matto a chiamare il CLN «Comitato Lavativo Nequitoso», il Pci «Partito Concimista Italiano» e i democratici cristiani «demofradici cristiani». Per non dire di come irrideva a «Fessuccio Parri» o «Pietro Caccamandrei». I politici più in vista venivano attaccati nella rubrica PDF (pezzo di fesso). Quelli di Grillo sono noti. Uno per tutti: “lo psiconano” riferito a Berlusconi.

Quando Giannini tuonava indignato contro «l'ignobile spettacolo d'un arrivismo spudorato» e «l'assalto di una minoranza di vociatori, servitori, sfruttatori, iettatori» diceva cose si sarebbero risentite anche in questi anni, in questi mesi, in queste settimane. Grillo è indubbiamente un istrione che nelle sue torrenziali sfuriate solletica qua e là anche dei sentimenti qualunquisti e anti-partitici.

Le istanze del movimento dell’UQ erano simili a tante di oggi: dar voce all’uomo della strada abbandonato dai maneggi di palazzo, l’antipolitica, la critica al centralismo, la società civile al posto dello stato, la critica sia alla Confindustria che ai sindacati. Tra i punti del programma dell’UQ c’erano la richiesta di minore fiscalità, la contrarietà a realizzare grandi opere pubbliche, la richiesta di un sistema di governo depoliticizzato. Alla base però c’era la tesi della disonestà intrinseca dei politici.

In Parlamento Giannini iniziò dichiarando che avrebbe appoggiato le proposte che gli sembravano a favore della gente indipendentemente dal partito proponente, esattamente come dicono oggi i vari Crimi e Lombardi.

Il partito di Giannini si sciolse in tre-quattro anni come neve al sole e di quella esperienza è rimasto solo il termine “qualunquista” che non è proprio un complimento. Sarà così anche per il Movimento 5 Stelle? Basterà la “Rete” a tenere unito questo coacervo di idee e di umori? Sarà sufficiente la protesta antipolitica a cementare questo movimento fluido? Staremo a vedere. A partire dalle prossime elezioni amministrative coratine.

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