La SS.Addolorata a Bitonto

Nella secentesca chiesa del Purgatorio a Bitonto con le suggestive architetture proto barocche, si conservano manufatti artistici di diverse epoche e di diverso valore estetico fra cui una scultura della SS Addolorata

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - venerdì 19 aprile 2013
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Nella secentesca chiesa del Purgatorio a Bitonto con le suggestive architetture proto barocche, si conservano manufatti artistici di diverse epoche e di diverso valore estetico fra cui una scultura della SS Addolorata, opera assai problematica per significati storici, artistici e culturali. 


L’opera è nota alla comunità locale poiché annualmente viene portata in processione per le vie della città durante i riti pasquali suscitando sentimenti religiosi ma pochi la esaminano sul piano artistico. Definirla opera scultorea è del tutto improprio in quanto non è ricavata da un pezzo di marmo o di legno:  stoffe, testa ed arti sono assemblati secondo una tecnica artigianale praticata nelle botteghe d’arte tant’è che la si potrebbe definire capolavoro dell’arte popolare. Proprio perché opera molto bella di incerta catalogazione critica, è utile ed opportuna qualche distinzione fra arte colta e arte popolare che sul piano storico ha assunto aspra contrapposizione critica e filosofica. Che la contrapposizione tra le due espressioni sia passata attraverso una fase di assoluta inconciliabilità, è un fatto certo.

L’inconciliabilità rispetta il momento storico e la personalità umana (non artistica) dei sostenitori o detrattori dell’arte colta e popolare ma è altrettanto certo che oggi nessuno si pone più la domanda visto che le arti si sono integrate. Ad ogni modo, dovendo analizzare un’opera lontana nel tempo e per comodità dialettica, è bene che sussista la distinzione. Ogni secolo ha negato o modificato il pensiero del secolo precedente ed, infatti, è solo in età romantica che l’arte popolare ha assunto nobiltà critica in contrapposizione all’estetica idealistica che negava qualsiasi valore all’arte popolare, copia dell’arte colta secondo Bernard Berenson. Giambattista Vico, vivendo un’età di forte bisogno immaginario, considera l’arte popolare “ frutto di interi popoli”; popolo e popolare sono visti in senso atemporale in cui è riscontrabile uno spirito primitivo non etnologico ma ideale.

Francesco De Sanctis, storico e critico della letteratura italiana, individua nella poesia popolare siciliana il primo documento della letteratura italiana e definisce l’arte popolare “ espressione dei moti dell’anima che non hanno, come precedenti immediati, i grandi travagli di pensiero e passioni”. Ugo Ojetti, arriva all’insulto chiedendosi se l’arte popolare non sia altro che “balbettio ignobile o selvaggio, uguale in tutto il mondo” commettendo l’errore (esempio tipico di quando prevale la personalità dell’uomo sulla personalità dell’artista) di mettere sullo stesso piano le espressioni dei bambini, l’arte primitiva e quella popolare; queste hanno uno sviluppo, le espressioni infantili sono testimonianze occasionali e fortuite. Uno degli addebiti che si fa all’arte popolare è la grossolanità delle forme e la rozzezza delle espressioni.

Esponenti di grossolanità e rozzezza  furono ritenuti, ad esempio, Coppo di Marcovaldo e Altichiero dei Berlinghieri sebbene i giudizi della critica contemporanea testimonino l’esatto opposto. Come si vede le tesi e le opinioni sono tante e contrastanti e da esse spesso emergono non ragionamenti critico-scientifici ma umori e sensibilità umane e non nascondo, dovendo parlare dell’Addolorata di Bitonto, che mi costa una certa fatica separare il giudizio critico dal sentimento. Infatti, osservando l’opera, la prima sensazione mi riporta al “Pianto della Vergine” di Jacopone da Todi, poi, perché vergognarsi, rivedo nella mente con malinconia, le tante madri di terre lontane prosciugate di lacrime, chine ad interrare il figlio morto di fame o in una lotta tribale in un infame ed ipocrita momento storico che genera morte sotto le mentite spoglie di un buonismo globale innaturale. Certo, sono sentimenti, sia pure acri, che non legittimano un discorso critico anche se non lo escludono.

In questa logica, l’unica percorribile, mi è di ausilio Lionello Venturi il quale, in un suo testo d’arte, stabilisce: “Il sistema critico rifiuta ogni giudizio che non si identifichi con la personalità dell’artista”. E più avanti: “la personalità dell’artista è diversa dalla personalità dell’uomo. L’uomo con le sue passioni, le sue teorie, i suoi doveri, condiziona la personalità dell’artista ma non si identifica con lui”. Nulla da eccepire, sono tesi acquisite dalla critica moderna e, a ben riflettere, annullano ogni tentativo di analizzare la SS Addolorata secondo personali convincimenti spesso sentimentali. Indubbiamente l’opera fu ideata e portata a compimento in una delle tante botteghe d’arte fiorenti fino alla metà del secolo scorso e, quindi, col concorso di diverse persone.

L’dea generale ed alcune parti, come ad esempio lo splendido volto, sono opera di un’unica persona, forse cartapestaio o scultore di lastre tombali. Il procedimento tecnico è quello artigianale tuttora praticato dai pupari siciliani: attorno ad una struttura fatta di bastoncini metallici o di legno, si avvolgono vestiti e stoffe e si innestano arti e teste eseguite a parte e spesso ricavate dai calchi. Ed è proprio in questo procedimento artigianale che l’autore, ignoto, supera l’artigianalità come fatto tecnico fine a se stesso creando un modello iconografico, tradizionale fin quanto si vuole, unico per compostezza formale e profondità espressiva. L’opera è esente da suggestioni simboliche pietistiche, l’iconografia devozionale è solo un dato apparente dacchè l’opera risulta impregnata di cosmica solitudine che è solitudine etica e non sentimentalismo retorico.

Le analoghe statue fatte per gli stessi scopi e finalità, generalmente sono un impasto di svenevolezze e pietismo, si arriva persino a dipingere lacrime sul volto e a tinteggiare di giallo i corpi per sollecitare i sentimenti e, quindi, a falsare le” intuizioni” poetiche che generano la poesia confondendo così la pietà col pietismo, il dolore con il plateale pianto con lacrime dipinte. Nulla di tutto questo nell’Addolorata bitontina: l’intensità del volto, mestizia e sofferenza assorbiti in un dolore etico che ben si armonizza col gesto delle mani reggenti un fazzoletto bianco, ha la misurata armonia della scultura di Duprè o di Lorenzo Bartolini.

Il senso mistico, la scelta degli elementi che la compongono, ghirlanda, vestito nero, scialle nero, si stemperano in uno stile severo e controllato, carico di valori religiosi ed estetici e, se l’autore è ignoto, non è che un bene, rafforza il mistero insito in ogni vera opera d’arte qual è la Santissima Addolorata. Le controverse critiche modificano i metri di giudizio ed aiutano a capire razionalmente  i pregi, quando ci sono, in un manufatto artigianale. Se  la SS Addolorata è stata realizzata in una bottega, i meriti dell’autore hanno del miracoloso trasformando la manualità artigianale in ricerca estetica autonoma tale da superare l’antinomia arte colta – arte popolare. Ed è per questo che adoro la statua. Questo scritto è ideato e pensato affinchè altri la conoscano e l’ammirino non solo per motivi religiosi ma per qualità estetiche.