Le carceri

Le origini e la situazione attuale

Enrico Schiralli Criminologia, devianza e mutamento sociale
Corato - giovedì 11 aprile 2013
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Fra tutti i popoli antichi la sanzione penale per eccellenza era quella corporale, anche se il diritto romano cominciò ad intendere il carcere come forma di afflizione per i criminali peggiori perché cominciassero a soffrire prima ancora della materiale esecuzione della condanna capitale.

Per tutto il medioevo la detenzione era considerata luogo di custodia per quei criminali considerati inaffidabili ed incerta la loro presenza ai processi specie in occasione del verdetto.


Durante l’alto medioevo le pene pecuniarie costituirono l’unico strumento penale di sanzioni adottato in modo costante mentre durante il basso medioevo le pene pecuniarie vennero sostituite da una serie di pene corporali feroci e crudeli.

Comunque il carcere era un luogo di custodia provvisoria per gli imputati in attesa di giudizio o prima dell’esecuzione delle pene corporali. Vigeva la legge del taglione, che aveva lo scopo di pareggiare i danni derivati dal reato.

Nel 500, per la scarsità della forza lavoro, sarebbe stato economicamente insensato continuare a eliminare i delinquenti per cui la pena della privazione della libertà personale prende il posto di quelle capitali cominciando a parlare di umanità e non più di crudeltà della pena, ma era l’aspetto economico quello che spingeva prevalentemente verso l’internamento coatto. Si affermano, infatti, particolari forme di sanzioni quali i lavori forzati, la deportazione e la servitù delle galere, tutte che sfruttano la forza lavoro dei detenuti.

Nel 600, con le grandi monarchie, l’esecuzione penale diventa uno spettacolo teatrale in cui il potere del sovrano è mostrato pubblicamente sul corpo del condannato. In questo periodo la giustizia penale si trasforma da un mero fatto privato ad un settore pubblico.

Vigeva la spettacolarità della pena che aveva anche lo scopo di deterrenza nei confronti di coloro che avevano intenzione di non osservare le leggi.

Con la rivoluzione industriale del 700 e 800 il lavoro forzato nelle carceri viene sostituito da una sempre più pressante esigenza di intimidazione e di controllo sociale ed è in questo periodo che si concretizza il progetto architettonico di Bentham, il panopticon,, in base al quale le carceri, oltre ad essere un luogo di espiazione della pena, sono anche un luogo di osservazione per il prodursi di un sapere clinico riguardante i detenuti.

Con l’illuminismo ed in particolare con Cesare Beccaria vi fu il decisivo superamento delle pene corporali e infamanti e soprattutto della pena di morte, che aveva caratterizzato l’ Anciem regime, e la pena si trasformò dalle esecuzioni crudeli con l’abbandono delle sanzioni corporali a quella detentiva che necessitò la costruzione di apposite strutture con l’ottica di considerare il sistema penitenziario in modo innovativo.

Nella prima metà del xix secolo la pena detentiva diviene la pena per eccellenza venendo meno anche altre forme di punizione quali le galere, i bagni penali e le deportazioni.  Si cominciò a parlare, con la scuola classica, di retribuzione della pena commisurata alla gravità del fatto, mentre con l’avvento della scuola positiva, che focalizzò l’attenzione sulla figura del criminale, si mirò a differenziare la pena  e a graduare il trattamento penitenziario in base all’osservazione scientifica dei singoli detenuti. La pena perde il suo carattere punitivo per assumere una funzione pedagogico-normativo , nonché un ruolo terapeutico generale. Il condannato doveva essere rieducato, intendendosi un investimento della società.

In Italia le prime carceri sorsero verso la fine del xvii secolo a Firenze presso l’ospizio del San Filippo Neri, poi a Milano e  Napoli con le famigerate ^la Vicaria^ e il ^Serraglio^.

Delle carceri, oggi, si sente parlare quotidianamente, quasi sempre in modo negativo per via del sovraffollamento che rende disumane le condizioni di vivibilità dei detenuti all’interno delle celle o dei numerosi suicidi.

Si parla spesso di situazioni di emergenza, di nascita di comitati promotori che attirano l’attenzione ,anche con scioperi della fame e della sete come quello di Marco Pannella , sulle problematiche delle carceri.

Nel nostro paese ci sono poco più di duecento carceri, con una capienza complessiva regolamentare di circa 43,000 unità, ma le presenze effettive superano di gran lunga questo dato sino ad arrivare quota 57.000/60000.

Impressionante è l’alto numero dei suicidi, i tentati suicidi e gli episodi di autolesionismo, senza dimenticare gli scioperi della fame e le manifestazioni di protesta.

Sicuramente parlare di carceri e comunque del sistema carcerario è laborioso, il dibattito politico e sociale è sempre vivace, vigendo sempre il dilemma se costruire nuove strutture e ampliarne quelle esistenti compatibilmente però con le esigue risorse finanziarie, o in alternativa ricorrere con maggior frequenza alle misure alternative alla detenzione, quali l’affidamento ai servizi sociali, la detenzione domiciliare o la semilibertà. Il dibattito può protrarsi all’infinito ma sicuramente il principio dettato dalla Costituzione Italiana della pena che deve tendere alla rieducazione è un principio sacrosanto sul quale dovrà basarsi ogni iniziativa, legislativa o sociale, che si voglia intraprendere .

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