Il discorso del Sindaco

Con l’approssimarsi delle elezioni, Corato è tutta un concitato proliferare di proclami. Ma non c’è quasi nulla da inventare. Basta cogliere gli insegnamenti dal passato, come per esempio dal discorso pronunciato dal sindaco Nicolò Gioia nel 1853

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 05 aprile 2013
Ritratto del sindaco Nicolò Gioia (Per gentile concessione dell’arch. Claudio Gioia)
Ritratto del sindaco Nicolò Gioia (Per gentile concessione dell’arch. Claudio Gioia) © CoratoLive.it

Con l’approssimarsi delle elezioni amministrative, Corato è tutta un concitato, convulso proliferare di liste, proclami, simboli e candidati.

In tanti sembrano in preda ad una febbrile smania di amministrare, alcuni forse con una certa dose di improvvisazione ed un pizzico di presunzione, quella di avere la formula magica per “la salvezza della patria”.

In realtà non c’è quasi nulla di nuovo da inventare, basta cogliere spunti e insegnamenti dal passato, come per esempio dal discorso pronunciato dal sindaco Nicolò Gioia nel 1853.

Il suo intervento programmatico al momento dell’insediamento, per tanti aspetti, è incredibilmente attuale, a dimostrazione che i regimi cambiano, gli uomini passano, ma i principi generali del buon governo di una città possono essere considerati sempre validi, pur con tutti i distinguo possibili in relazione alle varie epoche storiche.

Come premessa è importante sottolineare che il sindaco Gioia non doveva rispondere ai “suoi” elettori per il semplice fatto che non c’erano elezioni democratiche.

Nel 1853 si era nell’ultimo decennio della monarchia borbonica. Le amministrazioni locali erano ancora “censitarie” e  sottoposte ad uno stringente controllo da parte degli Intendenti. L’istituzione rappresentativa dei Comuni era chiamata Decurionato.

La classe dirigente delle varie città veniva reclutata all’interno di “liste di eleggibili” o, come dizione più frequente allora, di “eligibili”, nelle quali erano elencati tutti coloro che possedevano una rendita il cui minimo variava di città in città. Ad essere rappresentata era soprattutto la rendita fondiaria dei proprietari, dei massari, dei coloni, dei galantuomini, dei professionisti e, sia pure con numeri modesti,  della medio-piccola borghesia.

Gli amministratori avevano come criterio di legittimazione il censo. Unica condizione per diventare decurione era la rendita e poi, in mancanza di un libero voto, la fortuna di esser sorteggiati. Le caratteristiche che rendevano un cittadino coratino degno di essere nominato decurione erano “la devozione” alla Casa Regnante, il “talento”, “l’integerrima morale”, lo “spirito di vera religione”, “la suscettibilità a poter procurare il bene del Comune”.

Il Decurionato, formato a Corato da trenta consiglieri, eleggeva poi il sindaco a votazione segreta sulla base di una terna di partenza. Tale nomina doveva in seguito essere confermata dall’Intendente (il prefetto preunitario) e dal sovrano. Gli Intendenti invitavano sempre il Decurionato a proporre delle terne raccomandandosi di scegliere delle persone che godessero della “pubblica stima” e “avessero il carattere di amiche del Comune e di fedeli sudditi del Re”.

Un’ultima considerazione riguarda la figura di Nicolò Gioia. Apparteneva alla famiglia più ricca di Corato in quel periodo. La sua potenza economica aveva da tempo superato quella di famiglie di più antico lignaggio come i Patroni Griffi, i La Monica e i Capano, una potenza simboleggiata dall’imponente palazzo che il padre, don Giuseppe, aveva acquistato, come ruderi del castello coratino, nel 1808 dal duca Carafa per 3.000 ducati.

Ed ecco il discorso del Sindaco:
                                                           
«Signori Decurioni,
otto anni di esercitate funzioni in qualità di Giudice Conciliatore non sono state bastevoli a procurarmi un riposo, che anzi mi vedo aggravato da maggiori e più pesanti cure.

Buon per me che mi trovo circondato da voi e con voi in così stretti rapporti di reciproci doveri, così che comune sarà la Gloria di una buona amministrazione come il biasimo di un’amministrazione rilasciata ed esitante.

Due forti carichi abbiamo sulle spalle e voi ed io; il primo di corrispondere alla fiducia che il Real Governo ha riposta in me per ben presiedervi, ed in voi per confortarmi ed illuminarmi; il secondo di soddisfare le aspettative dei nostri amministrati onde fruire, mercé una saggia e vigile amministrazione, i vantaggi morali ed economici che la nostra città merita.

Riflessi son questi, o Signori, che sollevano il mio spirito troppo abbattuto a fronte di sì delicato e responsabile incarico.

Voi, forniti di lumi, Voi, periti nell’amministrare, Voi, stretti da santi e comuni doveri con me, Voi mi presterete i vostri consigli e tutto il vostro appoggio, e meco concorrerete nell’amministrare la cosa pubblica, nel corrispondere alla fiducia Sovrana e nel soddisfare le aspettative dei nostri amministrati.

Se dunque, o Signori, ci è comune e c’incombe un sì nobile e santo dovere, mettiamo tutti i nostri sforzi per adempiervi strettamente; amministriamo questo comune ma nel vero significato della parola.

E su ciò rammento a me stesso che non si amministra  portando semplicemente una corretta e morale contabilità e solo limitandosi a guardare le nude entrate ed uscite, ma si amministra bene quando si migliora l’azienda comunale per farla servire ed arricchire il paese di necessari ed utili stabilimenti, promuovendo ed impetrando dalla Munificenza Sovrana, tutto ciò che è proprio di una città di prim’ordine, come la nostra, tutto ciò che la mette al livello delle altre convicine.

Ben si amministra quando, piegandoci alla Morale, ci livelliamo al di sopra di tutti i partiti, rendendoci giusti e benevoli per tutti, ineccepibili alle passioni, agli odi, alle vendette. Ben si amministra quando ci facciamo martiri della nostra posizione compiendo tutti i sacrifici che l’amministrazione stessa impone ai suoi funzionari per superarne le difficoltà, quando ci impegniamo ad eccitare con l’esempio la concordia, la più fina morale, l’osservanza delle leggi, l’attaccamento verso la nostra sacrosanta Religione, la devozione verso l’Augusto nostro Real Governo, la fiducia e il rispetto verso le Autorità costituite.

Ben si amministra infine quando rinunziando ad ogni privato interesse e alle particolari vedute, guardiamo solo il decoro, il lustro e la rappresentanza della nostra Città.

Or dunque, Signori Decurioni, dovendo io essere alla testa di questa amministrazione, trovo utile farvi conoscere i principi che avrò per norma, onde col nostro concorso si possa trarre il miglior partito.

Le mie cure instancabili saran dirette:

1°. A  far sì che il Palazzo di rappresentanza Comunale non manchi di tutto l’apparato, di dignità e decenza; che negli uffici sia mantenuto l’ordine perfetto e massima regolarità e pulizia; che nelle nostre unioni di famiglia e nelle pubbliche parate vi sia solo lo spontaneo e pronto concorso di tutti i chiamati, con dignità, decenza, ordine e contegno; che dagli impiegati e dai serventi si mantenga la massima onestà ed esattezza non solo, ma ancora la decenza sia nei portamenti che nell’abbigliamento.

2°. Attenderò per quanto è in me migliorare la finanza, onde metterci nella favorevole posizione di spingere innanzi le pubbliche opere e coi mezzi della finanza comunale e con tutti quegli altri che il nostro zelo comune saprà suggerirci, studiarci di arricchire il paese di utili stabilimenti, aumentando il decoro interno e bonificando le strade esterne.

3°. Signori! Non può fiorire un paese né gli utili progetti possono spingersi innanzi quando manca la concordia e la buona intelligenza fra i cittadini, quando dalle differenze e dai malintesi ne disgiungono gli animi: io quindi saldo nei principi della generale Concordia, prometto che il mio Sindacato non sarà che di conciliazione, di cooperazione, onde ogni malinteso eliminato, progredir si potesse con la pace in quegli utili stabilimenti, che rendendo florida ed invidiabile la nostra Patria, lasciar potessero ancora di noi cari ricordi.

4°. Nella mia amministrazione non ci saranno misteri, ma tutto sarà aperto, tutto sarà sottoposto alla vostra riflessione, alla vostra approvazione, ed io da tutti ed in tutte le ore accessibile.

5°. Il posto della prima Magistratura del paese, che occupo, mi dà l’obbligo d’invigilare su tutti gli altri branchi di pubblica amministrazione, onde eccitarne lo zelo e l’esattezza; esso da me non sarà mai trasandato.

6°. Finalmente, o Signori Decurioni, alla pochezza del mio merito supplirò con indefesso zelo, instancabile operosità ed illibata onoratezza: starò alla perfetta osservanza delle leggi e dei miei doveri, e vi saprò far stare chi per poco mostrerà di allontanarsi.

Forte di tali principi e colla certezza di ottenere da Voi conforto, consigli, assistenza e cooperazione, implorando i Divini Aiuti, entro coraggioso nello svariato campo dal troppo delicato e responsabile carico addossatomi».

Collegialità nell’amministrare, cooperazione, trasparenza, perseguimento degli interessi generali e non di quelli personali, rispetto delle istituzioni e delle leggi, disponibilità al dialogo, operosità, moralità, onestà, gestione corretta della finanza pubblica, governo super partes... , ecc., ecc.

Non male, proprio non male per un sindaco del tanto criticato periodo borbonico. Oggi, in un’epoca di più che radicata democrazia, questi principi dovrebbero essere stati ampiamente e profondamente assimilati. O no?

Certo, nel discorso del sindaco manca ogni riferimento alla realtà sociale, allora veramente drammatica, soprattutto se si tiene conto che, su una popolazione di circa 20mila abitanti, almeno 10mila vivevano in condizioni subumane e morivano di fame. Ma non si può pretendere che il potentissimo e straricco don Nicolò Gioia fosse pure “un po’ comunista”.

Nicolò Gioia fu sindaco ininterrottamente fino al 1860 quando ci fu la rivoluzione garibaldina.