L’Umanesimo di Donatello

Lo scultore che meglio coniuga passato e presente è Niccolò Donato Di Betto Bardi detto Donatello (Firenze 1386-1466) che non rompe del tutto i legami con la tradizione scultorea medievale

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - giovedì 21 marzo 2013
©

Tutti i fenomeni umani, quali siano le cause che li hanno determinati, hanno un inizio e una fine. Anche il Medioevo che si reggeva sul sistema teologico sembrava destinato a non finire. Per la storia è stato un impero formato sul dogma e per questo nulla poteva la ragione dell’uomo. Una entità soprannaturale guidava i comportamenti umani e determinava i fenomeni della natura. In altri termini, la trascendenza era nei fatti immodificabili ed eterni.

Questa visione della vita e delle cose, significava prescindere dalla intelligenza e dall’agire razionale, codificava l’inspiegabile come norma logica sicchè anche le più elementari attività e i comportamenti diventano tradizione. Ed è proprio la tradizione ad ingenerare dapprima sofferenza, poi ribellione. Sul piano sociale le alte gerarchie clericali si lasciavano andare ad un benevolo assistenzialismo mentre il divario fra potere politico e ceti popolari era enorme: per questi ultimi lo sfruttamento era nei fatti. Sicchè alla insofferenza si aggiunge il dubbio: se l’uomo è dotato l’intelligenza, perché non servirsene e tentare di capire ciò che in tanti ritengono inspiegabile? Sia pure in maniera impercettibile, il Medioevo entra in crisi ed è l’arte a darne i primi segni con Giotto la cui opera pittorica non descrive solo sentimenti religiosi ma fatti storici subito storicizzati.

Giotto affresca la vita di San Francesco e il francescanesimo si scontra con il cristianesimo burocratico di facciata. È l’arte ad inaugurare il secolo XV stravolgendo regole, consuetudini, tradizioni. Sono gli artisti de Quattrocento a risolvere la crisi con la sola arma a disposizione, la capacità di analisi ed il ragionamento. La conoscenza passa attraverso il fare e il fare produce nuovi modelli e nuovi valori. Se l’artista medievale è responsabile della qualità della propria opera, non dei contenuti, l’artista rinascimentale sceglie forme e temi dando ad essi contenuti soggettivi. La realtàè l’unica entità da scoprire e da indagare.

Così si scopre la prospettiva, osservando il colonnato di una basilica, si capiscono i meccanismi statici, si studiano i contrafforti dei templi. Filippo Brunelleschi progetta e realizza la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze inventando un sistema costruttivo particolare. Le enormi dimensioni della cupola non permettevano che all’interno si potessero sistemare impalature per “voltare” pilastri e vele e si procedette gradualmente in maniera tale che la cupola si auto sostenesse durante la costruzione stessa. Leon Battista Alberti è l’architetto intellettuale che meglio di altri codifica la nuova era artistica e individua nel suo trattato sulla pittura, scultura e architettura la struttura e il significato della forma che è “non più semplice illustrazione o traduzione in figura, ma ha un proprio intrinseco e specifico contenuto”.


Il nuovo corso nasce, dunque, all’insegna del rigore mentale; l’arte si appropria della realtà, più della scienza ne indaga le cause che la determinano e dà vita alla cultura figurativa che la critica ha definito “umanesimo rinascimentale”. Lo scultore che meglio coniuga passato e presente è Niccolò Donato Di Betto Bardi detto Donatello (Firenze 1386-1466) che non rompe del tutto i legami con la tradizione scultorea medievale, ne conserva il gusto per gli elementi decorativi inseriti al fondo dei bassorilievi reinterpretati drammaticamente, dacchè oltremodo drammatica è la vita dei ceti popolari a cui lo scultore dà dignità etica e fierezza d’appartenenza. Verista ante litteram, indaga la vita di ogni giorno sia scolpendo crocifissi, sia scolpendo profeti e a tutti dà un’anima di antica memoria smuovendo le piatte superfici del marmo e del bronzo con continue accensioni di luce.

Per necessità di innovazione impregna il suo stile dell’umanità fiorentina del suo tempo ma, sempre coerente con se stesso, non dimentica mai la classicità greco-romana. Donatello trasferisce la società laica nei suoi profeti, santi, adultere e soldati con empito atemporale e sentimento popolare. L’opera più emblematica della poetica donatelliana è, probabilmente, il monumento equestre del Gattamelata. In un primo momento la scultura è destinata all’interno di un sacello per ornare la tomba di Erasmo da Narni, un soldato fiero e leale, qualità insolite nei capitani di ventura di quel tempo. Ma subito si ritiene il personaggio degno di ammirazione collettiva e, pertanto, l’opera fu trasferita all’aperto. Nell’analisi critica non si può prescindere dal confronto con un’altra opera equestre, il Marco Aurelio del Campidoglio, di secoli antecedente e simile nelle apparenze ma lontanissime l’una dall’altra sotto ogni aspetto umano spirituale ed estetico. Nel Marco Aurelio domina il senso dell’astratto, del mito inventato.

L’imperatore è entità a sé, slegata dal cavallo. Marco Aurelio guarda nel vuoto nell’asettica condizione di idolo. Il Gattamelata è l’esatto opposto: cavaliere e cavallo sono la continuazione l’uno dell’altro. Il capitano di ventura, chiuso nel silenzio di chi è solo con le proprie responsabilità nel guidare l’esercito, ha il volto malinconico del condottiero nato mille e mille anni prima. È il soldato che arriva e parte, viene da lontano e nessuno sa quando si fermerà. Ha un’anima e un atteggiamento fieri del popolo che cerca il riscatto attraverso il valore del soldato e la fedeltà alle istituzioni. Le superfici sono continuamente mosse da un interno fluttuare de sangue e da gesti anatomici misurati e severi. La spada e le braccia del condottiero sono poste in maniera da suggerire profondità prospettica. Nello sguardo di Erasmo da Narni vi è la malinconia del tempo che passa ma pure la fiera dignità dell’uomo moderno consapevole della missione da compiere che è insieme etica e storica.

Altri articoli
Gli articoli più letti