Sfregiata in viso da una rasoiata

Vigilia di Natale del 1756 a Corato

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 08 marzo 2013
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Ancora un episodio di cronaca nera, specchio della realtà coratina nel Settecento.

L'estrema miseria, le condizioni materiali a dir poco disumane, la presenza di una moltitudine di persone costrette a vivere in spazi terribilmente angusti, rendevano gli animi esasperati.

Nella mia ricerca di qualche anno fa (“Scene di vita quotidiana a Corato nel ‘700”) ho riscontrato un elevato tasso di rissosità, di aggressività, di spirito di vendetta, con la sensazione che la violenza, a tutti i livelli sociali, fosse elemento costante del vivere quotidiano. Bastavano un gesto, una parola. Diventavano la scintilla per far scoppiare un litigio in molte occasioni con tragiche conseguenze, come quello della vigilia di Natale del 1756.
Anche questa volta il protagonista è un ecclesiastico, un chierico per l’esattezza.

Una mattina verso la metà di dicembre del 1756, la figlia di Licia Rosa Mastromauro, moglie del mastro Francesco Matera, “aveva buttato dell’acqua sporca davanti la porta di Grazia Roselli, moglie di Francesco Randolfi”. A tale vista, Grazia

Roselli subito esordì con: ‘Sta porca!
Licia replicò e fu un crescendo di insulti fra le due donne fino a quando non si intromise nel litigio il figlio di Licia, il chierico Giuseppe:
- Con una puttana non mi voglio mettere.

E Grazia: A me dici puttana? Tua zia è andata buttando figli.
Il chierico: Tu hai avuto a che fare con don Giuseppe Cainati. (Era un sacerdote della Chiesa Matrice).
E via infangando da entrambe le parti. La rissa verbale si chiuse con le parole minacciose di Giuseppe:
- Ti taglierò la faccia e ti lascerò sul colpo, così farai le feste di Natale contenta.

Giuseppe Matera in quel periodo era piuttosto nervoso perché stava attraversando una fase di crisi vocazionale. Aveva infatti confessato qualche giorno prima al chierico Felice di Gioja che “Iddio non lo voleva prete perchè a Trani era stato respinto all’esame per prendere l’ordine del suddiaconato. La lezione la sapeva a memoria, ma davanti agli esaminatori non aveva saputo spiegarla. Per questo voleva spogliarsi da prete e andarsene da Corato”.

La domenica mattina del 23 dicembre era ancora buio pesto quando Grazia Roselli e sua figlia Nesta uscirono di casa per recarsi alla novena di Natale nella Chiesa Matrice. Mentre attraversavano la piazza del seggio, o “largo del castello”, furono assalite da due figure scure, le teste coperte dalle cappe, che erano sbucate da sotto alcune arcate delle “beccarie” che davano sulla piazza. Fu un attimo e Grazia Roselli si ritrovò con una guancia tagliata: una ferita - come accertarono il medico chirurgo Tomaso Rendine e il barbiere “prattico” Nicola Lombardo - lunga quattro dita “principiando tra le due labbra e terminando verso l’orecchia e profonda dalla parte di dentro la bocca”, provocata da un rasoio o da un temperino.

La donna cacciò altissime grida di dolore, mentre sua figlia Nesta si avventò contro uno degli assalitori e urlò: Traditore, traditore, che hai fatto?
Grazia corse verso casa grondando sangue e strepitando, mentre le due figure scomparivano nel buio. Alle grida tanta gente uscì dalle case o si affacciò alle finestre. In un lampo la notizia si diffuse e alla casa di Grazia Roselli, a letto con un “falzoletto pieno di sangue sulla faccia”, cominciò un via vai di gente tra cui il Governatore Bartolomeo Vitale, il camerlengo, gli armigeri della corte, il medico Rendine, il barbiere, vicini di casa. A chi le chiedeva chi fossero stati gli autori dello “sfreggio”, rispondeva: Il chierico Giuseppe Matera e suo fratello Andrea. E se non era per mia figlia quello mi ammazzava.

Giuseppe Matera dopo la novena incontrò varie persone che lo informarono della voce circolante nel paese, di essere lui lo “sfreggiatore” di Grazia Roselli. Il chierico negò tutto e si ritirò in casa.
Prima che potesse intervenire ad arrestarlo il Governatore, il giovane fu prelevato da due sacerdoti, don Nicola Giove e don Donato Bucci, e portato nella Chiesa Matrice. “L’arciprete Micale dubitando che il chierico potesse essere carcerato dalla corte laicale per la ferita, stimò bene cautelare la sua persona da ogni insulto”.

Va ricordato che in quell’epoca i luoghi ecclesiastici garantivano la totale immunità. Anche il più feroce assassino, se si rifugiava in una chiesa, non poteva essere arrestato. Addirittura bastava che si aggrappasse a porte o muri esterni di un luogo sacro, per evitare di essere assicurato alla giustizia laica. Ho raccontato, nel libro sopra citato, di armigeri che erano stati scomunicati per aver osato strappare con la forza dalla porta della Chiesa Matrice degli individui che avevano commesso dei reati.

Per alcuni giorni Giuseppe Matera ebbe asilo in Chiesa Matrice, dove tra l’altro si era rifugiato un altro coratino, Vito Lo Molino, ricercato per debiti. Successivamente, il 28 dicembre, Giuseppe fu tradotto nel carcere arcivescovile di Trani. Qui incontrò, giorni dopo, il sacerdote coratino don Antonio Papaleo, che si era recato a Trani “a riverire monsignore”. Giuseppe Matera lo supplicò di intercedere in suo favore presso il vescovo e Don Antonio gli rispose:

Ma, figlio mio, che cosa hai fatto. Senza timore di Dio. Potevi darli quattro schiaffi, potevi mazziarla, potevi alzarle i panni e farle una naticata. Dio te lo perdona, ma non già quello sfreggio.

A queste parole Giuseppe chinò il capo. “Si ammutolì, si avvilì”.

Dopo l’arresto del fratello, anche Andrea Matera si era rifugiato in chiesa Matrice e vi rimase per molto tempo. Ogni tanto usciva di nascosto per andare a lavorare come ”fabricatore allo Spedale del SS. Crocifisso” e poi la sera ritornava.
Intanto la ferita di Grazia Roselli era stata suturata “con cinque mezzi punti da sopra e cinque mezzi punti da sotto”. Un viso irrimediabilmente sfigurato. A molti testimoni, chiamati a deporre al processo, fu chiesto di esprimere un giudizio sull’aspetto fisico della Roselli. Evidentemente sfregiare una donna bella o una donna brutta comportava pene diverse: per le seconde si aveva diritto a qualche sconto.

Secondo i testimoni, Grazia, di 35 anni, era una “bella donna e di buona grazia, ma dopo la ferita era rimasta alquanto deteriorata nella bellezza con una cicatrice ben visibile”.
Al grave danno fisico si aggiunse, a causa della mentalità coratina dell’epoca, un danno morale forse anche più pesante. Sostennero i testimoni:

La donna dopo la ferita non camminava più con quello spirito, perché in questo paese si ha grande ignominia l’essere ferita nella guancia, e ciò ritorna in pregiudizio del parentado e specialmente dei figli della persona che ha patito, perché incontrano difficoltà nel prendere marito o moglie. Il parentado era disonorato fino al giorno del giudizio.

Ed infatti le ripercussioni furono immediate. Il giovane Domenico Grillo, che aveva da qualche tempo manifestato la volontà di sposare Rosa, un’altra figlia di Grazia Roselli, “dopo lo sfreggio alla madre ebbe molta ripugnanza a contrarre matrimonio con detta Rosa.”

La vicenda giudiziaria di Giuseppe Matera presso il tribunale ecclesiastico di Trani fu molto lunga. Si concluse infatti nel 1763 dopo un’aspra battaglia fra l’accusa e la difesa. La prima chiedeva per il chierico la sentenza capitale. “Che muoia non di morte naturale ma di morte civile”; la seconda fu impegnata nella ricerca di testimoni compiacenti e di alibi che lo stesso chierico aveva cercato di costruirsi, grazie anche all’appoggio e alla protezione che aveva da parte delle autorità ecclesiastiche coratine, in particolare dei potenti fratelli don Tommaso e don Agostino Mandoj, i quali tra le altre cose, riuscirono a non far legare il giovane chierico mentre era tratto in arresto.

I parenti di Giuseppe tentarono anche, tramite l’intercessione di alcuni sacerdoti, di far pressione su Grazia Roselli e suo marito perché “facessero l’escolpazione” e ritirassero la denuncia nei confronti del Matera, ma i coniugi rifiutarono.
Durante il processo i difensori di Giuseppe provarono a dimostrare che al momento dell’aggressione il chierico fosse nella bottega del barbiere Giorgio Civico, che quella mattina aveva aperto intorno alle cinque perché stavano arrivando le festività natalizie. In quella bottega, che come tante altre era luogo di ritrovo, passò un vasto campionario dell’umanità coratina. Intorno al fuoco si chiacchierava e si beveva acquavite.

Molte furono le persone che transitarono dal barbiere: il mastro Michele Cassio, Domenico Petrone, Giuseppe Mazzillo detto Culoacizzo, il macellaio Domenico Costanziello, Benedetto Bartolino detto il mulo e altri.
Prima che suonasse la campana della Chiesa Matrice per la novena, dal barbiere entrò, insolitamente, anche Giuseppe Matera, che si mise a chiacchierare con gli altri. Tirò fuori dalla sacca dei fichi secchi e li distribuì ai presenti e poi si bevve tutti quanti un bicchiere di acquavite. Dopo un po’ Michele Cassio disse agli altri: Andiamo a farci una ficaccia. E il Matera: E dove troviamo la massa a quest’ora?

Anche al beccaio Costanziello. che voleva andare ad aprire la macelleria prima del solito, disse che era troppo presto e che era meglio se ritornava a casa. Nella ricostruzione processuale della vicenda, tutte queste parole furono poi interpretate come il tentativo da parte del chierico di evitare che ci fosse gente nella piazza.

Quando poi i rintocchi della campana diedero l’ultimo annuncio della novena, verso le sei del mattino, Giuseppe Matera uscì dalla bottega.

Testimoniò il barbiere:
Sì, è vero che è stato nella mia bottega, ma quando è suonata la campana della novena, è uscito e non so dove è andato.
Tra le false testimonianze di questo processo spicca quella di Giuseppe Mazzillo detto Culoacizzo. Asserì che il chierico al momento dell’aggressione fosse già in chiesa, ma l’accusa smontò tale affermazione evidenziando che Culoacizzo era uomo di vino, ubriaco, persona vile e soprattutto salariato dei Mandoj, protettori di Giuseppe Matera.
E Culoacizzo fu arrestato come spergiuro.
Altri testimoni a discarico erano poi parenti dell’accusato e non furono presi in considerazione.

Alla fine, nel 1763, il processo nel tribunale ecclesiastico si concluse con una condanna tutto sommato lieve per l’accusato: solo sei anni di esilio. Le pressioni del clero coratino avevano avuto il sopravvento. La casta clericale ancora una volta si era autoassolta.

(Fonte originaria: Archivio Diocesi di Trani. Documento C 2486)

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