1779 a Corato: un efferato omicidio rimasto impunito

Non solo un episodio di cronaca nera, ma anche uno spaccato della vita della città, soprattutto notturna. I fatti, le situazioni, le testimonianze e i personaggi sono assolutamente autentici. Anche il linguaggio

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 08 febbraio 2013
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Protagonisti: Oraziantonio Cajato, la vittima; don Vito Musto, prete e presunto assassino; Antonia Quercia, la vedova, sospettata di essere mandante dell’omicidio; e poi i genitori dell’ucciso, il camerlengo, gli armigeri, il medico e il barbiere, i giudici, i vicini di casa, i nottambuli, ecc. Non solo un episodio di cronaca nera, ma anche uno spaccato della vita della città, soprattutto notturna. I fatti, le situazioni, le testimonianze e i personaggi sono assolutamente autentici. Anche il linguaggio. Tutto è stato rielaborato dal documento C 2748 dell’archivio della Diocesi di Trani.

A Corato si era soliti ogni notte organizzare la vigilanza per impedire che fossero commessi furti nelle abitazioni e soprattutto nelle botteghe della piazza. Oltre al camerlengo (responsabile dell’ordine pubblico notturno) e ai suoi armigeri, anche bottegai e artigiani erano obbligati a turno, quattro per ogni notte, a “fare la guardia”: una ronda civica a difesa delle persone e della proprietà. La lista dei “vigilantes” con i loro turni di guardia era scritta su un libricino affisso nella “bottega di commestibili della pubblica piazza” di Bernardino Pedone.

L’assassinio
Quella sera del 21 novembre 1779 toccò a Oraziantonio Cajato, che lavorava come barilaro nella bottega di uno zio. Dopo aver cenato, verso le due ore di notte (intesa come buio) uscì per la sua “obligazione”.
Io e mia moglie – riferì nella deposizione Paolo Cajato, padre dell’ucciso - e mia figlia Rosa ci posimo a letto, e così mia nuora si mise a letto sul tavolato.
Dopo un certo tempo, all’incirca verso le sei ore di notte, - trovandomi nel primo sonno, - continuò il padre - intesi vari gridi. Era la moglie che affacciata alla finestra gridava e piangeva: Il figlio mio, il figlio mio. L’uomo sentì nello stesso tempo la voce del figlio, che dall’esterno della casa emetteva lamenti: Mamma mia, tata mio, aiutatemi che sono morto.

Sbigottito e tremante, Paolo Cajato balzò dal letto e, nudo come stava con la sola camicia, corse giù, aprì la porta e vide suo figlio seduto a terra ed appoggiato al muro. Gli si accostò e gli chiese che cosa avesse. Il giovane a stento rispose che gli era stata tirata una schioppettata al ventre. Il padre si accorse allora che era tutto ricoperto di sangue e a quella vista cominciò a urlare: Il figlio mio è morto. Scese anche la moglie e fu tutto un gridare aiuto e piangere. Alle grida strazianti accorsero subito i vicini e poi il camerlengo Domenico Pullo, il quale appena vide Oraziantonio boccheggiare e rendendosi conto che era in fin di vita, inviò uno dei suoi uomini a chiamare il parroco.

Intanto con l’aiuto dei presenti, soprattutto di Vincenzo Cariati che se lo caricò sulle spalle, il giovane fu trasportato nella casa e adagiato sul letto. Oraziantonio non parlava più. Il parroco Domenico De Astis, prontamente sopraggiunto, gli chiese se volesse confessarsi; il ferito fece un cenno con la testa. Di lì a poco arrivò anche il Governatore col suo mastrodatti (cancelliere) e poi ancora il chirurgo Carmine Perrone e il barbiere Cataldo Patruno e altre persone che il padre nella gran confusione non riuscì a distinguere.

Il governatore si avvicinò al moribondo e gli domandò chi l’avesse ferito. Questi con un fil di voce rispose: Prete è stato.
Il governatore insisté per fargli dire come si chiamasse questo prete. E il giovane rantolando: Prete è stato. Aggiunse soltanto, con le parole ormai quasi incomprensibili: Prete è stato, addomandatene a muglierema. Dopo non riuscì a proferire altre parole.

Il governatore ordinò al chirurgo e al barbiere di osservare attentamente il giovane e costoro “diagnosticarono” che Oraziantonio aveva solo pochi istanti di vita perché le ferite provocate dalla schioppettata erano mortali. E infatti, dopo aver appena ricevuto l’estrema unzione, il Cajato morì.
La moglie Antonia Quercia poco prima era stata condotta nel sottano della casa da alcune donne del vicinato perché non assistesse alla morte del marito.

L’autopsia e il funerale
Il chirurgo Carmine Perrone, con l’assistenza del barbiere “cavatore di sangue” Cataldo Patruno, aveva effettuato una prima sommaria osservazione del corpo del moribondo con “l’aiuto di più lumi ad oglio accesi”. Aveva notato che il Cajato aveva molte ferite con “effusione di sangue al numero di 32, cioè 31 erano situate nell’ippocontrio sinistro occupando tutta la regione della milza; alcune di esse avevano penetrato la cavità del basso e medio ventre, altre non penetranti. Una ferita sul dorso della mano sinistra. Le ferite erano rotonde con segno di brugiato intorno. Erano mortali per aver colpito organi vitali, in maniera tale che non potessero applicarsi medicamenti.”
La mattina seguente il chirurgo e il barbiere, alla presenza del governatore e del mastrodatti, procedettero “allo sbaro del cadavere, che fu deposto su due tavole per individuare con più specialità quali viscere erano state offese.”
Sugli esiti dell’autopsia il chirurgo relazionò al processo:

Estrassi da una ferita un pallino di piombo della grossezza di un acino di pepe. Indi cogli istromenti anatomici aperta la cavità del basso ventre, al primo incontro si presentò lo zirbo (peritoneo che avvolge la massa gastrointestinale) forato con quattro fori; e passati ad osservare il ventricolo, si trovò pure forato in cinque parti. Da ognuna di esse si scorgeva quantità di chilo semicotto e spumoso.
Indi alzato lo zirbo forato, si osservarono gli intestini tanto il tenuo quanto l’ilcon anche forati. Ogni foro tramandava un umor sottile biancastro. Poi si aprì la cavità media, o sia petto, e si vide il globo sinistro del polmone a traverso sfibrato e lacerato dal passaggio di alcuni pallini di piombo infocati.

Viste le ferite alle cennate parti organiche e sensitive sì per lo ventricolo, organo necessario alla preparazione del chilo, come pure per l’offesa del polmone, organo necessarissimo e primo motore alla circolazione del sangue, per conseguenza ne doveva avvenir la morte.

Allo “sbaro” furono invitati anche Nicola e Vito Leone, padre e figlio, esperti cacciatori, per dare il loro giudizio sull’arma da fuoco usata.
Nella tarda mattinata il cadavere fu “processionalmente” portato nella Chiesa Matrice e dopo “l’officiatura” venne lì sepolto dai “beccamorti” Salvatore Ferrante e Cataldo Caldara.

La notte dell’omicidio
Nella ricostruzione dei fatti accaduti quella notte, il primo a riferire fu don Pullo, il camerlengo. Descrisse l’antichissima usanza della vigilanza notturna a Corato ad opera sia dei pubblici “servienti” che dei privati cittadini. Quella notte si erano incontrati presso la solita bottega Cataldo Lupo e Angelo Vito Clemente, armigeri della corte, e Francesco la Marca e Oraziantonio Cajato. Altri due, Francesco Tonta e Cataldo Patruno, erano indisposti.

Vita notturna a Corato
Al comando del camerlengo iniziarono la ronda per l’abitato. Quando passarono davanti la casa di Vito Michele Balducci, soprannominato il pugliese, sentirono suonare e ballare. Affermò il camerlengo:
Decisi di salirvi per vedere se c’erano in quella delle genti di cattivo odore. Fattici sopra, vidimo e trovammo varj congiunti e amici di detto Vito Michele Balducci, da questi invitati, per aver fatti quel giorno i Capitoli Matrimoniali d’una sua figlia e con l’occasione si stavano divertendo al ballo. Nella medesima casa ci trattenemmo per qualche tempo. Poi ci calammo a basso e incontrammo Giovan Battista Tarricone di Lucera, accasato in Corato, il quale portava la chitarra, e dalla casa del Balducci ci accompagnò sino alla piazza, dicendomi che voleva girare un poco per l’abitato per lucrarsi qualche cosa col suono della chitarra, nel caso avesse incontrato giovani che avessero voluto cantare alle loro innamorate. Me ne domandò il permesso ed io l’accordai.
Così concluse:
Finita la ronda, tornai a casa e avevo cominciato a spogliarmi quando sentii la schioppettata.


L’operazione di “polizia”
Alla notizia della schioppettata, il governatore impartì immediatamente l’ordine di controllare le porte della città “con la lusinga che il reo avesse potuto colà capitarvi.” Furono arrestati tutti coloro che al momento dell’omicidio erano in giro per il paese: Vito Santacroce e Francesco Astolfi, contadini, Domenico di Zanni, Cataldo Introno, Giuseppe Nicola Petrone e il chitarrista Tarricone, trovato con due giovani, Vito Malcangi e Felice Tripputi, tra loro cugini. Questi ultimi tre al momento dello sparo erano sotto l’arco di Ripoli per cantare una canzone ad una innamorata. Avevano sentito e visto sparare il colpo, ma non erano riusciti a riconoscere lo sparatore, sebbene fossero ad una distanza di trenta passi. Erano i testimoni oculari dell’omicidio. Il loro interrogatorio poteva essere determinante. Nelle parole del chitarrista Tarricone la dinamica dell’aggressione armata a Oraziantonio Cajato:

Incontrai due giovani che cercavano un sonatore. Ci portammo alla strada dello Scarpariello e il Tripputi, amoreggiando con Maria Filippa, figlia di Cristofaro Ferraro, avanti la di costui casa al suono della chitarra cantò una canzone. Terminata la quale, passammo nella convicina strada detta l’arco di Ripoli e ci andiedimo a fermare davanti la casa di Nicola Simonetti, dove Vito Malcangi aveva l’impegno di cantare una canzone per essere innamorato della figlia di costui.

Mentre stavo accordando la chitarra, sopraggiunse in detto luogo Oraziantonio per ritirarsi a casa dopo la ronda. Poiché ci conosceva si fermò un po’ con noi, ed essendosi accorto al chiaror della luna che dalla parte della sua casa, e propriamente vicino ai gradini della casa di Francesco Levrieri, alias Caponegro, stava fermata una persona che non seppe distinguere, ci domandò chi fosse. Noi non ci eravamo accorti di quella presenza. Volgemmo gli occhi e non la distinguemmo per la distanza. Vedemmo che era vestito di nero. Oraziantonio dicendo che voleva andare a conoscerla, si divise da noi e s’avviò da quella parte. Osservammo Oraziantonio che giunto davanti alla porta della di lui casa, bussò alla porta e si voltò di faccia verso dove stava quella persona sconosciuta e in quel punto intesi sparare un colpo di schioppettata, di cui ne vidi il lampo e intesi la botta. Oraziantonio subito gridò e vidi la persona fuggire. Al che i due giovani fuggirono in campagna, dov’erano garzoni di masseria, ed io andai a chiamare il camerlengo.

I sospetti su don Vito Musto
Il padre, sconvolto dal dolore, fuori di sé, quella notte e nei giorni immediatamente successivi non riuscì a riflettere su quelle ultime parole pronunciate dal figlio. Poi cominciò a prestare attenzione a certe voci che giravano nel paese: il prete assassino era don Vito Musto. Allora Paolo Cajato pian piano ricostruì attraverso alcuni tasselli il quadro della situazione che aveva portato all’omicidio di suo figlio: Don Vito Musto aveva avuto “attacco ed amicizia” con la nuora Antonia Quercia prima che si maritasse con Oraziantonio; inoltre, dopo l’uccisione del figlio, era scomparso da Corato.
Si rammentò che sin dai primi giorni dopo il matrimonio, celebrato esattamente un anno prima, Antonia Quercia pretendeva che il marito si separasse dal padre e la portasse a vivere in un’altra casa, “in virtù della parola datale prima del matrimonio.” Ma siccome il figlio non aveva mai voluto assecondarla, scoppiavano in casa “diverse altercazioni”.

Mio figlio si scorgeva sempre malinconico ed un giorno, circa otto mesi addietro, avendo voluto mia nuora uscire all’ora tardi di casa, il marito lo impedì e la rimproverò e li diede un pugno. Essa minacciò che l’avrebbe fatto uccidere, come mi fu raccontato da mia moglie, perché non mi trovai presente al fatto.
Io credo che nell’omicidio di mio figlio vi fusse stata l’intelligenza e l’istigazione della di lui moglie, perché si voleva separare dalla mia casa e andare ad abitare in un’altra per avere tutta la libertà di continuare l’amicizia con don Vito.

A quella lite aveva per caso assistito la “mammana” (la levatrice di quei tempi) Angela Torelli:

Dopo qualche mese dal matrimonio, per l’amicizia e la conoscenza che ho con Angela Gallo, madre di Oraziantonio, un giorno, dopo aver fatto il giro delle partorienti, salii per curiosità in casa per vedere se la zita fosse gravida. Ritrovai Antonia Quercia alterata perché voleva uscire di casa e la suocera non voleva perché non era conveniente uscire sola né quella era proprio ora di uscire stando prossimo a suonare mezzogiorno.
A quell’atto arrivò Oraziantonio e come vide la moglie che si alterava con la madre, rimproverandola li tirò un pugno e la spinse per le braccia verso il tavolato, ordinandogli di salire, e nel salirsene intesi la moglie proferire dette parole: - Da mò cominci ad ammaccarmi? Se continui a bastonarmi, ti farò uccidere.

Un altro dettaglio riferito dal padre:
Dopo che Antonia Quercia si maritò con mio figlio, don Vito Musto non l’ha mai trattata né si è mai accostato a mia casa, eccetto una volta a Natale. Ma io giudico che don Vito si fosse astenuto al fine di non recar sospetto a me e alle genti del vicinato, e che si fosse avvalso per comunicarsi le loro intenzioni del mezzo d’una ragazzina di nove anni, Margherita, cugina di Antonia e nipote di don Vito, la quale di quando in quando veniva in mia casa a visitare detta Antonia. Ed io sospetto che la ragazza portasse le ambasciate a mia nuora da parte di don Vito.

Un testimone importante fu Vincenzo lo Jodice. La mattina precedente l’omicidio, nella chiesa dei Francescani vide don Vito Musto discorrere di prim’ora con Angela Quercia e gli sentì pronunciare le parole: Questa sera sarà fatto. E sempre il lo Jodice sostenne di aver visto proprio quella sera il prete gironzolare dalle parti di casa Cajato.
Bernardino Pedone, nella cui bottega era affissa la lista dei sorveglianti, dichiarò che don Vito era andato tre volte nella sua bottega e aveva chiesto di dare un’occhiata alla lista con il pretesto di vedere quando toccava ad un suo compare, Vincenzo Capozza, che lo aveva pregato di intercedere presso il camerlengo perché fosse esonerato dal servizio.

Antonia Quercia, moglie ventiquattrenne della vittima, fu arrestata con l’imputazione di mandante dell’omicidio. La donna negò ogni legame con don Vito Musto:
Non ho tenuto amicizia con alcun prete né ho tenuto corrispondenza con chisisia. Non so il prete che intendeva dire il fu mio marito. Sebbene si è sparsa la voce che sia stato don Vito Musto, io non ho alcun sospetto. Con don Vito c’è una parentela e prima di sposarmi ho servito nella sua casa. Don Vito non è capace di dare in tal eccesso di ammazzare mio marito, col quale non ha mai avuto odio, ma bensì hanno camminati in buona amicizia.

L’interrogatorio di don Vito Musto
Dopo molti mesi di latitanza, don Vito Musto si presentò spontaneamente nelle carceri della Curia di Trani. Il 5 giugno 1783 subì l’interrogatorio da parte dell’inquirente ecclesiastico, il Promotore Fiscale. Iniziò con il descrivere la giornata del 22 novembre 1779:

Quella mattina, come al solito, mi levai dal letto di buon’ora, uscii di casa, portandomi a dir la messa nella chiesa di San Giuseppe. Per istrada intesi raccontare che la notte precedente era seguito un omicidio a colpo di schioppettata in persona di Oraziantonio Cajato. A tal notizia mi afflissi, poiché il morto era marito di una cugina delle mie nipoti a cui prestava accudimento e assistenza, a causa della morte della loro madre.
Celebrai la messa e ritornando a casa mia, per istrada intesi dire che l’omicida si voleva un prete, senza specificare chi fosse. Verso mezzogiorno uscì una voce originata dalli parenti del morto che l’uccisore fussi stato io. Ciò sentendo alfine di evitare il rigore della carcerazione, pensai di mettermi in salvo per allora, coll’appartarmi da Corato. Poi fidato della mia innocenza sono venuto spontaneamente a presentarmi.

Ho inteso dire che la causa sia stata la corrispondenza che mi si imputava colla moglie del morto, ma ciò niente è vero, anzi falsissimo poiché il morto era mio amico e la moglie di costui quasi ogni giorno e quante volte facea bisogno, col consenso del marito veniva in casa mia a guidare, pulire e regolare le figlie piccole di mio fratello e della fu Isabella Quercia, zia della suddetta Antonia.
Regolando costei le proprie cugine, niuna ombra di sospetto e di male potea darsi, e che sia così il marito permetteva che la moglie venisse in casa mia. Sicché la diceria uscita è un’impostura.

Arrivò poi la classica domanda da interrogatorio: Dove si trovava la sera del 21 novembre 1779, che dopo seguì l’omicidio?
La risposta dell’imputato fu determinante ai fini della sentenza: Io me ne stiedi in casa mia, ove mi ritirai per tempo. Perché la sera non posso andar solo, per esser quasi cieco, ed il giorno vedo appena, tanto sono offeso nella vista, per cui io uso continuamente degli occhiali.
Domanda: Si è incontrato quella sera con Vincenzo lo Jodice?
Risposta: No, perché come ho detto, in tempo di sera ho bisogno della guida per camminare.
Domanda: E’ vero che è andato più volte nella bottega pubblica dove si espone la lista dei sorveglianti notturni?
Risposta: E’ verissimo. Più volte osservai la lista nella bottega di Bernardino Pedone, ma ciò a richiesta di Vincenzo Capozza, mio amico, che me ne fece varie premure, per esentarlo dalla guardia e pregarne il camerlengo.
La domanda finale: Dica la verità, se abbia commesso lui l’omicidio.
Risposta: La verità è quella che ho detto sopra, né altro ho da dire per non sapere cosa veruna.

Il “pubblico ministero” ecclesiastico basò la sua accusa su questi punti:

  1. Oraziantonio Cajato non permetteva alla moglie di andare nella casa di don Vito, tanto che un giorno la moglie si lasciò sfuggire la frase che se non le consentivano di andare, lo avrebbe fatto ammazzare.
  2. Prima e dopo il matrimonio Antonia Quercia aveva tenuto con don Vito “attacco e corrispondenza”, per cui il marito e i suoi parenti le negavano il permesso di andare alla casa del prete.
  3. Più volte don Vito si era recato nella bottega di Pedone per controllare la lista dei sorveglianti notturni.
  4. La sera dell’omicidio fu visto appostato nei pressi della casa dell’ucciso verso le “due ore di notte”.
  5. Il Cajato prima di morire aveva indicato in un prete l’autore della schioppettata e che la moglie ne era al corrente.
  6. La pubblica voce additava in don Vito Musto l’assassino.

Don Vito continuò a ripetere che la verità era quella da lui esposta e che nient’altro sapeva. La sua difesa, sostenuta dagli avvocati, si articolò su pochi ma fondamentali punti:

  1. I testimoni contro di lui avevano deposto “un’effettiva bugia” perché Oraziantonio aveva sempre consentito alla moglie di recarsi in casa sua.
  2. Quella sera Vincenzo lo Jodice aveva preso un abbaglio scambiandolo per un’altra persona.
  3. La ragione più convincente a dimostrare che l’imputazione nei suoi confronti era falsa si riferiva al fatto che “il prete era di corta vista, anzi mezzo cieco, in modo tale che se qualche volta si tratteneva con gli amici dopo le ventiquattrore, per farlo ritirare alla casa, questi erano nell’obbligazione di accompagnarlo e guidarlo a braccia.” Quindi don Vito non era assolutamente in grado di camminare da solo la notte e pertanto non poteva essere l’autore dell’omicidio.

La difesa chiamò vari testimoni a discarico: alcuni sacerdoti, che attestarono la buona condotta di don Vito; Vincenzo Capozza, che confermò la sua richiesta a don Vito perché fosse esonerato dalla ronda notturna; due medici, il già noto Perrone e Vincenzo Savinella, i quali attestarono l’impossibilità per don Vito, a causa della “retina ristretta”, a camminare di notte; inoltre i due medici dimostrarono l’inattendibilità della testimonianza del mastro scarparo Vincenzo lo Jodice, in quanto aveva gli “occhi sdrammi, o strambi, o svolti, per cui vedeva doppio, infatti pure di giorno in cambio di credere un oggetto ne credeva due simili”. Per questo era impossibile che di notte riuscisse a distinguere le persone.
Anche la testimonianza di alcune vicine di casa di don Vito fu decisiva perché affermarono che anche la vittima spesso andava varie volte a trovare don Vito con il quale “passava buonissima corrispondenza”. Inoltre l’imputato era “uomo pacifico e dabbene, che mai aveva avuto degli eccessi”.

La sentenza
Si arrivò così al momento della sentenza. La giustizia laica si rifece alle decisioni dell’autorità ecclesiastica. Il vescovo nella relazione finale parlò di “leggierissimi vaghi indizi contro la moglie e il prete”. L’esame dell’inquisito fu definito negativo, pertanto l’imputato doveva essere liberato. “Le prove fiscali non erano state sufficienti per imporre alcuna pena civile”.

Per scrupolo poi il vescovo, “poiché la fama divulgata sul sacerdote aveva recato scandalo al popolo”, comminò una “salutare penitenza ordinando che andasse sei mesi in una casa religiosa sotto la guida di un superiore”.
Prima di eseguire la sentenza di scarcerazione, il vescovo attese ordini da Napoli, sottoscritti dal sovrano, che confermarono le decisioni vescovili.
Don Vito Musto uscì a libertà e l’omicidio di Oraziantonio rimase impunito.

La scoperta della circolazione del sangue era avvenuta nel 1628 ad opera dell’inglese William Harvey.