Operazione PoseidOne, c’è una soluzione alternativa al pagamento dei contributi richiesti dall’Inps

Mediante la cosiddetta "operazione PoseidOne", l'ente previdenziale sta cercando di accertare e riscuotere eventuali debiti contributivi vantati nei confronti di tutti quei soggetti che rivestono anche la carica di amministratori

Corato - venerdì 01 febbraio 2013
©

L'Inps torna a “batter cassa” nei confronti degli imprenditori.

Mediante la cosiddetta "operazione PoseidOne" (avviata nel 2009), infatti, l'ente previdenziale sta cercando di accertare e riscuotere eventuali debiti contributivi vantati nei confronti di tutti quei soggetti che, oltre ad essere soci di società di capitali di natura commerciale, rivestono all'interno delle stesse anche la carica di amministratori

La tormentata questione rinviene le sue basi normative nell'art. 1 co. 208 della L. 662/96; ai sensi di tale norma, infatti, quando un soggetto esercita più attività autonome, assoggettate a diverse forme di contribuzione, è iscritto nell'assicurazione prevista per l'attività alla quale dedica personalmente la sua opera professionale in misura prevalente.

Per ovvi motivi di "cassa", l'Inps ha sempre interpretato tale norma nel senso di escludere l'attività del socio di società di capitali dall'alveo delle attività fra cui individuare quella prevalente; tale attività, invece, oltre all'obbligatoria iscrizione nella gestione commercianti, comportava anche e sempre l'obbligo dell'iscrizione alla gestione separata.

La questione sembrava esser stata risolta dall'intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le cui pronunce costituiscono il più importante strumento interpretativo per tutti gli operatori del diritto. Con la sentenza n. 3240 del 12 febbraio 2010, infatti, la Cassazione aveva sancito l'illegittimità della doppia contribuzione imposta ai soci di società di capitali, ribadendo, di contro, la vincolatività del principio della prevalenza anche per tali soggetti.

A complicare ulteriormente la vicenda, inoltre, ci ha pensato il legislatore con l'emanazione dell'art. 12 co. 11 del D.L. 78/2010, con cui ha tentato di porre fine al contrasto giurisprudenziale sorto in merito all'interpretazione dell'art. 1 co. 208 della L. 662/96.

Con l'art. 12 co. 11, infatti, il legislatore ha chiarito l'interpretazione da fornire sull'art. 1 co. 208 L. 662/96, statuendo che “le attività autonome, per le quali opera il principio di assoggettamento all'assicurazione prevista per l'attività prevalente, sono quelle esercitate in forma di impresa dai commercianti, dagli artigiani e dai coltivatori diretti (…). Restano pertanto esclusi dall'applicazione dell'art. 1 co. 208 della L. 662/96, i rapporti di lavoro per cui è obbligatoriamente prevista l'iscrizione alla gestione separata”.

In altri termini il legislatore ha avallato la tesi dell'Inps "driblando" di fatto la pronuncia della Corte di Cassazione, sancendo così l'obbligo della doppia contribuzione (sia alla gestione separata, sia alla gestione commercianti) in capo ai soci delle società di capitali.

La norma di interpretazione autentica or ora richiamata è stata, peraltro, recentemente ritenuta costituzionalmente legittima dalla Corte Costituzionale, mediante la sentenza  n. 15/2012.

Nonostante il quadro normativo or ora descritto appaia ormai incontestabile, esiste, tuttavia, una possibilità di evitare il versamento dei doppi contributi e, conseguentemente,  proporre opposizione in sede giudiziale agli avvisi di addebito nel frattempo notificati dall'Inps

Pur se la doppia contribuzione è stata dichiarata legittima, nulla esclude, infatti, resta comunque da accertare in concreto l'effettivo svolgimento dell'attività commerciale o artigianale prevalente (presupposto per l'iscrizione alla gestione commercianti). Secondo i numerosi interventi della giurisprudenza di legittimità sul punto, infatti, l'iscrizione alla gestione commercianti è obbligatoria solo quando il socio partecipi al lavoro aziendale abitualmente e prevalentemente, ponendo in essere un'attività di organizzazione, amministrazione e direzione.

Tale presupposto, dunque, non sussiste ad esempio, quando il socio svolge tali attività per poche ore al giorno e saltuariamente oppure quando abbia attribuito i compiti di amministrazione e direzione a suoi impiegati e/o dirigenti.

Occorre aggiungere infine che, in sede di contenzioso, secondo i principi generali, l'onere di provare la sussistenza di tutti i requisiti innanzi descritti incombe all'INPS, in quanto è il medesimo ente previdenziale che avanza una pretesa creditoria ("onus probandi incumbit ei qui dicit").

La linea di difesa contro le pretese dell'INPS si sposta, quindi, ora sul piano del fatto dove però l'Ente previdenziale pare più debole e si aprono per i contribuenti, rilevanti possibilità di tutela. La mole del contenzioso in questa mmateria non pare quindi destinata a scemare.

 

A cura del dott. Danilo Volpe
Studio Legale Associato Stolfa-De Benedittis-Martinelli
www.lavoro-previdenza.it