Niobe - Vergine delle rocce

La copia romana presa in esame, dimostra la perfetta metabolizzazione dell’arte greca da parte della civiltà romana, aspetto che definiamo “memoria”

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - giovedì 24 gennaio 2013
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L’analisi critica di un’opera d’arte non può non contestualizzarsi in una determinata epoca storica con particolare attenzione verso fenomeni di costume e delle “arti minori” da sempre humus (storico) misteriosamente generatore della “arte colta”. In altri termini, il genio nasce come spora sui rami e, conseguentemente, la “grande arte” appare chiaramente leggibile nelle sue cause ed effetti.

In tal guisa il giudizio critico recupera un altro valore: “la memoria storica” dalla quale apparirà la discendenza diretta dei linguaggi estetici dai precedenti. Nulla è nuovo, tutto è legato al passato ed anche quegli artisti che sono apparsi “rivoluzionari”, “innovativi” , sono figli della storia nella sua ciclicità linguistica.

Basta un esempio: Pablo Picasso, innovatore moderno dell’arte pittorica, così appare ad Alberto Moravia: “alternando eversione e museo riuscirà a coprire con il suo genio umanistico e proteiforme, tutta la metà del secolo XX,  il secolo della morte dell’arte in presa diretta sulla realtà”. Ad esempio di quanto finora detto, si prendano ad esame due opere lontane fra loro millenni: la “Niobe”, scultura greca, e la “Vergine delle rocce” di Mario Sironi.

Le assonanze strutturali nei due manufatti, non sono affatto ripetitività poetiche (e come potrebbe essere? La poesia è l’opposto nella copia) ma strumenti tecnici. Niobe è copia di epoca romana conservata presso il museo nazionale capitolino. La scultura originaria  è da ascrivere alla età classica greca che va dal 480 al 323 a.c. scolpita probabilmente dallo scultore Alcamene.

La copia romana  presa in esame, dimostra la perfetta metabolizzazione dell’arte greca da parte della civiltà romana, aspetto che  definiamo “memoria”. Niobe è raffigurata seminuda con le gambe leggermente divaricate, quasi inginocchiata mentre tenta di strapparsi le frecce dalla schiena.

Ha assistito alla morte dei figli uccisi per mano di Diana e Apollo. Sebbene l’elemento di fondo sia il dolore,  lo slancio verso l’alto  suggerisce la ribellione (con Euripide l’immodificabilità deistica è messa in discussione). Tutto ciò è narrazione, è tema, ma  qual è il linguaggio, la poesia? La scultura è strutturata in un perfetto equilibrio compositivo tale da costituire sistema geometrico tra rette verticali e rette orizzontali. La postura delle braccia, del corpo e delle gambe segue la logica delle sezione aurea (rettangolo perfetto) e ogni parte anatomica attutisce sia l’invadente pittoricismo prassitelico, sia l’arcaismo volumetrico. Il panno posto su di una gamba, lievemente pieghettato, stilisticamente ci riporta al classicismo greco. Con Niobe la civiltà greca si avvia a profonde trasformazioni culturali, politiche e sociali.

Il gomitolo della storia si allunga, si allunga e giunge fino ai nostri giorni pieni di contraddizioni e apparenti ritorni al passato. È come se assistessimo alla corsa di un’auto: più   accelera, più le ruote girano all’indietro. Così le arti: la metafisica dechirichiana richiama la solitudine  della città ideale (del Laurana o di Piero della Francesca?)  o cos’altro? Certamente mostra una solitudine particolare fatta di dannazione e di catarsi, di etica e di recupero dell’uomo “originario”. Ed è qui che si inserisce  Mario Sironi nato a Sassari il 12-5-1885. Scontroso e taciturno, rimugina e recupera il classicismo primitivo. Ama la bellezza classica per scalpellare figure nel marmo. Guarda la realtà, anticipa l’informale. Aderisce ai movimenti innovatiti del XX secolo, dalla metafisica al futurismo, dall’arcaismo al divisionismo più per solidarietà professionale che per convinzione ideologica.

Sironi rimane un apocalittico genio solitario. La sua arte si nutre di ferite dell’anima, di continue sconfitte e di etica espiazione. Si rintana nello squallore delle periferie deserte, dipinge la fatica dell’uomo e lo accompagna alla purezza del giglio nell’”Annunciazione” dell’ospedale Niguarda. Ha ribellioni mistiche per essere l’unico seguace della religione di Jacopone da Todi e ne illustra la lauda del calvario. Sogna l’arte socializzante, quell’arte capace di raccogliere le scapestrate menti degli italiani attorno a valori condivisi. Predica il ritorno all’affresco nella vasta produzione di capolavori tra i quali “La Vergine delle Rocce”, dipinto in omaggio al genio toscano Leonardo da Vinci. L’opera  rappresenta un nudo che quasi regge un paesaggio montano di catrame lavico.

Riprende lo schema della Niobe romana: rette verticali e orizzontali con chiari e scuri sempre più incalzanti, nel recupero di un sentimento primitivo: il dolore. Per l’appunto quello della mitologica Niobe. Il nudo vive in uno spazio limitato, le proporzioni tra corpo umano e paesaggio dilatano il senso dell’infinito.

La gestualità degli impasti cromatici sortirebbe un estetismo raffinato che Sironi ripudia “sbiancando” con veloci pennellate di biacca le zone in luce, declina le ombre in tonalità trasparente umanizzando un tema mitico. La “Vergine delle Rocce” è la metafora del dolore umano, continuo, perenne, infinito, ineliminabile. Il geometrismo della greco-romana Niobe è frutto di metabolizzazione tecnico-culturale così come il drappo sulle gambe ha funzione bilanciante: il solido arcaismo col pittoricismo prassitelico. Per Sironi attenua la ferinità primordiale ed esalta una umanità.

Così Sironi,  frugando nella polvere del tempo, rigenera linguaggi artistici senza tempo. Quando Mario Sironi si spense era il 13 agosto del 1961. La calura scioglieva l’asfalto milanese, i grattacieli, le ombre. Con la sua morte moriva per sempre, forse, l’idea della bellezza classica come ideologia mondialista.

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