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I primi immigrati coratini negli USA agli inizi del Novecento

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 11 gennaio 2013
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L’Italia è stata caratterizzata per lunghissimo tempo da grandi flussi emigratori: dal 1861 al 1976 quasi 27 milioni di italiani si sono trasferiti all’estero. Di questi, 4 milioni erano pugliesi.

Si trattò di un esodo che, a differenza di quanto si crede comunemente, toccò tutte le regioni italiane, con una priorità dell’esodo settentrionale tra il 1876 e il 1900 con tre regioni che fornirono da sole il 47 per cento del contingente migratorio: il Veneto (17,9), il Friuli Venezia Giulia (16,1 per cento) e il Piemonte (12,5 per cento). La situazione si capovolse nei due decenni successivi quando il primato migratorio passò alle regioni meridionali con la Sicilia che dette il maggior contributo, 12,8 per cento con 1.126.513 emigranti, seguita dalla Campania con 955.188 (10,9 per cento).

Per la maggior parte di questi emigrati gli inizi furono durissimi. La stessa America non era proprio la “terra promessa”, come si evince anche da un manifesto fatto affiggere in tutta Italia dal Reale Commissariato dell’Emigrazione nel 1909: “I nostri  emigranti sono vivamente sconsigliati di recarsi  ora negli Stati Uniti, ove i nuovi arrivati sarebbero esposti facilmente alla disoccupazione”.

L’emigrazione dei Coratini verso gli Stati Uniti fino al 1919
Le tracce più remote e documentate dell’emigrazione coratina negli USA sono state ricavate dal sito Internet della Ellis Island Foundation di New York. Ellis Island è un isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia di New York. Antico arsenale militare, dal 1892 al 1954, anno della sua chiusura, è stata la maggiore frontiera d'ingresso per gli immigrati che sbarcavano negli Stati Uniti.

Il porto di Ellis Island ha accolto più di 12 milioni di aspiranti cittadini statunitensi, che all'arrivo dovevano esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva portati a New York. Medici del Servizio Immigrazione controllavano sommariamente ciascun emigrante, contrassegnando sulla schiena con un gesso quelli che dovevano essere sottoposti ad un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute (ad esempio: PG per donna incinta, K per ernia e X per problemi mentali).

Chi superava questo primo esame, veniva poi accompagnato nella Sala dei Registri, dove erano attesi da ispettori che registravano nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, professione, idee politiche (whether an anarchist) e precedenti penali. Ricevevano alla fine il permesso di sbarcare e venivano accompagnati al molo del traghetto per Manhattan.

I "marchiati" venivano inviati in un'altra stanza per controlli più approfonditi. "I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano", rammentava il vademecum destinato ai nuovi venuti. Tuttavia risulta che solo il due per cento degli immigranti siano stati respinti. Per i ritenuti non idonei, c'era l'immediato reimbarco sulla stessa nave che li aveva portati negli Stati Uniti, la quale, in base alla legislazione americana, aveva l'obbligo di riportarli al porto di provenienza.

Il primo coratino, di cui si ha notizia certa e che può essere considerato il pioniere di Corato negli USA fu un tale Giuseppe Ruggiero, che sbarcò a New York il 5 luglio del 1902. Era partito da Napoli con la nave “Tartar Prince”, capace di trasportare oltre 1000 passeggeri. Giuseppe aveva 27 anni, era stato schedato genericamente come “labourer”, aveva come destinazione finale Hartford, dove avrebbe raggiunto suo cugino Nicola, che gli aveva pagato anche il biglietto. Aveva con sé 31 dollari. Nei due anni successivi non sono stati riscontrati altri coratini.

Poi dal 1905 è un crescendo di arrivi: in quell’anno giunsero tre uomini e una donna. Di questi, Giuseppe Tedone e Vincenzo De Benedittis sbarcarono a New York il 7 giugno. Erano partiti  da Napoli con la nave Cretic. Erano entrambi sposati; il primo aveva 38 anni, il secondo 30. Nella schedatura ad Ellis Island De Benedittis fu registrato come “farm labourer” (bracciante agricolo), “able to read and write”; risultava che l’ultima destinazione era New York, che si era pagato il biglietto “himself” e che aveva con sé la somma di 30 dollari. Anche Giuseppe Tedone si era pagato il biglietto da sé e affermò che avrebbe avuto come punto d’appoggio in New York un suo cugino di nome Benedetto Onofrio.

La prima emigrata coratina riscontrata negli elenchi di Ellis Island risale al 1905. Si chiamava Giovanna Riccio, aveva 20 anni, viaggiava con suo marito di 22 anni, Arturo Narciso, barbiere. Erano salpati da Napoli il 20 giugno  con la nave Calabria ed erano sbarcati il 5 luglio. Dichiararono di essere diretti a Brooklin da uno zio. Avevano in tasca 10 dollari.

Partivano a nuclei familiari, come Benedetta, Angiolina e Iolanda Di Gennaro, rispettivamente di 40, 5 e 8 anni; la famiglia La Preziosa, con Leonardo di 20 anni, Carmela di 23 e la piccola Vincenza di 1 anno. Leonardo all’arrivo a New York aveva solo 9 dollari; i tre avrebbero raggiunto un cognato coratino (Rosito) a Philadelphia; oppure le sorelle Maria Rosa e Pasqua Amorese, di 14 e 20 anni, che partirono con il padre Giuseppe a bordo della nave Italia.

Le partenze da Napoli si susseguivano a ritmo continuo su navi diverse; ogni 15 giorni circa partiva un gruppo di coratini. Per esempio, il 14 ottobre 1916 si imbarcarono a Napoli sulla nave Duca d’Aosta ben dodici coratini. 

Nel 1919 erano già approdati negli USA circa 1400 coratini, 1091 uomini e 309 donne. Dal 1909 il numero era aumentato progressivamente fino ai picchi dell’esodo che si ebbero nel 1913 e, inspiegabilmente, nel 1916, in piena Guerra Mondiale. Non si comprende come sia stato possibile quell’anno emigrare per 281 coratini, molti dei quali giovani abili alle armi. Probabilmente in tanti saranno partiti clandestinamente e saranno poi stati dichiarati disertori.

Questa la tabella dell’emigrazione  coratina ricavata dal sito della Ellis Island Foundation:

ANNO UOMINI DONNE
1902        1 -
1903         - -
1904         - -
1905        3  1
1906      10  2
1907      15  2
1908        4  -
1909      50 4
1910      49 20
1911      86 4
1912      56 14
1913    372 38
1914      88 17
1915      50 37
1916    281 150
1917       3 5
1918       4 1
1919     19 14
Totali 1091 309

C'era chi partiva solo, chi portava con sè un tutta la famiglia e chi salpava con altri paesani, comunque, durante il viaggio, gli italiani si raggruppavano,  viaggiavano vicino ai compaesani o agli abitanti dei paesi limitrofi (se ce n'erano). Era di fondamentale importanza restare uniti e non perdersi mai di vista, neppure dopo essere scesi a terra.

Solo muovendosi in gruppo, abitando in gruppo nello stesso quartiere o nello stesso locale,  andare a lavorare insieme, magari nello stesso cantiere, si poteva superare quel senso di solitudine e di smarrimento  che  gravava  su ognuno di loro in quel paese così lontano e così diverso, di cui non conoscevano neppure la lingua.   Gli emigranti meridionali erano discriminati rispetto a quelli del Nord Italia.

Già al momento dell’imbarco si faceva una precisa e netta distinzione tra l'italiano del nord e  l'italiano del sud, tant'è che nello stesso registro, in una delle 29 colonne da riempire con le informazioni del passeggero, oltre alla nazionalità italiana, alla città ed alla provincia, se ne specificava anche l'appartenenza al nord o al sud. La discriminazione, dunque, si imbarcava con loro e non li abbandonava neppure a terra, dove i datori di lavoro americani, preferivano un italiano del nord piuttosto che un meridionale.  La localizzazione del porto di partenza dall'Italia  era un  primo filtro della distribuzione della popolazione italiana di  diversa  provenienza su ogni nave,  se da Genova o da Napoli e Palermo.

Negli Stati Uniti si faceva una netta distinzione tra il nord e il sud, all'arrivo veniva esplicitamente dichiarato come luogo di provenienza north-Italy e south-Italy: un'Italia, due razze! La prima di ascendenze nordiche e quindi meritevole di migliori attenzioni, la seconda di ascendenze mediterranee/africane con tutto quel che consegue. Vale la pena di ricordare che i “south-italians immigrated” dalla legge americana venivano definiti “di origini non chiaramente di razza bianca”.

Le più importanti testate giornalistiche statunitensi non perdevano occasione per disprezzare i latini mediterranei, non neri ma neanche di provata razza bianca, luridi, lerci e grandi criminali. New York Times 14/05/1909: "L'Italia è prima in Europa per i suoi crimini violenti.... Di regola i criminali italiani sono accoltellatori e assassini. "  Ancora il New York Times 16/04/1876: “Gli italiani hanno una naturale tendenza alla criminalità”; New Herald 12/12/1872: “NewYork diventerà una colonia penale per i rifiuti dell'Italia”. Si notino le date, 1872 e 1876, prima ancora che la grande emigrazione prendesse il via l'America razzista era pronta ad accoglierci.

I nomi dispregiativi con cui venivano indicati gli Italiani erano:
- Wop (assonanza col termine napoletano guappo; significa without papers/passport, persone senza documenti) era uno dei più usati negli USA  ed era anche uno dei più offensivi.
- Goombah (nell'area di New York, dall'italiano “compare”,  in dialetto cumpà).
- Dago (negli USA era usato per tutti i popoli "latini". Viene dal nome proprio Diego o da dagger, coltello).

L'attraversamento dell'oceano, partendo dall'Italia, durava dai 12 ai 13 giorni, quasi tutti viaggiavano in terza classe, dove si dormiva in cuccette di ferro giù nel ventre della nave e si mangiava zuppa (in prima classe, invece, venivano serviti piatti preparati dagli chef). Nei giorni di pioggia lo spettacolo più affascinante era la comparsa dell'arcobaleno che si specchiava nell'oceano. Quando infuriava la tempesta e la nave era in balia delle acque, i passeggeri, in preda al panico, restavano sottocoperta, stipati lì fino alla fine della bufera.

La conversazione era un altro modo per ingannare il tempo, l'approfondimento delle conoscenze consolidava quell'amicizia in seguito necessaria ed utile per affrontare insieme e tutti uniti, un mondo così diverso da quella cultura che avevano appena lasciato alle spalle.  Sul ponte di terza classe, s'improvvisavano perfino gare, come quella dei mangiatori di spaghetti afferrati con le mani legate oppure ci si divertiva con il "gioco del barile" ed altri passatempi simili. 

Il flusso degli emigranti coratini riprese incessante alla fine del conflitto, ma con altre destinazioni, soprattutto verso la Francia, anche perché la legislazione sull’immigrazione era diventata negli Stati Uniti molto più restrittiva.
                                                                 
(Questo “pezzo” è tratto da un lavoro di ricerca svolto nel 2011 nell’ambito del PON “Fare storia con i documenti”, in collaborazione con la prof.ssa Maria Lobascio e alcuni alunni della scuola media “Santarella”. Fu pubblicato in un opuscolo dal titolo “Quando i clandestini eravamo noi. L’emigrazione dei Coratini nel mondo. 1902-1959”. Durante la ricerca furono analizzate le schede di emigrazione, presenti nell’Archivio del Comune di Corato, di circa quindicimila coratini).