Filippo De Pisis, la mano dipinse l’anima

Quelle stelle dell’orsa che tanti anni prima a De Pisis erano apparse vaghe ma pur luminose, ora in quella gelida camera spruzzata d’arsenico si erano spente assieme al cereo volto di uno dei più grandi artisti del XX secolo

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - venerdì 28 dicembre 2012
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“Vaghe stelle dell’orsa” è un libro scritto da Filippo De Pisis in forma di diario che non racconta fatti particolari della vita, bensì stati d’animo. I tempi di quelle confessioni spirituali in cui  non è difficile scorgere, sia pur raramente, squarci di felicità, sono lontani, ora è ricoverato in una clinica per disturbi nervosi. In quella stanza il corpo del pittore è umbratile larva, sudario cinereo distillato di acri ombre che paralizzano movimenti. 


Solo la morte può dissolvere l’agonia. Era stato, tale epidermicamente era sembrato a coloro che avevano letto la sua opera, il rapsodo felice di mannelli di fiori  e di conchiglie stese come ghirlande su vaporosi orizzonti marini dipinti con voracità sensitiva.

L’ebbro affabulatore di poesie apparentemente sibarite, finiva la sua vita a villa “Fiorita” a Brugherio alternando momenti deliranti mitigati dai farmaci, a pause di quiete. Nei momenti sereni, allentati i dolori fisici, De Pisis non smetteva di scrivere e dipingere le cose del passato ossia le cose che aveva sempre trattato ma, adesso, ispessite nella materia e nei toni quasi fossero placche laviche spente. E, forse, rileggeva mentalmente le infinite pagine della vita che si concludeva così come era iniziata e, sostanzialmente, così come era stata: un immenso caleidoscopio di sensazioni tese alla ricerca della felicità, felicità come riflesso della bellezza.

Può parlarsi della bellezza felice? O è un non senso? Per Filippo De Pisis è possibile enucleare qualsiasi giudizio critico se si parte da premesse paradossali come paradossale, se vista esclusivamente sul piano spirituale, fu la sua vita. Vita ed opere in De Pisis si identificano riflettendosi come immagini sdoppiate. Il riflesso non è un’idea o un corpo materiale, è un’illusione fantastica e, quindi, bellezza estetica. Il riflesso sfugge alla razionalità mentale e alla logica della realtà, crea un insieme di illusioni magiche.

Un volto riflesso in uno stagno non esiste, esiste l’illusorietà di quella bellezza. Pure gli impressionisti francesi tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento tentarono un’arte realistica illusoria ma non furono in grado di interiorizzarla, si fermarono alla fisicità atmosferica. Il ferrarese ripudia la materialità stravagante degli intellettuali del suo tempo quale quella di Oscar Wilde o la trasgressività edonistica di Mallarmè ribelle alla morale borghese, declina l’indole raffinata spirituale del suo essere in un decadentismo sofferto affine a Marino Moretti o a Guido Gozzano. L’accostamento a letterati e poeti non è divagazione occasionale e superflua, è necessità ineludibile poiché la pittura del ferrarese si nutre di cultura letteraria, del resto fu cospicua la sua produzione.

L’innocenza del fanciullino pascoliano, sia pure come eredità del remoto e dell’inconoscibile, per un verso costituisce antidoto all’estetismo dannunziano dal quale è affascinato, per altro verso lo obbliga a depauperare la realtà del significato fisico e contingente  perchè  costituisca sistema di emozioni estetiche. Basta scorrere la vasta produzione pittorica per convincersi dell’estrema spiritualità emotiva percepibile dai dipinti:  enormi fasci di fiori , figure di smunti vagabondi, reietti ed emarginati.

La predilezione per i profumi come la passione per la moda e i vestiti d’epoca, sono diversivi sensitivi che svelano la fugacità delle cose che pure inquietano l’anima in mille sensazioni. La voracità intellettuale lo porta ad esplorare tutte le esperienze estetiche del XX secolo: dalla gestualità fauvista all’espressionismo figurativo e materico non esenti da connotati patologici autodistruttivi. Di Eugenio Delacroix, pittore romantico francese, analizza la vorticosità della pennellata e di Matisse la regalità del colore. Del primo percepisce il senso magico della luce che dilata i corpi senza però enfatizzarli nella monumentalità commemorativa, del secondo aliena la  brillante decoratività  che nelle sue opere diviene trasparenza setosa infinita.

Così farfalle, uccelli, ventagli e fogli di carta, candele ed ossi di seppia ed aragoste e pesci e campanili e monti, da oggetti inanimati, diventano specchi dell’anima. Il grande “fabbro” della moderna poesia, Ezra Pound, avrebbe scritto: “la mano dipinse l’anima”. Del resto De Pisis stesso spiega chiaramente la peculiarità della sua pittura: “ le mie nature morte, ancor prima di un valore pittorico e costruttivo, ne debbono avere per me uno lirico ed interiore”. L’approdo artistico depisisiano passa attraverso il gusto, la moda, i vestiti e l’esoterismo come fatti transeunti edonistici. Setaccia l’intera cultura ottocentesca e la precedente, dal Magnasco al Guardi al Canaletto e li configura in dolci musicali rime. Rime emotive tese come archi di violini.

L’artista agli inizi della carriera aderisce alla “Metafisica” dechirichiana, di Savinio e del Carrà, non tanto per convinzione ideologica ma per innovazione sperimentale e, soprattutto, per quel senso trascendentale magico insito nel linguaggio metafisico. All’approccio metafisico si aggiunga la lunga esperienza del copiare opere antiche eseguite in chiese e musei, esperienze che lentamente forgiano e definiscono lo stile del pittore. Un modo di dipingere particolare fatto di pennellate velocissime che frastagliano contorni delle forme sempre più labili con l’incalzare delle sensazioni emotive.

Un pulviscolo di bianchi, rosa, azzurri e ocra, ora densi, ora dilavati che si alzano di tono per il bianco scoperto della tela, inonda i quadri di fulminanti iridescenze: la Venezia di Dogi, le piazze di Londra e Parigi o i monti di Cortina D’Ampezzo, diventano, sotto il pennello dell’artista, veli smossi dal vento. Il dipinto “Piazza Cavalli a Ferrara”, fu considerato dalla critica un’opera  fra venti da salvare da un ipotetico cataclisma. Quello che per gli impressionisti fu un punto d’arrivo, per De Pisis fu un punto di partenza: i primi colsero la realtà nella bellezza fisica, l’altro dipinse l’anima della realtà. Nacque a Ferrara il 1896, conseguì la laurea in lettere e filosofia prima di dedicarsi completamente alla pittura. Viaggiò molto e moltissime volte rimase deluso dalle aspettative dei viaggi. Cessò di vivere il 1956 in una stanza d’ospedale.

Sul comodino lasciò il suo ultimo dipinto. Era un foglio acquerellato rappresentante una rosa dai toni scuri come melagrana prosciugata dei rossi della vita. Quelle stelle dell’orsa che tanti anni prima a De Pisis erano apparse vaghe ma pur luminose, ora in quella gelida camera spruzzata d’arsenico si erano spente assieme al cereo volto di uno dei più grandi artisti del XX secolo.

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