Lettere dalla prigionia (seconda parte)

Soldati coratini scrivono dai campi di internamento tedeschi

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 14 dicembre 2012
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Nella rubrica “Accadde a Corato” del 5 luglio ho riportato le lettere di alcuni soldati coratini che, durante la seconda guerra mondiale, furono fatti prigionieri nel Nord Africa dagli inglesi e internati nel campo sudafricano di Zonderwater. A completamento della ricerca questa volta riferirò di alcuni militari coratini catturati dai tedeschi in Grecia e deportati in Austria e Germania.


L’8 settembre 1943, dopo settimane di trattative segrete, viene reso noto l’armistizio tra il governo italiano guidato da Badoglio e gli alleati anglo-americani. Da quel momento i tedeschi, insieme ai quali avevamo combattuto in varie zone dell’Europa e dell’Africa, diventano i nostri nemici. L’esercito italiano, lasciato senza ordini, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato tedesco, si dissolve. A decine e decine di migliaia i nostri soldati vengono fatti prigionieri già il giorno dopo.

(Dal volume di Vitoronzo Pastore - Dietro il filo spinato, Suma Editore, 2011):

“Internati militari. Gli 810mila militari italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra vengono considerati disertori oppure franchi tiratori e quindi giustiziabili se resistenti (in molti casi gli ufficiali vengono trucidati, come a Cefalonia). Sono classificati prima come prigionieri di guerra, fino al 20 settembre 1943, poi come internati militari (IMI). Hitler non li riconosce come prigionieri di guerra (KGF) e per poterli "schiavizzare" senza controlli, li classifica "internati militari", categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra sui Prigionieri del 1929.

La scelta. Di quegli 810mila militari italiani, 94.000 optano, al momento della cattura, per la RSI (Repubblica sociale di Salò), 14.000 come combattenti,  80.000 come ausiliari. Dei 716.000 IMI restanti,  43.000 accettano, durante l'internamento nei lager, di far parte della RSI come combattenti e 60.000 come ausiliari. Quindi, oltre 600mila IMI, nonostante le sofferenze e il trattamento disumano subito nei lager, rimangono fedeli al giuramento alla Patria, scelgono di resistere e dicono "NO" alla RSI.

Il trattamento disumano. Gli internati – rinchiusi nei lager con scarsa assistenza e senza controlli igienici e sanitari – a differenza dei prigionieri di guerra sono privi di tutele internazionali e sono obbligati arbitrariamente e unilateralmente al lavoro forzato (servizi ai lager, manovalanza, sgombero macerie, edilizia, ferrovie, miniere, come genieri, al servizio diretto della Wehrmacht e della Luftwaffe o presso imprenditori e contadini).

I “lavoratori liberi”. Con gli accordi Hitler-Mussolini del 20 luglio 1944 gli internati vengono smilitarizzati d’autorità dalla Rsi, coattivamente dismessi dagli Stalag e gestiti come lavoratori liberi civili. Si tratta in realtà di lavori forzati con l’etichetta ipocrita del lavoro civile volontario/obbligato (!). A quella data i superstiti sono 495 mila, mentre in 50.000 sono morti d'inedia, tbc e violenza”.

Uno di questi “lavoratori liberi” fu il coratino Vincenzo Falco, nato nel 1921 e abitante in via Santa Rita, 7. Arruolato nel 1940 come artigliere, nel giugno del ’43, aggregato al 56° Reggimento “Casale”, parte per la Grecia sul piroscafo “Italia” e sbarca a Pirro. Il 9 settembre del ‘43, il giorno dopo l’armistizio, con una tempestività incredibile i tedeschi lo catturano sull’isola di Lefkas (o Leucade o Santa Mauro), una delle isole ionie insieme a Cefalonia, Itaca, Zante, Corfù, ecc. E’ lui stesso a descrivere sinteticamente le sue vicissitudini.

Il giorno 9 settembre del ’43 sono stato fatto prigioniero e condotto a Gravia sempre in Grecia e di lì a mezzo ferrovia a Linz in Austria, dove sono giunto il 26 settembre. Verso i primi di ottobre fui trasferito a Eisenerz (centro minerario della Stiria) rimanendovi per circa sei mesi. In aprile ’44 sono stato ricoverato all’ospedale di Eisenerz per la malaria e ne sono stato dimesso dopo una quindicina di giorni. Successivamente mi hanno inviato a Liezen (al centro dell’Austria) dove sono rimasto fino alla liberazione avvenuta ad opera delle truppe alleate l’8 maggio del ’45. Durante il periodo della mia prigionia sono stato costretto a lavorare in veste di prigioniero militare in miniera ed in fabbrica.

Tra quella sterminata massa di “internati” ci sono parecchi Coratini, di due dei quali abbiamo ritrovato le lettere scritte ai loro parenti a Corato.

La prima è di Giuseppe Mazzilli, di Francesco, classe 1920.

Inquadrato nel 3° Reggimento Artiglieria di Corpo d'Armata, l'11 ottobre del ‘41 si imbarca a Brindisi per sbarcare a Corinto, dove l’esercito italiano era andato – per dirla con le parole di Mussolini – “a spezzare le reni alla Grecia”. Giuseppe Mazzilli fu catturato dai tedeschi ad Arges o Argos (Grecia) e per mezzo di tradotta fu trasferito e internato in Germania. Fu liberato dalle truppe russe il 25 aprile1945, un giorno storico anche per tutta l’Italia; finiva la guerra e crollava definitivamente il fascismo.

Giuseppe Mazzilli fu obbligato a lavorare come tornitore in una fabbrica di apparecchiature per aeroplani. Era eufemisticamente un “lavoratore civile”. Il suo “Stalag” (campo di internamento) era il III D ed era dislocato a Steglitz, alla periferia di Berlino. Giuseppe dovette aspettare ancora vari mesi prima di essere rimpatriato il 18 settembre del 1945.

Il 14 giugno del ’44 aveva scritto ai genitori, abitanti in via Santorno 21, questo biglietto postale per prigionieri di guerra (Kriegsgefangenenpost), su cui si notano i visti della doppia censura, quella tedesca in partenza e quella americana in entrata in Italia. 

Carissimi genitori. con molto piacere vi rispondo alla vostra cartolina dove ho rilevato e ringraziato il Signore che sta¬te tutti bene e cosi vi assicuro di me. Dunque cari genitori quando sono contendo che ho sentito che avete ricevuto notizia da mio fratello Aldo dice che si trova in Algeria finalmente cari genitori sono finiti i mali pensieri e dopo lungo tempo sono arrivati sue notizie e adesso sono tranquillo. Cari genitori non pensate sempre coraggio che finirà poi se mi potete mandare qualche pacco me lo mandate. Non altro che dirvi saluti a tutti di famiglia cognati e cognate e voi ricevete baci e abbracci di vero cuo¬re sono per sempre vostro figlio Peppino Spero abbracciarvi presto.
(Tratta dal volume di Vitoronzo Pastore Dietro il filo spinato, Suma Editore, 2011).

L’altra cartolina fu spedita dallo Stammlager III B il 19 dicembre del ’43 da Giuseppe Maldera e indirizzata a suo padre Michele, abitante in via Ponchielli, 7.

Amatissimi genitori, vi scrivo la presente assicurandovi che sto benissimo, così spero sentire di voi – non potete immaginare come sono preoccupato di voi, non avendo notizie da circa 3 mesi. Mimì vi scrive? Sta bene? Fategli sapere il mio indirizzo - di Enza ne sapete più nulla? Salutatemela. Gigino e Arturo sono con voi? Aff.mi baci, Peppino.
(Documento originale –collezione privata Cristoforo Scarnera).

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