Raffaele Spizzico, paesaggio e paesaggismo

Raffaele Spizzico nacque a Bari il 1912 e fece parte di quel manipolo di intellettuali ed artisti che nel dopoguerra dettero inizio ad un radicale cambiamento civile e culturale pugliese

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - giovedì 14 giugno 2012
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Era l’anno 1958, Aldo Sciscioli, all’epoca  assessore alla cultura del comune di Corato, mi diede l’incarico di contattare un artista per organizzare una mostra in omaggio delle festività patronali. Decisi per Raffaele Spizzico, forse il più noto pittore pugliese del secolo scorso.

Pur essendogli amico, consideravo la richiesta alquanto sfacciata,  con timido coraggio andai a trovarlo allo studio a Bari. Mai avrei immaginato la risposta: don Raffaele, così lo chiamavamo, disse: “accetto ma gradirei che tu esponessi con me”. 

Quello che ne seguì lo lascio alla immaginazione dei lettori, erano altri tempi, altre tensioni ideali, meno spocchia. La mostra fu visitata da tanti appassionati e cultori dell’arte. L’ allora sindaco, Cataldo Bevilacqua, ne fu felicissimo. Il prof Cataldo Leone scrisse su di un modesto catalogo la recensione critica per Spizzico e per il sottoscritto.

L’ente pubblico acquistò un quadro dell’artista barese, dipinto che nessuno sa che fine abbia fatto. Ciò detto, tento un’analisi critica dell’artista che, forse, potrebbe essere condizionata dalla stima che in quel lontano 1958 il maestro mostrò nei miei confronti.

Raffaele Spizzico nacque a Bari il 1912 e fece parte di quel manipolo di intellettuali ed artisti che nel dopoguerra dettero inizio ad un radicale cambiamento civile e culturale pugliese. Col fratello maggiore, Francesco, Vito Stifano, Francesco Speranza, Vincenzo Ciardo, Roberto De Robertis, Giovanni Conte, Nicola Lafortezza ed altri, tentò un “percorso pugliese” in pittura. Infatti, fino a quel momento,  non esisteva una tradizione pittorica pugliese, bisognava inventarla agganciandosi a qualcosa e a qualcuno.

Quali i temi da affrontare? Certamente il paesaggio in chiave impressionista. Ma il pericolo era insito nel tema tramandato nei secoli come paesaggio fiabesco, turistico, oleografico, in altri termini, il paesaggio poteva diventare “paesaggismo” e, dunque, i trulli sarebbero potuti diventare , come  spesso avvenne, “scenografia dei trulli”, la piana di Ostuni con le balze della vicina selva,  un “bianco presepe”. Sta di fatto che la campagna di Puglia divenne oggetto da scarnificare metro per metro, da leggersi in profondità. Ed essa si presentò, difficile da leggere, diversa nella morfologia strutturale.

Così Stifano accese di  lucori alessandrini gli ulivi, Vincenzo Ciardo, rese spugnose le pietre della campagna salentina, Francesco Speranza caricò di storicità i vicoletti della Bitonto antica e delle cattedrali romaniche. Raffaele Spizzico, vivisezionò la scarna murgia, la dipinse sfinita nei meriggi estivi, scheletrica, tufacea nelle gobbe canosine, astratta nella rielaborazione cromatica scarnificando la struttura architettonica delle alture per avvolgerla in tonalità di fuochi spenti o di accese vampate cromatiche.

Raffaele Spizzico, con vigile coscienza critica, seppure non dimenticò un certo arcaismo mitico quale grammatica del linguaggio pittorico, non disdegnò l’esperienza impressionista, semmai caricò l’impressionismo di asprezze espressioniste per meglio cogliere, non la lucentezza, ma la sonorità dei colori. L’illustre pittore, Oskar Kokoscha, dell’artista barese scrisse: “Lei è un colorista d’istinto”.

Dipinti come “L’approdo a Villa San Giovanni”, “La grande murgia”, “L’altare”, “Pesci azzurri”, sono mosaici scheggiati le cui tessere compongono e scompongono cieli ed acque, gravine e calanchi, alture e viali, alture e cavità, depauperando la narrazione favolistica del paesaggio pugliese per farne puro linguaggio pittorico. E che la pittura pugliese del secolo scorso  non sia stata capita appieno, è dimostrato dal fatto che anche illustri critici, scrivendo di Spizzico, l’abbiano visto affine ora a Mafai, ora a Paolo Ricci.

L’equivoco è nella difficoltà storica del paesaggio e della gente di Puglia. Il paesaggio è stato sempre visto o in chiave folcloristica o come ibridismo di stili importati, sempre entità a sé stante non specchio di chi da secoli l’abita. Credo che il solo intellettuale a sciogliere l’enigma sia stato Vittore Fiore, meridionalista sensibile, dalla cui raffinata prosa è emerso qual è il vero paesaggio di Raffaele Spizzico e cioè un paesaggio impregnato di storia, di territorio e di gente, di costumi e di usanze, di metafora e di speranza da cui il giudizio di Kokoscha, “colorista d’istinto” che ne riassume la versatilità tecnica. Così scopriamo l’attività grafica e gli acquerelli, la scultura e la ceramica la cui specificità tecnica arricchisce ed amplia il linguaggio artistico di Spizzico.

Alla petrosa murgia degli oli, si contrappongono umbratili forme di merli e di passeri tratteggiate con segno sottile nelle incisioni le cui  morsure ad acidi allentati, certificano lo sfinimento e l’agonia dei piccoli volatili. Così come pure larva strutturale è l’incisione “Fontana antica” su cui aleggia il ricordo degli “amori culturali” lontani. Nella scultura, Raffaele Spizzico, sperimenta un razionalismo geometrico, i vuoti e pieni alludono ad uno sforzo intellettuale quasi a ricordarci le basse architetture del passato. Nella sua attività di ceramista,  coniuga  passato, tradizione e specificità.

La decorazione, con i suoi cromatismi accesi, è  “popolanità” come la  “popolanità” è nelle forme curve delle figure, diventando, così,  linguaggio a sé stante che nobilita la secolare attività dei vasai pugliesi. Raffaele Spizzico ha onorato la carriera di artista con l’insegnamento statale: è stato direttore e insegnante della prima Accademia di Belle Arti istituita dallo Stato italiano a Lecce nel 1961.

Quel manipolo di artisti, da Stifano a De Robertis, da Ciccio Spizzico a Francesco Speranza a Conte, Ficarra , La Fortezza ed altri operanti nel secondo dopoguerra, ha sicuramente contribuito a che l’arte pittorica di Puglia meritasse la dovuta notorietà nel panorama artistico italiano del Novecento:notorietà in nome di fermenti innovativi, risveglio culturale collettivo, riscatto sociale. Il  che avvenne, ma di quel generoso sforzo, pare si sia persa ogni memoria. Nel nostro piccolo, col nostro scritto, restituiamo degna riconoscenza.

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