“Un paese ci vuole”. Dalla primavera a settembre, il nuovo lavoro di Dimartino

A dicembre parlavamo del nuovo album, previsto in uscita per la primavera. Puntuale, è arrivato: “Un paese ci vuole” è il titolo del nuovo disco di Dimartino, il gruppo musicale del cantautore siciliano Antonio Di Martino

Corato - venerdì 19 giugno 2015
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A dicembre parlavamo del nuovo album, previsto in uscita per la primavera. Puntuale, è arrivato: “Un paese ci vuole” è il titolo del nuovo disco di Dimartino, il gruppo musicale del cantautore siciliano Antonio Di Martino, sempre più presente e affermato sulla scena della musica pop nazionale.

La voce pulita e impeccabile, di quelle che non steccano mai, come diciamo noi; i testi fuori dall’ordinario, evocativi per le immagini concrete di cui raccontano e in cui a chiunque capita di perdersi, passeggiando e osservando la vita muoversi sotto i propri occhi, tra scene di vita ordinaria intrise di sentimenti e luoghi permeati di ricordi e speranze: è Antonio Di Martino. Oramai le interviste con lui sono una bella abitudine che si rinnova. Dopo il concerto, come di consueto, dopo la sua rituale: “Che ne pensi? Ti è piaciuto come abbiamo suonato?”, arrivano le mie domande. Intervistato già nel 2013, questa volta la nostra chiacchierata è uno slalom a rallenty tra alcune sue citazioni, tratte dai brani del nuovo disco e dei precedenti, e la sua vita vera, quella che li ha ispirati; tra considerazioni sul mondo e consapevolezza ironica su politici e artisti.

Anche questa volta, come tutte le volte, avete cantato dal vivo. Canterai mai in playback?

Io spero di non doverci mai arrivare. Non ci penso proprio. In passato mi è stato chiesto, ma io ho rifiutato. Per me è una cosa improponibile, impensabile. Cantare in playback è una cosa che non si può sentire.

“C’è un mostro in cucina”: canti così in “Case stregate”. Mentre la cantavi, sembrava che pensassi, ricordassi o rivivessi momenti veri, tragedie vissute.

In realtà non erano riferiti a me. Erano riferiti a una casa stregata che esiste in un paese vicino al mio (Misilmeri, ndr), legata a una leggenda che poi si è rivelata solo una leggenda e niente più. Il marito uccise la moglie per problemi di fertilità, perché pensava che non fosse fertile. E quindi c’era il mito di questa casa stregata, posseduta dal fantasma.

L’interpretazione però era intensa, molto sentita, molto viva.

Può sembrare (risponde  e intanto sorride). In realtà per molti miei testi mi piace l’idea che, raccontando storie di altri, poi si possa pensare siano mie, ma questo solo perché costruisco su quello che mi raccontano.

“E se domani cambierò vestiti, tu riconoscimi dagli occhi”: è l’invito che rivolgi nel brano “Calendari”. Un invito che sembra voler tranquillizzare rispetto ai cambiamenti a cui la vita inevitabilmente ci conduce. Basta davvero uno sguardo per riconoscersi?

Riconoscersi significa che già ci si è conosciuti prima. Quindi sì, secondo me sì. Molte volte, quando c’è gente che va via da casa propria, che va  in altri posti a vivere, c’è sempre quest’idea che a un certo punto l’altro possa scordarsi di te. In realtà io penso che sia difficile non riconoscersi:  appena ci si guarda, ci si deve per forza riconoscere. Se ci si è conosciuti davvero, sì, basta decisamente uno sguardo per riconoscersi, non si può sfuggire.

A proposito di riconoscersi, se ti fermassi un attimo guardandoti allo specchio, il Dimartino di oggi, all’Antonio Di-spazio-Martino di cinque anni fa, cosa gli direbbe?

In realtà, siccome Dimartino come progetto è nato in un momento in cui io già ero grande -  avevo 27 anni quando è stato registrato il primo disco-, e prima ne avevo incisi altri per altri progetti, non la sento molto la differenza tra Antonio Di Martino e Dimartino, sono io e basta.

Ok, però ti capita di guardarti negli occhi attraverso lo specchio e dire, non dico “Ce l’ho fatta” - perché nel mondo dell’artista è un crescendo, uno vuol sempre evolvere, in un certo senso rivoluzionarsi costantemente -, però qualche parola di incoraggiamento,  la famosa pacca sulla spalla e dire: “Bravo, Antonio, ci sei riuscito”?

Io non l’ho mai fatta ‘sta cosa qua, mi riesce veramente difficile perché non riesco mai a vedermi arrivato a un punto. Vedo la mia vita artistica sempre in continuo cambiamento. Per me è  sempre una evoluzione. Ci vuole coraggio per fare una cosa del genere, bisogna essere arrivati a un livello di consapevolezza di sé stessi molto alto per poterla fare. Io probabilmente non ce l’ho perché dentro magari sono molto debole da questo punto di vista.

Come sono nati i brani di questo nuovo cd? Quali sono stati i tempi di lavorazione?

Ho scritto il disco da Maggio  a Novembre, partendo dalla Primavera fino a Settembre. In modo graduale. Il disco si apre con il brano “Come una guerra la Primavera” e si chiude con il Settembre dei “Calendari”. Quello è stato più o meno il periodo in cui l’ho scritto, nel 2014. Ho vissuto insieme al disco, in modo graduale. È stato un parto graduale.

Durante il concerto hai dichiarato che, dopo aver scritto la canzone “Maledetto autunno”, dell’album “Sarebbe bello non lasciarsi mai ma ogni tanto è utile” (titolo che fa pensare a un omaggio alla regista Lina Wertmüller), non potevi non dedicarne a una “maledetta Primavera”. Cosa sono, metaforicamente per te, le stagioni di mezzo?

Le stagione di mezzo sono dei cambiamenti, dei passaggi, e secondo me sono le stagioni fondamentali. Perché nelle stagioni decise, l’estate o l’inverno, non riesci mai a prendere le decisioni importanti. Almeno per me, le decisioni più importanti della mia vita, - tipo se lasciare una persona o se cambiare casa -, io le ho prese sempre in stagioni di passaggio come la Primavera o l’Autunno. Perché ero molto influenzato dal cambiamento climatico, e poi perché sono stagioni che ti parlano. Le nuvole non sono come in estate o in inverno, ricordano animali, hanno forme strane. Sono stagioni ricche di simboli da interpretare. In Primavera l’erba cambia colore e diventa a chiazze. Quelli per me sono tutti simboli di un mondo surreale, sono simboli che vogliono dirci qualcosa, da interpretare.

Gli alberi sono presenti in molte tue canzoni. Come scrittrice, per me, gli alberi rappresentano persone che mi piacciono molto: persone con piedi ben radicati a terra, quindi radici forti, che possono essere le radici dei valori, degli affetti, dell’appartenenza culturale e sociale, mentre invece la testa fra le nuvole, quindi con l’aspirazione continua e costante ai sogni. Per te cosa sono gli alberi e perché hanno questa presenza massiccia all’interno delle tue canzoni?

Gli alberi per me sono tutto perchè io sono nato in campagna. Mio nonno, che tra l’altro è ancora vivo e  ha sentito già questo disco, è una persona con cui parlo spesso, mi ha insegnato ad amarli. Lui ci parla proprio con gli alberi. È talmente attaccato alla sua campagna, che gli alberi per lui sono come i suoi figli. Li riconosce. Sa tutto di ciascun albero, quando li ha piantati e quanti anni hanno. Si dispiace quando ne muore uno. Di recente in campagna da noi è morto un albero di noci, aveva cento anni, e per mio nonno è stato come perdere un figlio. Da lui mi viene questo amore per gli alberi. Per me gli alberi sono come persone, li vedo proprio così, li abbraccio anche ogni tanto.

...E so che fa bene abbracciare gli alberi. “L’isola che c’è”, recita un tuo brano. Per come l’ho vista io, l’ho interpretata un po’ come una dissacrazione dei luoghi comuni, quei luoghi/non luoghi, che tanto piacciono ai trentenni di oggi, eterni Peter Pan che non vogliono mai fare scelte ma continuare a sognare. Tranne alcuni casi in cui le scelte legate ai propri sogni sono molto responsabili e comportano impegno e sacrifici. Potremmo sintetizzare che l’isola che non c’è è l’isola dei sognatori che non concretizzano. Qual è, per Antonio Dimartino, invece, l’isola che c’è?

Per me l’isola che c’è è l’isola che vedono i migranti in questo periodo storico, quando sono in alto mare, sul gommone, e scorgono l’orizzonte. E’ come ribadire che la gente in mezzo al mare vede l’isola e la riconosce come un porto sicuro. In questo momento, scrivere una canzone come quella, per me significava ribadire l’esistenza di un paese per eccellenza che è l’isola con dei confini precisi. Più che un’isola che non esiste, legata più a un unico fine, mi piace ribadire l’idea che l’isola c’è e là la gente ci arriva, l’isola c’è tutte le notti, e c’è chi non ci arriva, magari la vede solo da lontano. E soprattutto poi mi piaceva sottolineare  il fatto che alla sera non puoi più lasciare l’isola, perché se il traghetto è partito, tu rimani là, e tutto quello che è successo durante il giorno, rimane anche la notte, se non se n’è andato.

Ci si può perdere davvero cercando la felicità?

Ovvio. Se non ti perdi, non la trovi. Penso che per trovare la felicità, uno si deve perdere. Altrimenti non potrà mai trovarla.

Ma quando dici “perdersi”, in realtà, cosa intendi?

Perdere le coordinate di spazio e di tempo. Dimenticarsi dove ci troviamo e che ore sono. Magari quello è un modo per trovare la felicità: perdere qualcosa per trovare qualcos’altro.

E pensi che nell’accezione da dare al verbo “perdersi” possa essere inteso, oltre alla dimensione spazio-temporale, anche la percezione di una dimensione di sé, quindi perdere i sogni e i desideri per un attimo, lasciarsi andare al fiume che inevitabilmente ci travolge nel fluire della vita, senza più avere le coordinate di quello che avevamo progettato?

Mi faceva ridere, una volta, quello che disse una bambina: “Vorrei una cartina geografica per perdermi”. Noi oggi sappiamo sempre dove siamo, quello che  sta succedendo attorno a noi, è impossibile non saperlo. Per cui la felicità oggi è difficile da trovare per questo motivo: siamo troppo consapevoli di noi stessi, ognuno di noi è troppo consapevole di esistere, di essere in questo periodo storico, in questo momento sociale, di credere in un partito, di appartenere a un contesto sociale preciso. Bisognerebbe riuscire a non pensarci più per un po’, riuscire a spersonalizzarsi in un certo senso.

Quando scrivi, componi, la tua vita come si stravolge? Tipo: nel picco del lavoro dormi meno, stravolgi i ritmi, non dormi affatto?

In realtà la mia vita è sempre così (e ride divertito, ndr) perché è difficile che io non pensi a qualcosa da scrivere. Poi non significa che lo scriva. L’idea che io sia qui, ora, per esempio, e che  possa avere uno spunto per scrivere qualcosa, mi piace. Non so se poi lo scrivo davvero, però l’idea di poterlo fare, di poter dire a me stesso “Adesso scrivo” mi piace.

“Gli artisti sono tipi strani”, solitamente si dice. Tu cosa ne pensi?

Mah, non credo.

Considera che, molto spesso,chi pronuncia queste parole è perché si vede molto lontano dal punto di vista non dico biologico, ma chimico e di visione dell’ordinario rispetto all’artista, rispetto a chi è definito artista.

Secondo me è un luogo comune. Ci sono molti artisti che hanno una vita regolarissima, sono sposati, hanno figli, al mattino si alzano sempre alla stessa ora, alle nove si siedono a tavolino, scrivono, e a una certa ora finiscono. Hemingway così scriveva. Oggi non ci credo a questo fatto che dicono che gli artisti sono strani, forse lo erano nell’800, non oggi, rispetto alla società. Ma poi, scusa, a te la nostra società ti sembra tanto normale? Con tutto quello che dicono i politici oggi, per me quelli strani non sono gli artisti. (E qui, inevitabilmente, ridiamo insieme.)

“Vita nuova”, altra traccia del tuo nuovo disco. Introducendola durante il concerto, hai asserito: “Incontro di emozioni, che finisce sempre con grandi spritz e grandi ubriacate”, raccontando di quando ritrovi i tuoi amici di sempre.
In questi anni, confrontandoti con i tuoi compaesani, ti ritrovi cambiato? Cosa noti di diverso: il loro modo di approcciarti, di guardarti?

In realtà molti miei paesani nemmeno sanno della vita che faccio. Non sento di aver fatto così tanto, di aver riscosso così tanto successo da poter essere arrivato anche a chi non segue questo genere di musica. Magari molti che hanno sentito qualcosa, mi chiedono spiegazioni su qualche canzone, però poi non è cambiato niente, al mio paese è sempre tutto uguale.

“Mostra il suo documento come un monumento alla vita nuova”, dallo stesso brano. Documento come un monumento: monumento di sé stessi o di cosa?

Mostrano il documento come il monumento di qualcosa che si vorrebbe essere. Il monumento di cui parlo è il monumento che si creano molte persone immaginando una loro vita in un posto diverso. Magari poi è un monumento di sabbia. Io ti faccio vedere, per esempio, che la mia carta di identità dice che io vivo a Manchester, quindi ho immaginato la mia vita come quella di un cittadino di Manchester. Ma in realtà sono di Bisceglie, quindi in realtà il monumento che ti sei costruito è un foglio di carta, non è un monumento con un valore, dentro di te hai delle precise origini che non puoi rinnegare, non potresti mai rinnegarle.

“Cercasi anima persa”, dall’album precedente. Cosa è per te “Il tempo per amarmi ancora un po’ ” ?

L’ho scritta otto anni fa. Il tempo per amarmi ancora un po’ è il tempo che devo dedicarmi. Io penso che durante il giorno, tra le altre cose che si fanno, bisogna dedicarsi del tempo. Magari anche non facendo nulla, non pensando a nulla, però è necessario. Mi piace l’idea che domani so che, dalle due alle tre, ho il tempo per non pensare a nulla. Forse è quello il tempo per amarmi ancora un po’.

“Un paese ci vuole”, il nuovo disco di Dimartino: una passeggiata intensa, frasi da tenere a mente, considerazioni come spiragli su pensieri più profondi, e più intimi anche. Una passeggiata che inizia tra i colori della Primavera, che letteralmente esplode fuori e dentro di te, anche se “semplicemente arriva”, attraversando l’estate e le notti suggestive, i giorni afosi, i drammi dei nostri tempi, fino all’affacciarsi dell’Autunno, con i pomeriggi tipici della nostalgia settembrina, quando una canzone che giunge da lontano, magari sulle sponde del porto, non riscalda affatto. Piuttosto, invece, induce, come un abbraccio intenso, a lasciarsi andare al pianto che consola un attimo, giusto il tempo di girar pagina, rimboccarsi daccapo le maniche, tornare al solito da fare sempre uguale. In fondo, sono le stagioni e il nostro percepirle a farci carezzare tutto con sguardi diversi. Non mi resta che augurarvi buona passeggiata, buon tempo per amarvi ancora un po’ e buon ascolto.