“Padre Sergij” di Lev Tolstoj

Un giovane uomo, votato ad un’esistenza brillante e soddisfacente, abbandona tutto per affrontare le tempeste dell’orgoglio, della vanità e del dubbio

Luciana De Palma Il lettore comune
Corato - venerdì 05 giugno 2015
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Le ragioni di una vita sono talmente radicate nell’imperscrutabile necessità di essere ciò che si è che ogni intenzione di mutare atteggiamento deve  scontrarsi con esse affinché il cambiamento non sia solo l’opaca superficie di una menzogna con cui facilmente e beatamente ci si inganna.

Il protagonista di questo racconto è Stepàn Kasatskij, le cui doti intellettive e fisiche sono a tutti note fin dalla sua infanzia; soprattutto egli possiede, in una misura eccezionale quanto dirompente, un fortissimo amor proprio. Divenuto giovane uomo, Stepàn entra nell’accademia militare e qui, oltre all’eccellenza negli studi, dimostra una spiccata inclinazione al comando.

Fidanzatosi, qualche anno dopo, con una bellissima contessa, il cui nome è rinomato alla corte dello zar, Stepàn è certo del suo futuro glorioso in cui carriera e vita privata non potranno che attirare le invidie altrui e colmare la sua esistenza di grandiosità e di meraviglia.

Accade però che un mese prima delle nozze, la giovane promessa sposa gli confessi di aver avuto, in passato, una relazione sentimentale proprio con lo zar: Stepàn, sbigottito e affranto, ferito nell’orgoglio, rompe il fidanzamento, si congeda dall’esercito e, fuggito dalla città, si rifugia in un monastero, con l’intenzione di diventare monaco egli stesso. Questa risoluzione, accolta dall’alta società russa, che presto viene a conoscenza della fuga di Stepàn, come atto di prodigioso valore ascetico, non convince del tutto la sorella di Stepàn che ha invece compreso la sostanziale eccentricità di questo gesto con cui suo fratello ha solo voluto superare quanti hanno cercato di superare lui, in costante ricerca di lodi e approvazioni.

Nel monastero Stepàn si adatta a seguire le regole monacali, sinceramente intenzionato ad espiare tutte le tentazioni mondane che però, nonostante la durezza della vita nel monastero, ancora resistono nella sua anima. Perfino nella reclusione, che egli stesso richiede al padre superiore per riuscire a cancellare dalla sua pelle ogni traccia dell’uomo che era stato, Stepàn non può che essere cosciente di quanto recidiva sia la sua volontà nel riportargli alla mente il potere e il fascino che un tempo ha esercitato con immenso orgoglio e privilegio nella capitale.
Il saio che ha deciso d’indossare è un velo sottile che alla prima tentazione si lacera indissolubilmente: i più profondi convincimenti non bastano a scuotere le fondamenta affinché si generi un cambiamento radicale.

E non sarà sufficiente per Stepàn amputarsi un dito con un’ascia per espiare un grave peccato compiuto proprio in monastero. Neppure il rimorso né il feroce senso di colpa possono placare il tormento di Stepàn che, nonostante la sua volontà cerchi il compimento della grande redenzione spirituale, lo assoggetta ancora una volta, nel suo peregrinare lontano dal monastero, alla vanità della sua natura e all’orgoglio della sua anima.

Diviso tra la visione di fulgide altezze a cui aspira e la meschinità della sua esistenza, che nessuna regola riesce a emendare, Stepàn non smette di cercare il modo per combattere e vincere la subdola tentazione che continua, come un ronzio fastidioso e angosciante, ad agitare le sue notti e i suoi giorni.

Il dolore spirituale e quello fisico non troveranno sollievo neppure nell’immagine di una vedova, Praskov’ja Machàjlovna, che Stepàn ritrova dopo molti anni, invecchiata in seguito ad una vita difficile e ora intenta a dare lezioni di musica per poter sfamare sua figlia, madre di cinque bambini.

La donna agisce con reale e profonda devozione per gli esseri umani, nutrita solo dalla speranza e dal desiderio di essere loro d’aiuto e di sostegno, al contrario di Stepàn, le cui azioni e i cui pensieri, persino da monaco, sono sempre stati mossi da interessi egocentrici, fondati sull’ambizione, sulla superbia e sulla smania di guardare il mondo come da una vetta irraggiungibile.

La consapevolezza di ciò che questa donna è e di ciò che egli vorrebbe essere è soltanto l’inizio di un cammino lungo e faticoso, su un sentiero in salita, verso orizzonti che mai, durante la sua sfrenata ed esaltata giovinezza, aveva considerato degni di essere anche solo sfiorati dallo sguardo. 

Le folgorazioni improvvise e le brusche decisioni non raccolgono che manciate di polvere se manca una profonda coscienza che il dolore sia un mezzo necessario e utile per plasmare un durevole e solido cambiamento.

L’inganno più grande di tutti è quello tessuto dall’anima stessa quando intreccia trame con l’ignavia e orditi con la vanità. E la conquista più grande è l’idea che la vocazione alla vita è essa stessa continua conquista.

Sì, ma tutto è stato sporcato, soffocato dalla gloria degli uomini. Sì, non c’è Dio per chi ha vissuto come me per la gloria degli uomini. Lo cercherò”.

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