“La caduta” di Albert Camus

Un uomo confessa i suoi peccati, recalcitrante tuttavia a piegarsi ad una reale redenzione della propria volontà

Luciana De Palma Il lettore comune
Corato - giovedì 02 aprile 2015
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L’avventore a cui il protagonista del romanzo, l’avvocato Jean Baptiste Clamance, snocciolando un monologo che dura cinque giorni, si rivolge per spiegare la sua incredibile teoria del giudice-penitente, ruolo che da qualche tempo egli ha deciso di rivestire, è in realtà ciascuno di noi in quanto lettori che, sin dalle primissime pagine, proviamo il desiderio irrefrenabile di affrettare la lettura, abbandonandoci alla meditazione circa la curiosa quanto suggestiva congettura qui proposta. 

Jean Baptiste racconta di essere stato universalmente riconosciuto quale uomo buono, gentile, generoso e altruista; di lui molte persone possono testimoniare azioni virtuose e atteggiamenti moralmente onesti. La stima e la riconoscenza altrui precedono la sua fama, incorniciando la sua figura di un’aura quasi mistica. Raccontandosi però, Jean Baptiste fa affiorare, con una leggerezza che diviene schietta ferocia, la verità che lo riguarda, fatta di meschineria e di viltà.

In pubblico, egli afferma, continuando il monologo, il suo volto è in realtà coperto da una maschera e le sue azioni, così tanto lodate, non fanno che attingere ad uno spasmodico quanto egoistico desiderio di approvazione e di superiorità.

Nel privato la sua esistenza è costellata dalla ricerca di ogni tipo di piacere, dall’alcool alle donne. Finché la duplicità è diventata a tal punto una costante nella sua vita che la coscienza di essa lo ha spinto, alla fine, ad abbandonare la sua professione e la sua città per stabilirsi ad Amsterdam dove, nel bar ‘Mexico City’ egli ha stabilito il suo ‘studio’e il suo laboratorio di redenzione sociale.

Lo scopo che adesso si prefigge è quello di far confessare e redimere i suoi uditori, i quali, dopo aver ascoltato ogni penoso particolare della sua narrazione, dovrebbero sentirsi indotti a condividere con Jean Baptiste le miserie e le debolezze delle proprie anime. Così facendo, rendendo consapevoli tutti delle proprie ipocrisie e bassezze, l’umanità intera non può ignorare quanto essa stessa sia colpevole così come l’uomo che ha innescato una tale concatenazione di confessioni e di rimorsi.

L’opera del protagonista però non può che essere una caduta e, lungi dall’essere fondata su un’intenzione realmente e profondamente salvifica, serve solo per far sprofondare gli uomini e le donne nel fango della miseria: la compassione, che egli finge di provare per ciascun essere umano, è in realtà solo di facciata e non può che provocare una precipitosa quanto rovinosa perdita di valori di cui invece la società intera avrebbe urgente bisogno.

L’accusa che Jean Baptiste rivolge a se stesso è un’accusa che rivolge al mondo intero, non per salvarlo, ma per lasciarlo sprofondare nel delirio dell’assurdo e dell’assenza di significati.

Il protagonista, allora, da penitente, qual è per effetto del suo racconto rivolto ad uno sconosciuto, diviene giudice, poiché condanna all’unisono l’intera umanità, senza darle via di scampo.

La sua è una brutale e assoluta rassegnazione alla ripetizione di atti privi di senso e di valore: è questo è terribilmente sconvolgente.
“In nome di che cosa giudichiamo, noi che giudichiamo?”.

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