“Tutti i racconti” di Katherine Mansfield

I racconti dell’unica scrittrice di cui Virginia Woolf ammise di essere invidiosa

Luciana De Palma Il lettore comune
Corato - giovedì 05 marzo 2015
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La profondità che si raggiunge attraversando le brevi vicende dei protagonisti di questi racconti è tale da non permetterci, una volta terminata la lettura, una risalita né veloce né infruttuosa. Ogni storia è un vortice dalle dimensioni prodigiosamente vigorose, se paragonate all’esiguità delle pagine che compongono ciascuno scritto: nulla è tralasciato nella dettagliata considerazione dei puntigli dell’anima, dei suoi anfratti, delle sue tortuosità, delle sue luci e dei suoi punti oscuri, così come nulla è omesso nel processo di conoscenza della mente, delle sue altezze vertiginose, dei suoi abissi, delle sue paure, dei suoi malanni, delle sue grandezze.

L’autrice adopera le parole come zampilli iridescenti di luce che scrupolosamente punta su ogni tipo di esperienza di vita quotidiana in cui, a dispetto dell’apparente semplicità, possono schiudersi suoni e voci e intuizioni e aspettative capaci di rivelare non la verità assoluta, ma frammenti di essa, sinceri, onesti, innegabili e sicuri.
Nessun lettore avvertirà estraneità o indifferenza rispetto alla gamma audacemente dettagliata di sensazioni e di emozioni che sono, in questo libro di racconti, tenacemente quanto perspicacemente colte nel loro aspetto di volta in volta commovente, grottesco, crudele, sarcastico, genuino.

Ad esempio nel racconto ‘Una tazza di tè’ la protagonista, Rosemary Fell, si sente particolarmente ispirata nel far del bene ad una giovane donna che ha incontrato per caso in strada; l’accoglie in casa, le offre del tè, si accerta, con civettuola premura, di poter realizzare il suo filantropico proposito, chiedendo alla donna tutto ciò che le manca e che lei, ricca possidente, può offrirle. Ed è così altezzosamente addentrata nel suo nobile fine da voler assolutamente convincere suo marito della magnificenza del suo progetto che a tutti i costi è intenzionata a portare avanti. Salvo poi retrocedere, e in fretta, abbandonando la donna al suo destino, nel momento in cui suo marito, Philip, dimostra di aver notato la bellezza della giovane protetta.

Il racconto ‘La cameriera della padrona’ mette a nudo i pensieri ciclonici che si scatenano nella mente di una cameriera a servizio di una nobil donna, nel momento in cui, dopo aver bussato alla porta della sua camera da letto, attende il permesso di entrare. Sembra che una vita intera possa essere spremuta in un arco di tempo rapidissimo, come un gomitolo che si sbroglia, rotolando giù per le scale. Infine è la stessa cameriera che, rimbrottando contro se stessa, si costringe a tornare alla realtà, rimproverandosi questo orrendo vizio del ‘pensare’.

Ne ‘Il viaggio per Bruges’  un numero circoscritto di uomini e donne, costretti alla vicinanza reciproca per via del viaggio, prima in treno verso Dover e poi in nave verso le coste europee, è incorniciato in una sorta di cauta danza sociale, continuamente istigati a respingersi e ad attrarsi, come porcospini dagli aculei pungenti che da un lato non vogliono rinunciare al proprio spazio e dall’altro non possono fare a meno dell’altro.

In tutti i racconti gronda la meraviglia incessante di chi, fermatosi ad osservare l’umanità vivere e muoversi e viaggiare e pulsare come l’eterno respiro della vita stessa, non può non rilevare con quanta forza e con quanta leggerezza gli esseri umani sono disposti a proseguire il pur difficile e per nulla pianeggiante cammino tra i giorni e gli anni.

Le speranze e i timori di una bambina o di una vecchia, i sospiri tirati alla fine di una lunga lettera che si credeva annunciatrice di dolore e che invece termina nel più amorevole dei modi, il sogno che feconda l’idea del futuro, modellato secondo archetipi di cui non si ha coscienza, la morte che respinge ogni possibilità di rivalsa sulla sofferenza finché un volto o una voce insorgono contro il lutto per ridestare la luce e il fuoco: c’è tutto questo negli straordinari racconti della Mansfield.

L’autrice sa indurre un pensiero, dapprima cupo, ad affiorare all’improvviso, istigando noi lettori a non perdere il segno sulla pagina, mentre seguiamo l’evolversi concitato fino al risvolto sorprendente e inatteso.

Palpitiamo, mentre nelle righe si avvicendano foschi presagi che annunciano una conclusione sfortunata, ma poi ci sentiamo sollevati quando raggiungiamo il punto conclusivo dell’ultima frase che, aggirando con luminosa maestria le buche sul terreno percorso, ci risolleva e ci catapulta nella gloria di un finale gioioso.

Quanto ci sembrava cristallizzato in una monolitica staticità, riprende a fluire, scorrendo come il fragore beato di una risata in una stanza assolata di felicità; ciò che sospettavamo seccante o sgradevole a volte trova conferma in un finale dolorosamente immutabile e ciò che ha avuto origine nella più assoluta semplicità, si contorce, via via che le frasi scorrono, in un groviglio inestricabile di insopportabili sconfitte.

Il ritmo non si affievolisce e il senso dell’attesa ci soccorre là dove un presagio ci impaurisce, tormentando le nostre sicurezze; la musicalità delle parole si ricompone in un’orchestra polifonica di suggestioni primitive e innate che si concertano perfettamente con le logiche della superficie, con le illusioni e con le attese.

“E dalla parete, in bella mostra, lo guardava la fotografia di lei, la fotografia della sua donna: sorrideva, non smetteva di sorridere al grande uomo addormentato”.

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