Seneca, quell’antico moralista

«Il tempo che ci è assegnato non è poco - si legge nel De brevitate vitae - siamo noi che ne perdiamo molto»

Franco Vangi Elzeviri coratini
Corato - venerdì 20 febbraio 2015
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E' difficile - e forse sconsigliabile - indagare su se stessi e svelarne  l'interiorità e fa male  perché abbiamo paura dell'ombra del nostro io interiore, ci fa comodo lasciarlo perdere e così ci aggrappiamo a cose esteriori: la palestra  per forgiare il nostro corpo di muscoli scattanti o l'astuta competizione per dar spinta alla carriera o la maldicenza puntata sugli altri con affilate lame e poi il fascino dei riflettori sulla passerella della nostra vanità.

Così scorre il tempo e ci addestriamo alla lotta per l'esistenza e alla normale dose di perfidia e pregiudizi del vivere quotidiano. Così viviamo nell'usuale sequenza di azioni: lucide e consapevoli nel "fare", ma oscure e incerte nell' "essere" (leggi "il nostro io migliore").

Dove vanno a parare queste mie riflessioni?  A nulla -certamente- nella vita pratica e tuttavia vanno a scoprire un tesoro nascosto per chi mira a dare un senso al proprio cammino.

Ahimè, quante sirene (leggi "media"): con voci suadenti, luci sfolgoranti, specchi deformanti, chiacchiericci, suoni, rumori creano una realtà virtuale e falsa e coprono quel fiume d'interiorità che scorre nel nostro essere.

Propongo - e so di andare fuori moda - leggiamo qualche brano di quel grande antico maestro di coscienza: Lucio Anneo Seneca I secolo dopo Cristo.

Andare così indietro negli anni? fuggire dal nostro frenetico presente? E' consigliabile, anche se può apparire fuori onda: «Il tempo che ci è assegnato non è poco - si legge nel De brevitate vitae - siamo noi che ne perdiamo molto. Accade che uno non è mai sazio di niente, un altro si applica con frenetica operosità a lavori superflui, un altro ancora si sbronza dalla mattina alla sera e c'è chi è intorpidito dall'inerzia, chi si macera per l'ambizione, sempre condizionata ai giudizi degli altri, chi smania  per il commercio e va in giro per terre e per mari nella speranza di far quattrini, altri si consumano in una volontaria schiavitù adulando i loro superiori senza ricavarne la minima gratitudine, molti sono presi dalla bellezza altrui e si danno pensiero della propria, parecchi poi, non avendo uno scopo preciso, incostanti e scontenti di se stessi, passano da un proposito all'altro senza concludere niente, oppure vagano a caso insoddisfatti di tutto. I vizi incalzano e ci aggrediscono da ogni parte, né ci consentono di sollevarci e alzare gli occhi alla luce del vero».

Parole di un antico moralista.  Ma siamo proprio sicuri che non siano attuali?