“De profundis” di Oscar Wilde

La meravigliosa lettera di uno scrittore che nella dura esperienza del carcere scopre la salvezza attraverso la bellezza del dolore.

Luciana De Palma Il lettore comune
Corato - venerdì 06 febbraio 2015
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‘Caro Bosie, dopo una lunga attesa senza frutto ho deciso di scriverti io, tanto per il tuo quanto per il mio bene, poiché mi farebbe soffrire sapere che ho trascorso due lunghi anni in carcere senza aver mai neppure ricevuto un rigo da te, né un messaggio, né una notizia, tranne quelli che mi arrecarono dolore’.

Così inizia la lunga lettera che lo scrittore irlandese Oscar Wilde scrisse nei primi mesi del 1897, trovandosi nella prigione di Reading: giudicato colpevole di sodomia, era stato condannato a scontare due anni di lavori forzati. Vivendo la vergogna e l’umiliazione, dopo essere stato acclamato dal mondo intero quale geniale e superbo artista, Wilde è costretto a imbrigliare le ore lunghe della detenzione tra i palpiti profondi e crudeli della sofferenza, facendo i conti con la più dura esperienza che un uomo, nato libero e amante della vita, possa fare. Benché sposato e padre, Oscar Wilde s’era innamorato di un giovane di bell’aspetto, Lord Douglas, figlio del marchese di Queensberry. Il giovane però non ha con lo scrittore alcuna comunanza né intellettuale né spirituale.

Alfred Douglas, o Bosie, nomignolo con cui lo scrittore usava chiamarlo, è infatti stato un bambino pigro a scuola e ancora più pigro all’Università, mentre Wilde si è laureato a pieni voti; Bosie ha un’immaginazione sterile, la mente dell’altro pullula di arte e di filosofia; è vanitoso, sciocco, narcisista quanto Wilde è generoso, gentile, luminoso. Durante il tempo in cui i due si frequentarono, la vena creativa di Wilde si prosciugò a causa della vita confusa e folle in cui l’amante lo trascinava.

Bosie infatti non era interessato a null’altro che non fossero le feste, le bevute, i divertimenti, la mondanità e i viaggi; di rado, e per non più di cinque minuti, i due si intrattenevano a parlare di arte o di libri o di pittura. Per ogni singolo capriccio, per ogni piacere e per ogni sfarzo di cui la sua anima insaziabile faceva incetta, Bosie sapeva di poter fare affidamento sul portafogli di Wilde; anche le richieste di denaro contante erano pressanti ed assidue e ancora una volta il buon Wilde vi faceva fronte senza mai lamentarsi, soddisfacendole come un padre paziente e magnanimo.

Questa vita dispendiosa ed esaltata condurrà immancabilmente Oscar Wilde alla bancarotta. Fino a quando il padre del giovane Bosie, che aveva con suo figlio rapporti freddi ed esasperati, intentò causa allo scrittore, lasciandogli, come racconta la cronaca del tempo, un biglietto nel club da lui frequentato: ‘A Oscar Wilde, che si atteggia a sodomita’. Vittima di una lotta acerrima e annosa tra i due Douglas, Wilde fu strumentalizzato dal rozzo e fatuo Bosie affinché combattesse, al posto suo, la battaglia contro il vecchio Douglas. E Wilde, accettando di assecondare i desideri dell’amante, si ritrovò come un faro in mezzo alle gigantesche e spaventose onde del mare: da una parte trovò odio e disprezzo, dall’altra cupidigia e volgarità.

Un passaggio della lettera recita: “A te sono toccati in sorte libertà, piaceri, divertimenti, una vita di agi; e tu non ne sei degno. A me è toccato un destino di pubblica infamia, una lunga prigionia, e infelicità, rovina, disonore; e di questo, nemmeno io sono degno; non ancora per lo meno”. Una volta in prigione Wilde comprende il gioco di cui è stato vittima inconsapevole, avendo posto al di sopra della sua arte, della sua scrittura, della sua ricerca di perfezione stilistica, un giovane uomo che non meritava nulla di ciò che amorevolmente e generosamente gli ha elargito. ‘Il dolore è la suprema emozione di cui l’uomo è capace’, scrive in un’altra pagina.

Intanto Bosie, fuori dal carcere, sembra non aver neppure lontanamente idea delle sofferenze e del dolore immenso che la sua stupidità e la sua voglia di ripicca hanno inflitto nella carne e nello spirito del suo famoso amante; addirittura tentò di vendere alcune lettere private inviategli dallo scrittore. Mentre è ancora in carcere, Wilde si chiede cosa ne sarà di lui una volta terminati i due anni della condanna: saprà ancora scrivere opere letterarie di pregio? Riuscirà a riempire i teatri di Londra e di Parigi, mettendo in scena una nuova piece teatrale? Ritroverà la fiducia perduta, gli amici di un tempo? E cosa accadrà dei suoi debiti se non dovesse essere in grado di estinguerli? Più di tutto: cosa dirà a Bosie, quando un giorno lo ritroverà, lui che è stato la causa dei suoi patimenti? E quali spiegazioni farneticanti ne riceverà in cambio?.

La lettera, dopo la scarcerazione di Oscar Wilde, sarà affidata ad un fedele amico, Robert Ross, che ne farà due copie, una delle quali destinata a Bosie che, lungi dall’aver considerato la ferita mortale inferta all’amante, non comprese fino in fondo quale atto d’amore e di grandezza rappresentò questa lettera che, iniziata come atto di pentimento, termina con un insegnamento di enorme e commovente valore morale: “Per quanto incompleto, imperfetto io sia, tuttavia da me puoi avere ancora molto da imparare. Venisti da me per conoscere i piaceri della vita e i piaceri dell’arte. Forse io sono destinato a insegnarti una cosa assai più splendida: il significato del dolore, la sua bellezza. Il tuo affezionato amico, Oscar Wilde”.

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