“La Cordialità” di Mariella De Santis

Una scintilla di splendore custodita in un libro

Corato - sabato 05 luglio 2014
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“Ho ricevuto in dono un libro bellissimo.”
“Di cosa parla?” disse l’Imperatore all’Imperatrice.
(…) “Parla di storie terribili e crudeli, belle come può esserlo solo la vita.”

A parlare, in questi versi, è l’Imperatrice Ammuina; a scrivere è Mariella De Santis.
Sono, questi, versi contenuti nella sua ultima opera, La Cordialità, titolo che raccoglie otto anni di lavoro e numerosi componimenti poetici scritti dall’autrice tra il 2005 e il 2013.

Leggere La Cordialità di Mariella De Santis significa fare un viaggio: tra oggetti, paesi lontani e vicini, conosciuti o sognati, che si manifestano nella loro realtà metafisica: oltre ciò che oggettivamente sono, essi sono quello che alla mente rammentano. Carichi di pathos, i suoi versi sono rimandi al mondo interiore che tutti noi ben conosciamo: quello dei sentimenti e delle emozioni, dei ricordi e delle speranze –vane, attese e disattese dall’incanto o dal disincanto a cui la vita, inevitabilmente, ci obbliga.

È come diceva Pavese: “Ci colpisono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo - e facendola vibrare  ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi”.

È come diceva Calvino: “ (…) togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città”.
Vi è così la leggerezza della parola, vi è così il risuonare in noi di nuovi spunti e rinnovati sguardi, nella poesia di Mariella De Santis. Talvolta non senza l’ironia, gran compagna di vita.

Nata a Bari, milanese di adozione, autrice di testi teatrali, di racconti e poesie, ho avuto modo di conoscerla in un paese carico di significato per entrambe, Corato, quando mi fu chiesto di curare la prima presentazione ufficiale del suono nuovo libro, La Cordialità appunto, edito da Nomos Edizioni. Ritrovarla per dialogare ancora con lei per Ars artis è stato un piacere.

Scrivere è un mestiere del tutto particolare, perché fondamentalmente nasce passione e tale rimane sempre, al di là dei diversi momenti che segnano la carriera di uno scrittore. Quando hai portato allo scoperto la tua passione per la scrittura, e quando è nato e maturato in te il desiderio di pubblicare?

Forse la mia passione è più la lettura che la scrittura. Intendo dire che più passano gli anni e più voglio stare dentro una relazione di libertà con la scrittura che sia priva di ogni coazione. Tempo fa andava di moda parlare di urgenza della scrittura. Mi ha sempre un poco infastidita quella espressione. È incline ad una forma narcisisitica, autoreferenziale del compito che da soli ci affidiamo. Io, casomai, mi muovo dentro una verifica di necessità della mia scrittura che sappia sganciarsi dal mio bisogno.
Pubblicare il primo racconto nel 1991 è stato quasi causale. Sapevo di aver scritto un testo di una qualche originalità e il poeta Primo Leone, redattore della rivista barese La Vallisa, volle pubblicarlo. Parlò di me come di una promessa letteraria. Più che una lusinga, su me sentii la responsabilità di una tale affermazione. Seguì nel 1992 una segnalazione al Premio Montale e da lì l'interesse di alcuni editori.

Pubblicare un libro, una tua opera, cosa è per te e cosa rappresenta?

È una riconsegna al mondo di qualcosa che gli appartiene e che io ho trasmutato in una forma nuova attraverso l'attenzione, l'osservazione, il tentativo di partecipare alla comprensione dell'esistenza ma anche quello di tentare un atto di riparazione al vivere senza consapevolezza che, per me, è ragione di molta parte di dolore del mondo.

Essere scrittori oggi, per te: portare scompiglio o addolcire gli animi, alleviare dagli affanni? Qual è il ruolo sociale e il compito che riconosci nel semplice nome "scrittore"?

Forse, dilungandomi, in parte ho già risposto precedentemente. Se c'è un compito che mi sento di affidare alla scrittura, è quello di allargare gli spazi del possibile. Svegliare la percezione di proprie finitezze mentali, emozionali, comportamentali e sensibilizzare l'attenzione. Sobillare il torpore. Poi, amo chi sa farmi ridere con intelligenza e gusto, commuovermi perchè mi muove dal punto in cui sono versandomi in altre acque, ma anche le grandi tempeste, le turbolenze sono benefiche nell'arte. Quando a dodici anni, leggendo i classici reperibili in casa, mi imbattei in una frase de L'uomo che ride di Victor Hugo: "E il suo pianto risuonò come un colpo di tosse nell'universo" (cito a memoria, senza testo alla mano), io ebbi davvero la sensazione di un colpo di tosse che deflagrasse nella mia mente, che allargò le mie possibilità di pensare il pensabile, l'immaginabile.

Le tue poesie parlano del quotidiano e raccontano di emozioni che vivono e sono vissute "oltre" la semplicità dei gesti soliti, un "oltre" che li connota in modo sempre nuovo, perchè a rinnovarsi è il sentire dello spirito in quegli attimi apparentemente sempre uguali. Quasi una dimensione sensoriale che vive in parallelo all'apparente asepsi dell'azione e che bisogna saper prendere, afferrare "a due mani" - e uso qui il verso di una tua poesia. Il sarcasmo dilagante oggi, in molti, lo interpreti come perduta capacità di vivere le emozioni, come meccanismo di difesa che si traduce in incapacità di lasciarsi andare pur vivendo e avvertendo dentro di sè, o inadeguatezza rispetto a quel "saper guardare oltre"?

Il sarcasmo è una difesa dal contatto con le emozioni profonde che si traduce in una squalifica dell'altro. Si deve essere anche sanamente contro le idee o i modi di vivere in cui non ci riconosciamo, ma dovremmo sapere sempre evitare di umiliare l'altro. La squalifica è umiliazione. La verità che riusciamo a cogliere in onestà e a restituire disturbando forse, ma non ferendo, è più sovversiva del sarcasmo.

Quando ci siamo incontrate, alla domanda "Come definisci questo libro", mi hai risposto "Come un cavallo di Troia". Perchè?

Perchè La Cordialità, già col suo titolo leggero, quasi neutrale, non dichiara, non annuncia ma al tempo stesso è perentorio, quindi crea un disorientamento dentro il quale ognuno potrà cercare la propria misura. Ho voluto consegnare un libro in cui i lettori più differenti potessero entrare, accomodarsi e entrare in rapporto con i diversi livelli della mia ricerca, ma senza dichiarare nulla. Quindi c'è la possibilità di soffermarsi sul livello del gesto quotidiano. Qualcuno ha parlato di minimalismo, come su interrogazioni perentorie, assolute, ma offro ad ognuno la possibilità di esercitare la propria sensibilità o competenza nei gradi più diversi.

Nella tua poesia "Una sera di febbraio", un verso recita: Di quanta vita sono fatti i silenzi. Cosa è il silenzio per te?

E' lo stato da cui tutto inizia. E' l'ascolto illimitato del necessario. L'abiura del sovrabbondante.

Nella tua opera "Disobbedienza d'amore", ad apertura di testo, quasi a premessa e nota, scrivi: "Per diverso tempo ho avuto il desiderio di scrivere storie di donne la cui esistenza fosse segnata dalla presenza del limite. Avevano voce in forza di un dolore che era al contempo misura della vita e possibilità di conoscenza ed esperienza dell'alterità. (...) La disobbedienza della protagonista non è solo rivolta ai suoi propri intimi vincoli, ma è lì quale forza capace di dignità morale, sociale e civile. Contro tutte le inspiegabili obbedienze che vengono richieste a fronte di un quieto vivere, la mia risposta è una ragionata ma appassionata disobbedienza che sia esperimento di un consapevole essere nel mio tempo". 

Adesso, a proposito della tua nuova opera, La cordialità, affermi che la cordialità è la misura per vivere ogni giorno. Le due prospettive sono da intendersi nell'ottica della crescita e del cambiamento strettamente personale che si riflette nella produzione letteraria, oppure vanno correlate tra loro, imprescindibili l'una dall'altra, la cordialità e la disobbedienza, per quanto possano apparire in contrasto?

Vedi, il mio intento è il medesimo in ogni caso: capire come si possa trovare la propria misura tra bene e male, dolore e gioia. Come si possa stare nel mondo con sincerità, lealtà, senza distruttività. Ora, chiaramente per uno scrittore si attraversano territori mentali, linguistici, immaginativi che trovano forme molteplici di manifestazione, ma nel mio caso, la perenne questione sta qui. Anche in questo senso ti dicevo che La Cordialità è un cavallo di Troia. C'è una poesia su una venditrice di frutta al mercato e sul gesto nobile di offerta di un racimolo di uva, l'hai presente?

Apparentemente sto portando qualcuno in un minuto del quotidiano, ma io ho sentito la potenza del dono che ha fatto scoprire ai primi umani in cammino verso oggi, la possibilità di non essere soli. La cordialità (nel senso proprio, non del mio libro) per me si è configurata come quella possibilità minima, essenziale per poter ristabilire un patto tra viventi. Trovare la misura tra una aspirazione eroica e un consumarsi vile. Non possiamo poggiare sulle nostre piccole spalle compiti sovrumani, ma non possiamo neanche dimenticare che abbiamo una scintilla di splendore in noi, e allora l'essere cordiali, ogni minuto, ogni giorno, può essere il tappeto su cui ritentare passi saldi.

Cosa è per te la cordialità?
È la misura per vivere ogni giorno.

Nei componimenti di Mariella De Santis è la Vita a muoversi e raccontarsi. Dietro e oltre la linearità di oggetti e abitudini, ritroviamo quell’intimità, quella sensibilità, che ci dichiarano continuamente vulnerabili e per questo richiamano la nostra forza, la nostra gentilezza. L’insondabile emotività che ognuno di noi cela e vive al di là della consuetudine, oltre una quotidianità sempre uguale eppure mai banale, che ci invita a essere cordiali perché partecipi gli uni degli altri: questo riluce nelle sue poesie. C’è cordialità tra questi due mondi: quello del simbolo e quello che oltre esso si cela e spesso tace.

Come l’amore non detto, i sorrisi e gli sguardi scambiati, le parole dolci, o l’addio temuto, il tener vivo il ricordo di tempi passati, di sorrisi sbiaditi. Come tutte le volte in cui diamo le spalle, pur consapevoli di lasciare frammenti di noi ad ogni passo che muoviamo per allontanarci da chi pensiamo di scordare. E invece ce ne ricordiamo ogni volta che al mattino allunghiamo la mano, apriamo l’anta, impugniamo la tazza, ascoltiamo distratti il caffè che borbotta.

Ci sono l’attenzione e la partecipazione al mondo circostante, gli incontri con i bambini, gli sguardi sul mondo zingaro, la carezza per il passato, la speranza sempre promessa al futuro. Con gentilezza, con cordialità. E con leggerezza. La leggerezza di chi ha vissuto fino in fondo e sa quanta fatica costi il liberarsi dei pesi, dei macigni sul cuore.

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