Prospettive, Giuseppe Tangorra si racconta e ci racconta la sua fotografia. Non chiamatelo fotografo

Spalle larghe, sorriso sincero, sguardo intenso. Poche parole: precise, misurate, inequivocabili. Un’arte: quella di guardare il mondo e catturare il bello che altrimenti sfuggirebbe inarrestabile

Corato - venerdì 16 maggio 2014
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Spalle larghe, sorriso sincero, sguardo intenso. Poche parole: precise, misurate, inequivocabili.

Un’arte: quella di guardare il mondo e catturare il bello che altrimenti sfuggirebbe inarrestabile, come sempre, per la distrazione, per la fretta, nell’alienato camminare in cui spesso ci perdiamo.

Un nome: Giuseppe Tangorra, un fotografo.

«Se mi chiami fotografo, intendi che sono arrivato all’apice, quel punto di arrivo oltre il quale non si può andare. Se mi sentissi fotografo, non avrei più niente da cercare», mi dice. Seduti al tavolo del bar di un paese non nostro, sorrido a sentir parlare di apici e non-definizioni: vagamente mi ricordano qualcuno, e più d’uno. «Come ti definisci, allora?». «Mi definisco nel modo più brutto: un ragazzo con la macchina fotografica».

Intanto il prossimo 14 Luglio Giuseppe Tangorra inaugurerà la sua nuova mostra, esponendo gli scatti di Capurso che lavora. Un progetto artistico che, nato a Benevento e per Benevento, è stato reso difficile dalla vastità della città. Ma ci vuol poco perché torni fuori dal cassetto: una sera, un giro in auto per le strade di sempre, il desiderio di far qualcosa per il proprio paese. L’obiettivo è la valorizzazione dell’altrui lavoro attraverso il filtro della macchina fotografica.

«Per il piacere di dare e restituire piacere a chi lavora, in un momento di grosse difficoltà che ben conosciamo», precisa Giuseppe Tangorra. Si tratta, come mi spiega subito dopo, anche e soprattutto di regalare un momento storico alla memoria del tempo del proprio paese. «Molte attività da qui a dieci anni non ci saranno più, se ne perderà traccia perché non vi è chi possa continuare la tradizione dei piccoli artigiani. Guardando questi scatti si potrà vedere la Capurso che siamo oggi e che eravamo domani, con i nomignoli e i soprannomi che molti commercianti hanno, per la tradizione e per la familiarità proprie dei piccoli centri. Quelle piccole cose che rimangono solo nelle cittadine. Siamo da invidiare».

Capurso che lavora è il prossimo di molti progetti artistici già esposti in mostra, molti dei quali si possono ammirare e apprezzare tramite il sito internet.

La fotografia di Giuseppe Tangorra è quella di chi ha la passione innata e scoperta grazie a una semiautomatica lasciata in giro per casa e al desiderio di sentire quel click tanto affascinante e appagante. Il suo viaggiare lavorando, come ama definirlo, ha poi trasformato questa passione in mestiere, e il mestierante in un professionista sempre più competente.

È, la sua, una fotografia che racconta di paesaggi, di volti, di enigmi celati in luoghi-non-luoghi, e dell’abbandono. L’abbandono come difficoltà di comprensione e accettazione cui la condizione di abbandonati induce; una sublimazione del dolore attraverso la forma artistica che meglio parla di sé, che meglio può riconciliare con la parte di sé ferita. La forza propulsiva della bellezza dell’abbandono: questo è alla base del suo primo grande lavoro avviato qualche anno fa. Il suo vero obbiettivo, però, è negli occhi. Gli occhi che ricerca, gli occhi che fotografa o che –volutamente- lascia che gli sfuggano. È, il suo, quasi un fissare eterno dell’immagine colta tra un battito di ciglia e l’altro, tra un passo e l’altro, tra il vivere dinamico e il dinamismo che ci vive intorno. Il bianco/nero predomina e guida, nella lettura dell’immagine catturata e rivelata all’osservatore.

Inevitabile chiedergli perché la scelta del bianco/nero (b/n).

«Perché sono daltonico», mi risponde ridendo. Poi, facendosi serio, racconta: «Non fotografavo in b/n finchè non ho incontrato un grande fotografo che mi ha insegnato tanto, a cui sono molto legato, quasi da un rapporto di fratellanza: Domenico Tattoli (ndr). Un giorno mi disse: il colore crea confusione; il b/n, invece, basandosi su ombre e luci, ti mostra la realtà. Queste sue parole sono state folgoranti per me, mi sono immerso subito nello studio del b/n, delle ombre, delle luci. Ho scoperto così che, se scattavo in b/n, vedevo me stesso nelle foto, quello che ero al momento dello scatto e quello che sono. È per questo che nel mio b/n c’è poco contrasto: cerco di liberarmi dai miei contrasti interiori».

Gli scatti di Giuseppe Tangorra possono essere analogici o digitali, ma -da buon professionista amante del suo mestiere- mi conduce (riportandomi, in verità) nella magia dell’analogico attraverso le parole che usa per descrivere l’emozione del veder nascere la foto, momento dopo momento, nella camera oscura, quel luogo sconosciuto ai più, fatto di acidi, vaschette, tempi di attesa e manovre precise per ogni risultato desiderato o sperato, dove l’immagine si compone sulla carta fotografica bianca istante dopo istante, sfumatura dopo sfumatura. Un luogo dove si imparava a veder nascere l’immagine e dove si temprava la capacità di attendere, di pazientare, e dove molti fotografi ancora fanno vivere e rivivere l’arte della fotografia lontano dalle tecnologie d’avanguardia e dall’immediatezza della camera chiara che il digitale ha edificato.

«Nella camera oscura ci sei veramente e soltanto tu, mentre nella camera chiara ci sei tu attraverso la macchina, è tutto filtrato da interfacce e programmi», sottolinea Giuseppe Tangorra. «Anche per me è un’esperienza nuova e da scoprire passo dopo passo. A introdurmi e affiancarmi nell’acquisizione di competenze e tecniche di sviluppo c’è sempre Domenico Tattoli, grande esperto di fotografia, amico impareggiabile».

Ho voluto sottoporre al nostro fotografo degli spunti di riflessione, in realtà provocazioni.

«Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere», Henri Cartier-Bresson, grande fotografo famoso in tutto il mondo, ha dichiarato ciò. Come commenti?

Emerge un Giuseppe Tangorra concorde con il grande fotografo fondatore della Magnum Photos, l’agenzia fotografica nata nel dopoguerra e divenuta famosa in tutto il mondo per i suoi connotati quasi sovversivi, indubbiamente innovativi e altamente valorizzanti la figura del fotografo professionista, ma solo per quello speciale allineamento di mente, occhi, cuore. Perché subito dopo affiora prepotente il suo essere contrario agli eccessi in generale: non condivide l’essere troppo rigoroso rispetto alla tecnica, «perché altrimenti perdi il vero valore della fotografia, non racconti più alcuna storia, alcuna emozione, alcun evento. Hai guadagnato e preso il bravissimo, ti porti a casa i complimenti, però intanto perdi la poesia della realtà», mi dice forte, animato dall’intensità emotiva che accompagna questo suo pensiero. «Personalmente sono attento al carpe diem della fotografia già visualizzata nella mia mente, piuttosto che a tutti gli elementi della composizione».

«Ricordalo. Ogni cosa che vedi guardando in basso, sulla lastra di vetro della tua Rolleiflex, è la realtà –le cose come sono. La fotografia è ciò che tu deciderai di farne di tutto questo». George Rodger.

«Quello che dichiarò Rodger praticamente nel secolo scorso è verissimo soprattutto oggi, ora che tutti hanno la mania degli scatti fotografici. Dare valore alla realtà è la vera differenza tra un fotografo e un ragazzino che scatta per la condivisione sui social», risponde duro Giuseppe.

Terza provocazione: tu hai un gruppo numeroso e solido con cui organizzi uscite per scatti e progetti, siete numerosi, dei veri professionisti, anche se nella vita alcuni di voi si occupano di tutt’altro, professionalmente parlando. Cconosco le vostre opere, so come lavorate. Se creassi un parallelismo tra voi e quel bel gruppo che mise su la Magnum Photos, come la metteresti?

Ride, accompagnando così il sorriso partito sul mio volto a fine provocazione.

«Più che dei grandi fotografi di Magnum Photos, io parlerei di Amici miei, il film, per tutto quello che combiniamo durante le uscite, in viaggio, durante i sopralluoghi e gli appostamenti per i nostri scatti».

Perdere uno scatto. Perdi uno scatto. Cosa significa, come reagisci, come ti consoli?

«Sono sempre attento a non perdere scatti, ma se lo perdo, è perché non mi sarebbe servito, e non dire che faccio il figo!», ride, si prende e mi prende in giro, poi torna serio, professionale direi. “Mi innervosisco e fumo una sigaretta. Perdere uno scatto, anche uno solo, alle volte può significare perdere una storia intera, perché questo è il potere evocativo di uno scatto fotografico. Uno scatto non realizzato è un reportage mancato. Se sbaglio è perché non sono un fotografo. Ho molto da imparare».

I ritratti, dopo i luoghi dell’abbandono, No man’s land, fanno parte del tuo lavoro, e hai parlato degli occhi che cerchi di fermare attraverso i tuoi ritratti. Credi che gli occhi attraverso la macchina fotografica possano mentire?

Sì. Fotograficamente parlando, siamo in un periodo in cui la foto non mostra più la realtà così come è, ma una realtà illusoria. Oggi possiamo mentire anche con gli occhi. Nel periodo storico in cui viviamo, gli occhi non sono più lo specchio dell’anima. I ragazzi che ci girano intorno si mostrano sicuri di sé,vestono alla moda, frequentano locali e ambienti come fossero viveur, ma cosa c’è dentro loro, dietro i loro sguardi che vogliono sembrare così altisonanti?

Se la fotografia avesse un volto...

«Sarebbe il volto di una lei, una lei che esiste davvero».

E su questa “lei” è meglio non indagare. Perché a brillare particolarmente, ora, sono gli occhi del ragazzo che mi è di fronte, al di là della macchina fotografica. Occhi che non mentono.

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