Gioacchino Toma, elegiaco cantore del silenzio

Artisti di puglia

Nicola Tullo Spigolando nell’arte
Corato - giovedì 19 aprile 2012
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La critica storica delle arti ha definitivamente acquisito una verità secondo la quale il primato in arte del XIX  secolo spetta alla Francia, mentre il XX secolo vede la supremazia italiana.

Le ragioni dell’inversione critica sono soprattutto di ordine politico- culturale: in Francia v’era un popolo, una nazione, uno stato, condizione essenziale che favoriva la dialettica ideologica, retaggio illuministico, se non proprio in senso nazionalistico, certamente con forte spirito nazionale. La società cambiava  velocemente, nuove dottrine politiche, fra cui il marxismo, si affacciavano prepotentemente permeando di dubbi i ceti borghesi e di ribellismo gli emarginati.

Dal dubbio e con sensibilità artistica libertaria, nasce il Romanticismo pittorico di Eugenio Delacroix; dal ribellismo anarcoide scaturisce il Realismo con  i suoi “Spaccapietre”, “Il funerale ad Ornans”,  cioè l’insieme della quotidianità emarginata e sfruttata del Caurbet che, per i suoi ideali, conobbe il carcere. Ciò capiterà per le stesse ragioni a Gioacchino Toma artista dell’Ottocento italiano. Il Romanticismo e il Realismo, in Francia, come in Italia, si influenzano vicendevolmente, la quotidianità diventa e si identifica con la storia al punto da essere oggetto d’analisi psicologica come accade a Teodoro Gericault nei suoi quadri di malati mentali. L’arte ottocentesca francese si impone oltre i confini nazionali, non così l’arte italiana le cui condizioni politiche sono del tutto diverse perchè diversa è la mentalità culturale.

Dopo secoli di dominio austro-ungarico e borbonico, per non andare ancora più indietro nel tempo , è solo verso la fine del XIX secolo che avviene l’auspicata unificazione nazionale che fino a quel momento (a partire dal ‘200 con Dante),  era stata unicamente fenomeno letterario. Non solo: la conclamata unificazione non è aspirazione di popolo, ma sacrificio di esigue forze spiritualmente e moralmente elitarie. Sostanzialmente, soprattutto in campo culturale, le cose rimangono ingabbiate in una visione regionalistica. Il divario sociale fra nord e sud resta immutato: miseria e sfruttamento nel mezzogiorno si contrappongono all’individualismo e alle malcelate arroganze del settentrione nei confronti dei meridionali adusi, secondo loro, all’assistenzialismo.

In mancanza, quindi, di apporti culturali esterni, l’arte italiana ripiega sulla tradizione nobilitata delle singole personalità mantenendo, però, peculiarità regionalistiche. S’intrecciano malinconie esistenziali, acritiche presunzioni intellettualistiche in cui laicità e bigottismo si fondono e confondono in un’orgia di apparente evoluzione stilistica. Si capiscono cosi, il paesaggismo lombardo, gli Scapigliati, lo storicismo di Francesco Hayez, l’epidermico divisionismo, il torbido realismo del Michetti. Il solo movimento che assume valore europeo  è quello dei Macchiaioli , fioriscono scuole regionali tra le quali spicca, per vivacità chiassosa,  la scuola napoletana tuttavia,  sostanzialmente incapace di elaborare un’arte veramente moderna. Ed è veramente miracoloso che nel clima pittorico napoletano sfrangiato e schioppettante, matura l’arte sia del barlettano Giuseppe De Nittis , sia di Gioacchno Toma il quale è il solo ad avere un linguaggio pittorico autonomo e nuovo.

Antropologicamente la comunità napoletana è portata all’effervescente bonario esibizionismo, al paradosso sentimentale, all’appariscente gusto della novità. Un insieme di verità ideale e di retorica tradizione culturale a cui concorre la presenza di pittori stranieri come il Pitloo che accentua le già contaminazioni interne del Palizzi o del Cammarano. Ma il deus ex machina è Domenico Morelli impregnato di acceso intellettualismo e di torbide visioni religiose. È vero pure che qualche tentativo di effettivo rinnovamento fu fatto dallo scultore Adriano Cecioni il quale, facendo la spola fra Firenze e Napoli, diffonde il verbo macchiaiolo del quale beneficia Giuseppe DeNittis che, trasferitosi a Parigi opera con gli impressionisti. In questo panorama pittorico si inquadra il pittore Gioacchino Toma, forse il più grande artista pugliese di tutti i tempi.

Nato a Galatina il 1836, ebbe vita stentata percorsa d miseria e lutti. In tenera età gli viene a mancare l’affetto dei genitori. Viene affidato ad  uno zio che , tutore dei beni di famiglia, presto lo rinchiuderà nell’Ospizio di Giovinazzo. Conosce, come già detto,  il carcere per la causa risorgimentale e, quale comandante di uno squadrone garibaldino si distingue per coraggio e decisionismo. Pittore autodidatta, apprende i primi insegnamenti  durante il soggiorno (!) all’ospizio di Giovinazzo ed esordisce in pittura con piccole telette di ispirazione patriottica di decoroso magistero tecnico.

Ma è a Napoli che matura la sua arte sideralmente in contrasto con la sfarfalleggiante edulcorata pittura napoletana. Si spense il 1891 nel capoluogo campano se non nella dimenticanza nella indifferenza della critica e dell’ambiente, come era vissuto appartato e discreto. Dopo la morte, revisionando la storia della cultura artistica dell’ottocento italiano, il giudizio sul pittore viene radicalmente capovolto: ci si accorge che nell’arretrato panorama pittorico nazionale, il galatinese risulta essere uno dei pochi pittori di levatura europea.

Lontano dalla scuola napoletana e dai movimenti artistici del tempo, la pittura del Toma è come un fiore spuntato tra pietre. Tra i primi ad accorgersi  dell’artista è Michele Biancale che lo considera “ il più delicato fra gli artisti meridionali del suo tempo, uno dei pochi grandi maestri italiani del secolo XIX” (1) . Sulla strada della revisione critico-storica, si annovera anche Giulio Carlo Argan che con lucida autorevolezza critica scrive:  “estraneo al pittoresco ambiente napoletano contrasta la severa, taciturna ricerca tonale di Gioacchino Toma, parimenti sdegnoso del sermone e della barzelletta, ed assorto in un suo pensiero della storia che si intreccia alla vicenda umana e non la trascende, non è gesta da grandi, ma vita di popolo, dolorosa realtà sociale” (2). All’enfasi declamatoria di cui si nutrivano i pittori della scuola napoletana e tanti altri pittori territorialmente lontani abili ed accattivanti con temi letterari e ritrattistici, il dualismo verismo (o realismo) -  romanticismo, peculiarità della cultura tradizionale regionalistica se non localistica, viene risolto genialmente dal Toma investendo le figure e gli interni di linde case con forte e lucida coscienza civile. Spoglia di ogni orpello le prime come i secondi contrapposti in spazi di perlacee tonalità.

L’emarginazione sociale è nella sua anima ma non la declama, il dolore esiste ed è universale e l’accetta con dignità morale, le celate malinconie gestiscono un cromatismo essenzializzato in delicate tonalità che non illanguidiscono la sostanza delle cose bensì la umanizzano sottovoce. In ciò si realizza la perfetta fusione tra realismo storico e romanticismo sentimentale. Toma  si trascina nella mente l’ospizio di Giovinazzo ma non ne fa velo didatticamente, lo rivive con colori sobri e selettivi nel dipinto “La Ruota dell’annunziata”. Chi sono quelle due donne col capo poggiato? 

I volti sono appena percepibili, il dramma è nelle cose e quando “lo si inventa rispecchia il dramma che non si inventa”. La “Luisa Sanfelice in carcere”, forse il suo capolavoro, non è un’eroina, è una popolana fiera e discreta, dipinta con pacata sinfonia di rosa e azzurri di incipiente autunno. Il pittore va avanti nella sua solitaria ricerca pittorica con splendidi paesaggi ridotti a informi serti di nuvole di roride opalescenze tonali o in sbocchi di momenti atmosferici diversi.  Snodo stilistico?

Sicuramente l’artista bagna le radici della sua arte, non le lascia seccare. Resta fedele al rifiuto di postulati tradizionali, “la pienezza del sole meridionale, scheggia, frantuma, dissolve la consistenza delle cose” (3). Toma cerca, esplora, seleziona perennemente teso ad un intimismo laico di religioso silenzio. “Le due madri”, “Viatico all’orfana”, “Romanzo in convento” come il “Tribunale della santa inquisizione”, sono dipinti ormai lontani. Negli ultimi anni l’artista lavora contemporaneamente a diversi quadri lasciati quasi allo stato di abbozzo.

“Lo Stato civile”, “Il bacio della nonna” sarebbero stati altrettanti capolavori? Non lo sapremo mai, sappiamo, però, che pochissimi artisti del suo tempo espressero una poesia pittorica così raffinata, aristocratica, velata di sottile malinconia e di eccelsa moralità poetica. Dopo i tanti silenzi, i nostri tempi hanno posto fine ad una dimenticanza per tanti versi frutto d’arretratezza culturale e di pochezza morale.

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(1) Storia dell’arte classica e italiana volV. Emilio Lavagnino: Gioacchino Toma pag 866. Michele Biancale
(2) Giulio Carlo Argan: L’arte moderna – Sansoni. Pag 202
(3) Storia dell’arte classica e italiana vol V. Emilio Lavagnino pag 870