La “scoppola” di Dio

«E dissi ripetutamente alzando gli occhi a quel cielo irreale ma bellissimo: ho capito, ho capito. Grazie! Ci proverò...»

Francesco Stolfa Il Cor(ro)sivo
Corato - lunedì 16 aprile 2012
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Qualche giorno fa ho reincontrato un amico che non vedevo da tempo.

Beh, amico forse è troppo; meglio, conoscente. Un tipo ruvido, che non mi era mai stato simpatico: troppo freddo, troppo sbrigativo, sempre di fretta; con quell’aria saccente e indaffarata degli uomini in carriera, sempre sicuro di sé e poco incline alla chiacchiera. Traspariva, in definitiva, dal suo modo di fare, uno scarso interesse per il prossimo, a meno che non fosse utile ai suoi scopi. E poi, mai, sul suo volto neanche l’ombra di un sorriso...

Insomma, lo incontro e questa volta viene diritto verso di me sorridendomi cordialmente e serenamente. Mi invita persino a prendere un caffè, ma non “in piedi in piedi”, come si usa fra uomini in carriera, bensì seduti comodamente a un tavolino del “Renudò” in piazza Sedile.

Allora gli dico: Come va? Ti trovo bene e anche più sereno. Eh – mi fa – sono cambiato o almeno ci sto provando. Sai, ho preso la “scoppola” di Dio. Di chi? gli chiedo. Di Dio – mi ripete – Ora ti spiego.

Due mesi fa mi è crollato il mondo addosso. Tu lo sai: ho un bel lavoro, che mi assorbe molto, e una bella moglie, anche lei una persona molto impegnata. E poi c’è mia figlia di tre anni, la luce dei miei occhi. Mi sentivo un “vincente”, come si dice oggi; e non temevo nulla e nessuno.

Poi un giorno tutto è cambiato. Da un banale mal di capo della bambina ci siamo imbucati in un tunnel oscuro, con una diagnosi terribile. Dalle vette del successo e della sicurezza la mia vita è improvvisamente precipitata nella tenebra e nella paura. Una notte non riuscivo ad addormentarmi: il giorno dopo avremmo avuto il responso definitivo, l’esito della risonanza magnetica. Fu allora che, quasi istintivamente, cominciai a pregare. E credo di essermi addormentato pregando.

Ho fatto uno strano sogno. Una voce calda e profonda rispondeva alla mia invocazione: “Dimmi figlio, cosa vuoi?”. E io subito: “Signore salva mia figlia!”. E lui: “Bene, ora ti ricordi di me?”. “Ma come, – insorgevo io – sono sempre stato un cattolico praticante: vengo a messa quasi tutte le domeniche, sepolcri (almeno 7 ogni giovedì santo), processioni, confratello  del Carmine da tre generazioni. Come puoi dire che mi scordo di te?”.

E lui: “Pensi di potertela cavare così, timbrando qualche cartellino? Oggi mi vieni a parlare di tua figlia ma dimentichi che io non ho esitato a sacrificare il mio unico Figlio per indicarvi la via dell’Amore universale; lui l'ha percorsa fino in fondo, senza sconti, a costo dell’umiliazione, del dileggio, della passione e della morte. Per amore dell’umanità e quindi anche per amore tuo non ho esitato a sacrificare mio figlio. E tu mi offri piccoli, insignificanti riti formali nei tuoi ritagli di tempo.

Vai a messa la domenica? Si, ma stai sempre con l’orologio in mano e scegli il prete che la fa più breve e più insulsa. Nella Settimana Santa appena trascorsa ti sei limitato a scambiare due palme d’ulivo come amuleti propiziatori, poi hai "visto" le processioni e visiti qualche “sepolcro” come si seguono rappresentazioni di basso profilo. E di me ti dimentichi appena esci dalla chiesa: che ne è di me nella tua vita familiare, nel tuo lavoro, nelle tue relazioni sociali? Ora piangi per tua figlia ma ti dimentichi continuamente di mio figlio e rendi vane le sue piaghe, le sue sofferenze, le sue umiliazioni. Ve l'ho inviato non per insegnarvi dei riti propiziatori ma uno stile di vita nuovo e impegnativo. Ma tu sei troppo occupato a servire altri dei: il denaro, la carriera, il potere, le apparenze sociali.

Mio figlio continua a soffrire in quel tuo vicino di casa anziano e malato che non riesce più a fare le scale e non sa come fare la spesa; in quello straniero che incontri tutti i giorni mentre, a piedi, va a lavorare in campagna, anche sotto la pioggia, mentre tu gli passi accanto con la tua macchina; in quel tuo parente anziano,  disabile e solo; o in quell’altro che non riesce più a pagare le rate del mutuo. Gente che ti scorre davanti tutti i giorni, che potresti facilmente aiutare, ma che tu guardi distrattamente come si segue un film alla TV di casa, facendo altro: non hai tempo, non hai voglia, non è compito tuo. Così continui a renderti complice della sua sofferenza. Ma ora ti ricordi di me, perchè tua figlia sta male ...”.

Quelle parole mi trapassarono l’anima come una spada affilatissima, vidi la miseria della mia vita, dei miei ideali, delle mie aspirazioni. Sentii come un grosso nodo in gola che presto si sciolse riempiendomi gli occhi di lacrime. Piansi, piansi a lungo, come un bambino.

La sveglia squillò perentoria e mi alzai rapidamente: era ora di andare in Ospedale a ritirare il referto della risonanza magnetica. Mentre guidavo nel solito traffico mattutino però ero abbastanza tranquillo. Eppure i medici mi avevano lasciato ben poche speranze.

Ciò che mi faceva star male erano i rimpianti: per tutti i momenti con mia figlia e con mia moglie, con gli amici e con i parenti che avevo sacrificato per correre dietro a effimere vanità.

Quando arrivai all’ospedale Il cielo sfoggiava un meraviglioso contrasto di colori: alcune grandi nuvole scure si stagliavano su un cielo azzurrissimo e luminoso. Mi sarebbe piaciuto tanto rimanere lì ad ammirarlo ....

Entrai in ospedale e ritirai il referto senza leggerlo. Lo aprii solo una vola tornato in macchina. Ero stranamente calmo, era come se già sapessi che era tutto finito: nella testa di mia figlia non c’era alcun tumore!

Allora capii: era stata una “scoppola”, di quelle che ti svegliano, ti aprono gli occhi e ti fanno capire tante cose. E dissi ripetutamente alzando gli occhi a quel cielo irreale ma bellissimo: ho capito, ho capito. Grazie! Ci proverò...

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