Teatro Comunale, un progetto... esemplare?

Giacomo De Lillo Cronache dal Palazzo
Corato - venerdì 29 gennaio 2010
Teatro Comunale, un progetto... esemplare?
Teatro Comunale, un progetto... esemplare? © n.c.

Sembra che il destino stia infierendo contro il Sindaco. Oddio! Nulla di che preoccuparsi. Alla fine il Teatro non sarà la nemesi di Gino Perrone. Ma qualche preoccupazione l’avrà data a chi, già dai tempi dello scomparso Sindaco Di Gennaro e poi del Sindaco Fiore, aveva “gufato” perché il Teatro fosse restituito alla città il più tardi possibile. Quando, cioè, si fossero create le condizioni di una sua presenza “istituzionale” nel contesto territoriale locale.

Pensava, infatti, Gino che la realizzazione dell’opera potesse conferire al Sindaco in carica una sorta di immortalità o consentirgli di “passare alla storia”.

E non risparmiò energie, ammiccamenti ed intrighi perché quella sorte toccasse a lui.

E’ per questo che, appena insediato, si è messo alla caccia di Gabriella (Carlucci n.d.r.) e Tonino (Azzollini n.d.r.), fino a quando, sulla scorta di una vaga idea di progetto, non gli è riuscito di ottenere un generoso finanziamento che gli avrebbe poi consentito di pensare ad un Teatro che avrebbe dovuto competere col San Carlo di Napoli, con tanto di palchi sovrapposti sulle pareti perimetrali per “i signori” e le “autorità” e col palchetto reale posto frontalmente al palcoscenico per ospitare monarchi o Principi o Ministri e, con loro o senza di loro, Sindaci e consorti.

Una forma di finanziamento piuttosto curiosa, anche se non rara nella pubblica amministrazione. L’importo di 1.500.000,00 Euro, infatti, veniva messo a disposizione dal Ministero per i Beni Culturali con fondi previsti dalla L. 291/2003 e, poiché insufficiente, veniva integrato con una ricca “mancia” attinta dalla legge finanziaria 2005 dell’importo di 4.200.000,00 euro. Un finanziamento complessivo di 5.700.000,00 euro, pari a circa 11 miliardi di vecchie lire.

Furono in molti a ritenere che quell’importo fosse eccessivamente sovradimensionato rispetto alla prevedibile spesa necessaria per il restauro di un vecchio Teatro che, tutto sommato, si presentava ancora integro nella sua struttura esterna.

L’incarico di redigere il progetto definitivo veniva conferito ad un Raggruppamento Temporaneo di Professionisti di Roma, guidato dall’Ing. Massimo Alvisi (della “scuola” di Renzo Piano si dice) che, eseguita la progettazione, determinava il quadro economico in Euro 4.317.460,56 per lavori a base di appalto ed in Euro 1.382.539,44 per somme a disposizione dell’Amministrazione.

A seguito di gara per pubblico incanto, in data 07.07.2006 i lavori venivano aggiudicati all’ATI (Associazione Temporanea di Imprese) Tecnolavori di Caserta, con un ribasso del 21,903%. L’importo definitivo, quindi, al netto del ribasso, veniva determinato in Euro 3.197.000,00, e ritenuto comprensivo di tutte le opere, provviste e prestazioni occorrenti per la realizzazione delle opere di restauro e ristrutturazione del Teatro comunale. Si aggiungeva il costo delle opere per la sicurezza che veniva fissato in Euro 153.000,00 e quello per la progettazione esecutiva in Euro 70.829,23.

Nelle more della stipula del contratto, in data 28.08.06, veniva conferito incarico alla ditta aggiudicataria di redigere, entro 60 giorni, cioè entro le ore 12.00 del 27.10.06, il progetto esecutivo, ignorandosi che l’art. 11 del Capitolato speciale di appalto (D.M. 145/2000) prevede la consegna degli elaborati del progetto esecutivo entro trenta giorni dalla stipula del contratto e l’approvazione da parte della stazione appaltante entro i successivi trenta giorni. Infatti, alla data di stipula del contratto, 09.11.06, e nel corpo del contratto stesso, si prevedeva una nuova (?) progettazione esecutiva, nell’intesa che questa non avrebbe dovuto riportare, come per legge, alcuna variazione alla quantità ed alla qualità delle lavorazioni previste nel progetto definitivo.

Sempre nel contratto Comune-ATI, si prevedeva che i lavori dovessero essere “regolarmente completati entro il termine di 575 giorni a decorrere dalla data di consegna degli stessi”, e cioè entro il giorno 26.06.2008.

Il 1° dicembre 2006, dunque, i lavori avevano inizio, ma emergeva, a breve distanza di tempo, la necessità di “introdurre alcune variazioni qualitative e quantitative finalizzate al miglioramento dell’opera e alla sua funzionalità. Veniva redatta, di conseguenza, in data 23.04.07, una prima perizia di variante per l’importo di Euro 151.530,18, oltre Euro 6.989,03 per oneri aggiuntivi per la sicurezza.

Tanto perché, nel corso dei lavori, si rendeva necessaria l’esecuzione di opere non previste nel progetto, quali il ponteggio metallico fisso; la scarriolatura di materiali provenienti da scavi o demolizioni; la realizzazione di “appoggi nella muratura esistente, idonei per posizionare le nuove travature da realizzare mediante taglio a sezione obbligata”; “la revisione generale di copertura e cornicioni in elementi in cotto”; “l’ispezione dello stato di conservazione degli elementi e degli assetti, l’estirpazione di erbe, la rimozione di muschi e calcine”; la “revisione generale della copertura voltata e dei cornicioni perimetrali consistente nella ricollocazione degli elementi parzialmente o totalmente distaccati; la “realizzazione di recinzione completa a perimetrazione dell’area circostante il cantiere, nonché un sovrapprezzo per maggiori oneri di mano d’opera e attrezzature per la demolizione controllata in modo da evitare eccessi di vibrazioni alle murature esistenti; un sovrapprezzo sulle strutture in acciaio; un sovrapprezzo sulla lamina grecata zincata”. Una perizia così sinteticamente illustrata: “consolidamento statico della copertura volta della galleria pienamente compatibile sotto l’aspetto dell’acustica”, per un importo complessivo inferiore al 5% dell’importo di contratto.

A distanza di un mese circa, il 31.05.07, veniva approvata nuova perizia di variante dell’importo di Euro 292.520,21 (diventeranno 51 centesimi), con la quale si prevedeva il preconsolidamento di intonaco decorativo esterno a riquadro, fasce , bugne; la stuccatura con malta delle fratturazioni; l’applicazione di regolatore di fondo consolidante e uniformante da applicare in due mani; il restauro dei capitelli sui prospetti principali; il restauro del fregio posto sul prospetto principale; il preconsolidamento di elementi lapidei preliminare alla pulitura; la pulitura di elementi lapidei. Al maggior importo dei lavori, inferiore al quinto d’obbligo dell’importo di contratto, si sosteneva potersi far fronte senza alcun ulteriore onere a carico (?) dell’Amministrazione comunale.

Il 4 ottobre 2007 veniva redatta ulteriore (3^) perizia di variante dell’importo di Euro 265.393,01, con la quale si faceva fronte alla “esecuzione di opere migliorative e necessarie all’allestimento della torre scenica non comprese nel progetto appaltato” e consistenti nella fornitura e posa in opera (f.p.o.) di palcoscenico mt. 8,80x10, h= 1,7 mt. circa e di struttura in carpenteria metallica (Euro 58.991,10); nella f.p.o. di un piano di graticcia costituito dal praticabile ubicato sulla sommità della zona destinata a torre scenica (Euro 40.121,69); nella f.p.o. di guida di scorrimento contrappeso per tiro manuale, di lunghezza di mt. 13,00, realizzata in lamiera presso-piegata di spessore mm. 5 (Euro 55.899,20); nella f.p.o. di 1° arlecchino, 2° arlecchino e del sipario principale (Euro 18.931,84); nella f.p.o. di quattro soffitti delle dimensioni di mt. 10,60x3,00, di otto quinte delle dimensioni di mt. 12x8,50 (Euro 9.959,89) (a corpo!); nella f.p.o. di travi portaluci americane del tipo autosollevanti (Euro 21.087,11 cad. ma non è detta la quantità); nella f.p.o. di struttura reticolare in carpenteria metallica composta da n. 2 colonne di larghezza pari a circa 5 mt. cad, (Euro 28.904,77, a corpo!); nella assistenza muraria al montaggio (Euro 29.361,19).

In data 29.05.08, quarta perizia di variante indotta dalla “necessità di dover introdurre alcune variazioni quantitative e qualitative al progetto per la realizzazione di una piattaforma mobile nella fossa orchestrale che consente l’aumento dei posti a sedere e/o l’aumento della superficie del proscenio, per l’importo di Euro 339.218,17 (o 87) oltre IVA”.

In questa perizia si dava atto che (mancavano 27 giorni alla prevista ultimazione dei lavori) l’intervento si fosse reso necessario per esigenze sopravvenute, per cui si concedeva all’impresa appaltatrice, per l’esecuzione delle opere aggiuntive, una proroga di 90 giorni naturali e consecutivi per dare ultimati i lavori. Il termine slittava, pertanto, al 24.09.08. “Al maggiore importo contrattuale – era scritto - si fa fronte con le somme disponibili nel quadro economico di progetto”.

“Per necessità sopravvenute durante l’esecuzione dei lavori”, in data 20.11.2008 (cioè dopo la prevista ultimazione del progetto), veniva elaborata un’ulteriore perizia di variante, la 5^, che sembrava preludere al botto finale di un lungo, scoordinato fuoco d’artificio e che dava l’esatta idea di quanto i lavori fossero ancora lontani dall’ultimazione più volte annunciata. Vi si prevedeva una ulteriore spesa di 227.345,68 Euro (comprensivi di ulteriori 10.383,24 euro di oneri per la sicurezza), per l’intonacatura della zona atrio e del foyer; per l’adeguamento della controsoffittatura a REI 90; per l’integrazione di parti strutturali; per prospetti esterni; per ringhiere corrimano delle gallerie e delle scale; per migliorie degli impianti antincendio e… idrico - fognante.

Ce n’è per tutti. Peccato che a Berlusconi non sia venuto in mente di finanziare il restauro e la ristrutturazione di tutti i Teatri abbandonati o in disuso d’Italia! Altro che Piano casa! Un altro poderoso stimolo all’economia indotto dall’attività edilizia!

Ma vediamo cosa dispone la legislazione in materia di perizie di variante.

Non sto a dire come e perché all’appalto integrato si applichino gli articoli 19 e 25 della Legge n. 109/94 (cosiddetta Legge Merloni), malgrado la sua abrogazione da parte del Codice degli appalti (D. Lgs n. 163/2006).

L’idea di fondo dell’appalto integrato è quella di individuare un unico interlocutore cui contestare le eventuali difficoltà riscontrate in fase esecutiva dell’opera ed evitare che vi sia un reciproco rinfaccio di responsabilità tra progettista e appaltatore.
Infatti, una volta esperita la gara di appalto sulla base del progetto definitivo, la stazione appaltante (il Comune) è tenuto a stipulare con il soggetto aggiudicatario un contratto avente ad oggetto la progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori.

Il progetto esecutivo deve determinare in ogni dettaglio i lavori da realizzare in modo che ogni suo elemento sia identificabile in forma, tipologia, qualità, dimensione e prezzo, costituendo, secondo la definizione dell’art. 35 del DPR n. 554/99, l’ingegnerizzazione di tutte le lavorazioni: lo strumento necessario e sufficiente in cantiere per la realizzazione dell’opera. Nella fase di elaborazione del progetto esecutivo, insomma, “si anticipa la risoluzione di problemi che potrebbero nascere durante l’esecuzione delle opere e la cantierizzazione dei lavori, in modo da evitare la compilazione di perizie di variante in corso d’opera”.

Le varianti, quindi, sono quasi del tutto escluse. D’altra parte l’esperienza specifica di settore dell’appaltatore, il suo know how, dovrebbero portare, secondo il legislatore, fin dalla elaborazione del progetto esecutivo, ad anticipare in questa fase la risoluzione dei problemi che, viceversa, potrebbero nascere durante l’esecuzione delle opere e la cantierizzazione dei lavori per essere poi risolti con la compilazione di perizie di variante in corso d’opera.

E’ per questo che nell’appalto integrato si dovrebbe escludere l’ammissibilità di varianti. Non ricorrerebbero, infatti, le condizioni poste dall’ordinamento vigente in materia, sia in caso di varanti proposte dall’appaltatore che in caso di varianti di iniziativa del committente.

Ed anche se il codice civile, all’art. 1661, concede al committente, in generale, la facoltà di apportare variazioni al progetto purché il loro ammontare non superi il sesto del prezzo complessivo convenuto, nell’appalto integrato, invece, l’art. 140, comma 3, del DPR n. 554/99, disciplina espressamente l’ammissibilità di varianti progettuali, prescrivendo che il progetto esecutivo non possa prevedere alcuna variazione alle quantità ed alle qualità delle lavorazioni previste nel progetto definitivo (esattamente il contrario di quello che si sostiene a supporto delle perizie di variante), a meno che non ricorrano le ipotesi previste dall’art. 25, primo comma, lett. a), b) e c) della Legge n. 109/94, nonché il caso di riscontrati errori od omissioni del progetto definitivo.

Le varianti possono ritenersi ammissibili, secondo il richiamato articolo di legge:

a) per “esigenze derivanti da sopravvenute disposizioni legislative e regolamentari”: un’ipotesi che, nel caso di specie, non ricorre perché il DPR n. 554/99, disciplinando il procedimento di validazione del progetto, stabilisce che, “prima dell’approvazione, il responsabile del procedimento provveda, in contraddittorio con i progettisti, a verificare la compatibilità del progetto esecutivo alla normativa vigente e al documento preliminare della progettazione”. In questo caso, e solo in questo caso, sarebbe salva l’ipotesi di nuova normativa intervenuta dopo l’inizio dei lavori;

b) quando siano imposte dalla “intervenuta possibilità di utilizzare materiale, componenti e tecnologie, non esistenti al momento della progettazione, che possono determinare, senza aumento di costo, significativi miglioramenti nella qualità dell’opera o di sue parti e sempre che non alterino l’impostazione progettuale”: ipotesi da escludere perché già il progetto definitivo e, soprattutto, quello esecutivo si presume tengano in debita considerazione tutte le possibili soluzioni tecniche per la realizzazione dell’opera;

b-bis) “per la presenza di eventi inerenti la natura e la specificità dei beni sui quali si interviene verificatisi in corso d’opera, o di rinvenimenti imprevisti o non prevedibili nelle fasi progettuali”: L’Autorità di vigilanza, nella determinazione n. 1 dell’11.1.2001, ha sottolineato che questa variante riguarda il caso in cui, durante l’esecuzione dei lavori, vengano scoperti reperti o manufatti di interesse storico o artistico che richiedano, per la loro salvaguardia, l’utilizzo di tecniche o interventi particolari: e, com’è noto, il nostro non è un Teatro etrusco, greco o romano;
c) “nei casi previsti dall’art. 1664, 2° comma, del codice civile, ovvero nei casi “in cui si manifestino difficoltà di esecuzione derivanti da cause geologiche , idriche e simili non previste dalle parti e che rendano notevolmente più onerose le prestazioni”: ipotesi che nel nostro caso non ricorrono.

Questa la disciplina delle varianti in corso d’opera come previste dalla Legge quadro n. 109/94, all’art. 25, ma anche dall’art. 140 del DPR n. 554/99, dall’art. 10 del Capitolato generale (D.M. 145/2000) e, successivamente, dall’art. 132 del D. Lgs. n. 163/2006 (Codice degli Appalti) non applicabile alla gara in parola, ma pedissequamente conforme all’art. 25 della Legge Merloni.

Esclusa, quindi, l’applicabilità delle norme che disciplinano le varianti in corso d’opera, resterebbe il ricorso al 3° comma dell’art. 25 della più volte richiamata legge Merloni che prevede: “Non sono considerate varianti, ai sensi del comma 1 gli interventi disposti dal direttore dei lavori per risolvere aspetti di dettaglio, che siano contenuti entro un importo non superiore al 10% per i lavori di recupero, ristrutturazione, manutenzione e restauro e al 5% per tutti gli altri lavori delle categorie di lavoro dell’appalto e che non comportino un aumento dell’importo del contratto stipulato per la realizzazione dell’opera.

Sono inoltre ammesse, nell’esclusivo interesse dell’amministrazione, le varianti, in aumento o in diminuzione, finalizzate al miglioramento dell’opera e alla sua funzionalità, sempreché non comportino modifiche sostanziali e siano motivate da obiettive esigenze derivanti da circostanze sopravvenute e imprevedibili al momento della stipula del contratto. L’importo relativo a tali varianti non può superare il 5% dell’imposto originario del contratto e deve trovare copertura nelle somme stanziate per l’esecuzione dell’opera”.

Lo stesso art. 24, al comma 4, prevede che “ove le varianti (determinate da errori o omissioni del progetto esecutivo) eccedano il quinto dell’importo originario del contratto, il soggetto aggiudicatore procede alla risoluzione del contratto e indice una nuova gara alla quale è invitato l’aggiudicatario iniziale”.

“Ai fini del presente articolo – conclude il comma 5 – si considerano errori o omissioni di progettazione l’inadeguata valutazione dello stato di fatto…, la violazione delle norme di diligenza nella predisposizione degli elaborati progettuali”.

Ora, ove mai le varianti siano da considerare ammissibili, l’art. 25 della Legge Merloni, l’art. 140 del DPR 554/99 e l’art. 10 del Capitolato generale (D.M. 145/2000) prevedono che la stazione appaltante possa ordinare una variazione dei lavori fino alla concorrenza di un quinto dell’importo dell’appalto e l’appaltatore sia tenuto ad eseguire i variati lavori agli stessi patti, prezzi e condizioni del contratto originario.

Il codice civile, all’art. 1661, nell’intesa che l’opera meglio risponda alle esigenze del committente, concede a questi la possibilità di apportare variazioni al progetto purché il loro ammontare non superi il sesto del prezzo complessivo convenuto.

Nel nostro caso, invece, l’importo delle varianti si avvicina molto al 50% dell’importo di aggiudicazione dei lavori e lo supererà, certamente, con l’attesa 6^ perizia di variante.

Se è vero, dunque, che l’appalto integrato sarebbe giustificato anche dall’esigenza di ridurre i sensibili aumenti dei costi delle opere pubbliche che danno origine a varianti in corso d’opera, questo progetto rappresenta la più clamorosa smentita del principio e dell’obiettivo auspicato dal legislatore. V’è da aggiungere che le varianti, ove prevedano modifiche tali da produrre pregiudizio economico all’appaltatore, comportano il riconoscimento di un equo compenso in favore di quest’ultimo, fino al limite del quinto dell’importo dei lavori.

Un groviglio di problemi generati, nel nostro caso, dall’improvvisazione e dalla smania del “fare” senza il rispetto delle regole: responsabilità imputabile non tanto ai tecnici quanto a chi ha approvato, forse sollecitato e non prevenuto le incredibili variazioni al progetto.

Fatta questa lunga esposizione delle norme che disciplinano le varianti in corso d’opera e richiamata la sconcertante, anche se noiosa, cronistoria dei lavori, raccontata attraverso le perizie di variante, si ricava l’idea dell’assoluta mancanza di un progetto quantomeno definitivo, ovvero di un progetto esecutivo in grado di colmare le profonde carenze di quello definitivo. Si dice che la ditta, redatto il progetto esecutivo, abbia rilevato l’impossibilità di una sua realizzazione con le somme di aggiudicazione della gara ed abbia espresso il proposito di rinunciare. Le è stato risposto: Sig. Tal dei Tali, qui o si fa il Teatro o si muore! Andiamo avanti, Dio provvederà!”.

Sarà stato, dunque, quel Dio a garantire la presenza di un supervisore che, al di sopra dei progettisti, della direzione lavori e del Responsabile Unico del Procedimento, avrà disposto di modificare la distribuzione degli spazi all’interno della struttura, di ridipingere facciate esterne e pareti interne, di potenziare o depotenziare gli impianti di riscaldamento/rinfrescamento, di rifare “ex novo” i nuovi impianti idrici, di risagomare le cornici esterne per il passaggio (imprevedibile?) dei pluviali; di rifare completamente i cornicioni perimetrali; di trasferire la cabina elettrica in Piazza Regina Margherita. Insomma, di rifare tutto, come se fino al novembre 2008 non fosse stato fatto nulla o quasi. E questo, per 550-560 posti a sedere, compresi palchi e strapuntini!

E i nuovi prezzi? Due soli esempi: lo sapevate che per il riempimento a mano di uno scavo con materiali aridi si spende 91,82 euro al mc? Che l’apertura e la chiusura di tracce in muratura, da livello 0 a livello 3, di quale lunghezza non è detto, costa 1.912,44 euro? Che per spostare un’autoclave dal pianoterra al piano sottostante si spendono 958,71 euro? Può darsi che i prezzi siano da considerare congrui. La presenza di tanti centesimi, qualche volta messi a caso, lo lascerebbe pensare. Io, però, non so dirlo e non mi permetto di obiettare.
Insomma al 27 gennaio 2010, data in cui scrivo, il Teatro è ancora un cantiere aperto.

L’ultimazione dei lavori, prorogata dalla Giunta comunale al 30 giugno 2009, con delibera n. 27 del 10 marzo 2009, con l’impresa già in mora dal 1° gennaio, è ancora da venire. La spesa iniziale di 3.350.000,00 euro, al netto di IVA e degli oneri per la progettazione esecutiva, è lievitata di ben 1.282.996,58 Euro più IVA, fino a raggiungere l’importo di Euro 4.703.825,81 oltre IVA per Euro 463.299,66+20.377,88.

Con la medesima deliberazione del 10 marzo si prende atto dell’accordo raggiunto sul nuovo crono programma e si prevede il raddoppio della penale giornaliera (da 1.675,00 a 3.350,00 Euro) a carico dell’impresa per ritardata ultimazione dei lavori. Il che significa che al 15 gennaio, ove non ci sia stato un nuovo crono programma concordato (e non dubito che possa esserci stato), la ditta appaltatrice avrebbe dovuto rimborsare al Comune circa 675.000,00 Euro. Fatto che, come il
Sindaco ed i tecnici comunali sanno bene, non potrà avvenire perché la penale non può superare il 10% dell’ammontare netto contrattuale !!! Senza dire del comma 4 dell’art. 22 del Capitolato generale (D.M. 145/2000) che indica la strada per la disapplicazione della penale: una strada che il Sindaco, uomo di pace, non mancherà di seguire.

Siamo quasi a 5.200.000,00 Euro. Resta una disponibilità di circa 500.000,00 euro con i quali si dovrà far fronte a:

a – acquisto di altre attrezzature
b – parte delle spese generali
c – parte delle spese per pubblicazioni e… pubblicità
d – collaudo tecnico-amministrativo
e – incentivo ex art. 18 della L. 109/94
f – allacciamento ai pubblici servizi
g – contributo all’Autorità di vigilanza
h – ulteriore perizia di variante (la 6^) per trasferimento della cabina elettrica e del serbatoio d’acqua per l’impianto antincendio nel ventre di Piazza Margherita di Savoia ed altro ancora.

Saranno sufficienti? No, certamente. Però, si dirà: quanto è accorto questo nostro Sindaco! I soldi a disposizione li ha spesi tutti e non dovrà restituire nulla a nessuno. Non sarà così, perché ci vorranno altri fondi ancora, avendo esagerato in megalomania, in magnanimità e superficialità.

Qui non si vuole mettere in dubbio la qualità dell’opera: sarà, come sostiene qualcuno, esagerando, il Teatro più bello del Mezzogiorno (forse alquanto futurista ove si consideri la sua conformazione originaria), quello che eccellerà per la qualità dell’acustica, per il pregio degli arredi, per l’attualità delle tecnologie impiegate, per la gradevolezza del foyer, per i nuovi spazi attrezzati ricavati nella parte monumentale, per la ricercatezza dei drappeggi, per la pavimentazione in parquet, ecc.

Ma può il fine giustificare i mezzi? Ovvero, può un’opera pubblica, sia pure apprezzabile, essere realizzata a tutti i costi a dispetto del rispetto integrale delle normative? Possono configurarsi dei profili di illegittimità?

Prima delle prossime elezioni regionali, è certo, il nuovo Teatro, anche se incompleto, anche se assistito da attrezzature “da campo”, sarà inaugurato in pompa magna, in presenza di “autorità” comunali, provinciali, regionali e nazionali. E’ sacrosanto riconoscere, soprattutto ai poveri tecnici comunali, meriti ed impegno che hanno portato al recupero di un significativo contenitore culturale. Può accompagnarsi, tuttavia, alla soddisfazione per un traguardo raggiunto, il dubbio che il cocciuto vincitore della gara tra gli ultimi tre Sindaci abbia fatto uso di…stimolanti,? Verifichiamo, eseguiamo le opportune analisi. E se il loro esito, come temiamo, sarà positivo, non meravigliamoci delle critiche di Bossi sull’uso incongruo di danaro pubblico nel Mezzogiorno.

A Corato, con molta probabilità, ce le saremo meritate. In ogni caso, noi che, come si sa, non amiamo Bossi, non ci sentiremo responsabili. Anche perché un progetto di ristrutturazione del Teatro, di costo più contenuto, lo avevamo già disponibile e pronto da realizzare.

Ci mancò il tempo e… un sindaco.