Corato, città della Puglia o città della guglia?

Giacomo De Lillo Cronache dal Palazzo
Corato - venerdì 04 dicembre 2009
Corato, città della Puglia o città della guglia?
Corato, città della Puglia o città della guglia? © n.c.

Non ho assistito alla seduta del Consiglio comunale del 20 Novembre, nel corso della quale è stata data applicazione alla Legge regionale n. 14 del 30 Luglio c.a. che dispone: “Misure straordinarie e urgenti a sostegno dell’attività edilizia e per il miglioramento della qualità del patrimonio edilizio residenziale”.

A proposito dell’altisonante “Piano casa” varato dal Governo, il Presidente Berlusconi aveva previsto che la sua applicazione avrebbe consentito “ a chi ha avuto sviluppi familiari, figli e nipoti, e abita in casa mono o bifamiliare, di costruire un 25% in più di cubatura, senza intralci o lungaggini burocratiche”, illustrando le ormai proverbiali stime secondo le quali “quel Piano potrebbe introdurre in economia da 50 a 70 miliardi di euro, che andrebbero a rivitalizzare il settore dell’edilizia, dell’artigianato e degli elettrodomestici”, e concludendo: “quand le batiment va, tout va” (a senso: se l’attività edilizia è fiorente, tutto va a gonfie vele).

Gli ha fatto eco l’Ing. Damasco, presidente della competente commissione consiliare: “L’edilizia rappresenta il traino dell’economia del nostro paese”. E’ questione di P maiuscola o minuscola, ma la filosofia è quella del palazzinaro o dell’idraulico.

Non sono dello stesso avviso. Ammettiamo, però, che l’Ing. Damasco abbia ragione e chiediamoci: in che modo ed in quale misura il Consiglio comunale di Corato contribuisce, col provvedimento adottato, all’incremento dell’attività edilizia ed al miglioramento della qualità del patrimonio edilizio residenziale?

Le Legge regionale n. 14/09, sulla scorta delle intese intercorse tra Stato e Regioni, esprime il tentativo di “rilanciare l’economia mediante il sostegno all’attività edilizia e al miglioramento della qualità architettonica, energetica e ambientale del patrimonio edilizio esistente”, con la prospettiva di creare nuovi spazi per le famiglie, di recuperare quartieri ed edifici degradati, di consolidare le condizioni di sicurezza delle abitazioni nel rigido rispetto della normativa antisismica.

Vale la pena sottolineare l’estrema esiguità dei tempi offerti dal Presidente del Consiglio comunale per consentire i necessari approfondimenti sul tema posto all’ordine del giorno, per comprendere, da una parte, l’indecisione dell’opposizione sulla scelta tra due proposte di applicazione della legge e, dall’altra, l’estemporaneità della proposta della maggioranza votata all’unanimità.

Comprendo l’imbarazzo dei tecnici incaricati di trasformare in atto deliberativo una delle tante amenità del nostro sindaco, ma non mi sento di evitare, su quel provvedimento, la mia modestissima esegesi, con riferimento alla forma e al contenuto.

“I Comuni – prevede la legge regionale – possono disporre motivatamente:

a) l’esclusione di parti del territorio comunale dall’applicazione della legge, in relazione alle loro caratteristiche storico-culturali, morfologiche, paesaggistiche e alla funzionalità urbanistica;

b) la perimetrazione di ambiti territoriali nei quali introdurre specifiche limitazioni o prescrizioni (particolari limiti di altezza, distanze tra costruzioni, arretramenti dal filo stradale, ampliamenti dei marciapiedi) agli interventi di ampliamento o di demolizione/ricostruzione;

c) la definizione di parti (non di intere zone omogenee n.d.r.) del territorio nelle quali prevedersi altezze massime e distanze minime diverse da quelle prescritte dagli strumenti urbanistici vigenti;

d) l’individuazione di immobili ricadenti in aree sottoposte a vincolo ed in contrasto con le qualità paesaggistiche dei luoghi, per i quali consentire, attraverso uno specifico regolamento, da approvare entro il termine di 120 giorni, l’ampliamento o la demolizione/ricostruzione, in armonia, sia per le parti strutturali sia per le finiture materiali che per i tipi architettonici, con le caratteristiche storico-culturali e paesaggistiche dei luoghi.

Quali, allora, le disposizioni comunali e quali le motivazioni?

Sono state, giustamente, escluse dall’applicazione della legge le zone “A” (centro Antico), le zone “D” (industriali), la zona “F” (pubbliche attrezzature e servizi) e la zona di rispetto della strada panoramica (fascia di 600 metri a valle e 600 metri a monte). Non si comprende, invece, la ragione per la quale l’applicabilità della legge non sia stata estesa alla zona “C167”. Se ne decide l’esclusione, in quanto zona già caratterizzata da edificazione diffusa (evidentemente più “diffusa” di quella della zona “B” e “C”!) ed in ragione della sua “funzionalità urbanistica” (!).

L’impressione che si ricava è che siano state prese, a caso, locuzioni della legge regionale per tentare di motivare scelte quantomeno opinabili.

E’ risibile, peraltro, la dichiarata esclusione della zona “D”: non v’era bisogno di enunciarla per almeno due ragioni: vuoi perché la legge regionale si applica all’edilizia residenziale e non a quella industriale, artigianale e commerciale, vuoi perché a Corato, come il sindaco sa bene, in applicazione del cosiddetto art. 7 delle prescrizioni di PRG e successivamente con una interpretazione “esuberante” dell’art. 5 del DPR n. 447/98, gli ampliamenti che hanno portato, talora, alla quintuplicazione degli opifici inizialmente autorizzati ( vedi Corte Bracco dei Germani ed i tanti altri capannoni “a schiera” che hanno invaso la zona agricola contigua alla zona industriale) hanno largamente anticipato la filosofia berlusconiana e continuano a fare strame delle regole che disciplinano uno sviluppo ordinato della zona industriale.

Sempre in relazione alla forma, è da rilevare la mancata dichiarazione di eccezionalità e di temporaneità delle misure adottate dal Consiglio comunale: misure che non vanno ad integrare la normativa di PRG e del Regolamento edilizio, ma a costituire deroga temporanea alla medesima.

Ma, per passare al contenuto, quella che considero una vera amenità è la decisione di consentire, nella zona “Cr” e nella zona agricola, interventi di ampliamento “solo ed esclusivamente a condizione che resti inalterata l’impronta a terra del corpo di fabbrica interessato dall’intervento”.

Non intendo dilungarmi sulle motivazioni che sostengono una siffatta scelta. Dirò solo che il richiamo, capzioso e circonvoluto, ad una “residenzialità diffusa” e ad una carente vocazione ad una “edificazione estesa” dell’una e dell’altra zona, non giustifica la misura adottata e rende problematico l’auspicato “rilancio dell’economia mediante il sostegno all’attività edilizia ed il miglioramento della qualità architettonica, energetica ed ambientale del patrimonio edilizio esistente”. Per quale arcana ragione, infatti, non si consente la realizzazione dell’ampliamento “in contiguità fisica rispetto alla fabbricato esistente” come la Legge regionale prevede all’art 3, comma 1, lettera b)?

Ma, per i tecnici e per i consiglieri comunali di Corato, contiguità non è sinonimo di adiacenza?

E’ davvero assurdo pensare che una casetta rurale ad uso abitativo di 60 mq. ( ce ne sono tantissime!) possa beneficiare di un ampliamento di 12 mq., esclusivamente in soprelevazione!

Ciò comporterebbe, insieme con l’adeguamento dell’intera costruzione alla normativa antisismica ed a quella sul rendimento energetico, la realizzazione di una scala di accesso al piano superiore di 12 mq., il rispetto dell’altezza massima di otto metri e, soprattutto, lo scempio architettonico della villetta.

Insomma, l’ampliamento in zona agricola, con buona pace dell’immarcescibile ottimismo di Berlusconi e dell’Ing. Damasco, è precluso, risultando più conveniente la demolizione/ricostruzione.

Il Consiglio comunale, per farla breve, si è dimostrato molto preoccupato degli effetti che potrebbero produrre gli ampliamenti degli edifici rurali sul “consumo di suolo agricolo”.

Ma, non aveva il centrodestra, guidato dal sindaco ora in carica, promosso la rivolta-protesta contro la Giunta “Fiore” e l’Assessore R. Mazzilli “responsabili” di aver tentato di porre un freno all’uso senza limiti e senza regole del territorio agricolo?

Inoltre, chi ha favorito la nascita della villettopoli diffusa in questi ultimi quarant’anni? Chi ha fondato la fiscalità comunale sull’ICI e sugli oneri versati da migliaia di proprietari di modeste “casette”?

Ora, quando la congestione del traffico cittadino, l’inquinamento, l’aumento del costo delle abitazioni, la crisi del lavoro, la motorizzazione di massa, la promozione della mobilità e dell’accessibilità allo spazio come diritto di cittadinanza potrebbero giustificare la costruzione di una città diffusa, anche se gravida di conseguenze negative (smarrimento dei luoghi della memoria e della socialità, incremento dell’incidentalità stradale e dei consumi di combustibili per la trazione, riduzione di economie di scala nella produzione di servizi e di reti tecnologiche ed infrastrutturali), ora che i buoi sono fuggiti, gli ampliamenti così esaltati dal Governo nazionale, a Corato, di fatto, non sono consentiti in zona agricola, se non sui tetti o sul lastrico solare delle costruzioni, nel rispetto dell’altezza massima di otto metri, malgrado non vi siano problemi di viabilità o di distacchi dagli altri fabbricati.

Sono consentiti, invece, in zona “B” e “C”, cioè dallo stradone fino alla periferia, anche in deroga all’altezza massima ed alla larghezza stradale, su fabbricati che non superino i mille metri cubi: per dare un’idea, una palazzina di tre piani superiori di 100 mq. ciascuno può beneficiare di un ulteriore piano di 60 mq. circa.

Come si rilancia, allora, l’economia mediante il sostegno all’attività edilizia? E’ semplice! Basta demolire e ricostruire: in zona “B” e in zona “C”.

Avverrà, dunque, che all’interno dell’extramurale, con esclusione del Centro Antico,tutti i palazzi, indipendentemente dal loro valore storico-architettonico, potranno essere demoliti e ricostruiti con un incremento di volume pari al 35%, fino ad un’altezza di 21 mt. e senza tener conto delle larghezze stradali.

Allo stesso modo, all’esterno dell’extramurale, dove l’altezza massima dei fabbricati è prevista in 14,50 mt., si potrà demolire e ricostruire un palazzo o parte dello stesso con un incremento di volume del 35% e fino ad un’altezza di 21 mt.

La legge regionale prevede che la demolizione debba riguardare fabbricati (oso pensare interi fabbricati) destinati alla residenza per almeno il 75% della volumetria. La delibera consiliare non pone limiti, per cui potrà accadere che se un fabbricato alto 14 mt., come si riscontra nella maggior parte dei casi, è demolito di un quarto, si avrà un’ala di palazzo più alta del residuo 75% di qualche metro. E avremo ottenuto, in tal modo, nel problematico rispetto della normativa antisismica, la città dei cento minareti, dei cento pinnacoli, delle cento guglie. Un bel risultato, non c’è che dire!

Orbene, l’unica strada indicata per conseguire il rilancio dell’economia è quella della “libera” edilizia sostitutiva.

E che, qualcuno si illudeva di poter ottenere da questa maggioranza, da questo sindaco-assessore, quanto previsto dal comma 2, lettera b), dell’art. 6 della Legge regionale e cioè “ la perimetrazione di ambiti territoriali nei quali subordinare gli interventi a specifiche limitazioni o prescrizioni, quali…arretramenti dal filo stradale, ampliamenti dei marciapiedi, limiti di altezza, distanze tra le costruzioni”?

Certamente no, così come impossibile è stato ottenere un controllo del tessuto edilizio, da parte di architetti ed ingegneri locali incaricati, che potesse portare alla individuazione di palazzi da sottrarre all’applicazione della legge regionale e da preservare come testimonianza significativa di architettura di pregio, ovvero di parti del vecchio abitato da ristrutturare attraverso una piano esecutivo da trasferire, nei suoi contenuti, nel futuro PUG. Né ci si poteva attendere l’elaborazione di un regolamento, come previsto dalla legge regionale, che disciplinasse gli interventi di ampliamento e di demolizione/ricostruzione di immobili ricadenti in aree sottoposte a vincolo ed in contrasto con le qualità paesaggistiche dei luoghi.

Per quanto tempo ancora, dunque, la città “inagibile”, come quella che si estende ai lati della Via Bove o di Via Imbriani o di Via Sant’Elia o di Via S. Vito o di Via Barbaschello o di Via S. Domenico o di Via De Gasperi o quella del Rione Belvedere, fatti salvi i palazzi di interesse architettonico, resterà tale?

Si dirà: questa è una legge eccezionale e a termine. E’ vero, ma è vero anche che se consentiamo oggi il consolidamento, attraverso la demolizione/ricostruzione, di maglie del tessuto edificato, a prescindere dal rispetto delle larghezze stradali e dell’altezza dei fabbricati, sarà difficile domani ricomporre l’intelaiatura, l’armatura infrastrutturale, il respiro, la vivibilità stessa della città.

Qualcuno, in considerazione dei costi supplementari che gli interventi comporteranno, con riferimento alla sostenibilità, all’accessibilità, alla monetizzazione delle aree a standard e delle aree a parcheggio, aveva proposto, come possibile incentivo, la riduzione del contributo di costruzione a pro dei proprietari di prima abitazione e dei disabili. E’ stato opposto un fermo rifiuto, benché vi sia una norma che in qualche caso lo prescrive, perché questa legge non dovrà produrre vantaggi ai cittadini e all’economia locale, ma alle casse del Comune già depredate per finanziare iniziative dall’alto rendimento elettorale, ma inefficaci o controproducenti in funzione dello sviluppo.

C’è da credere che la “partita” si giocherà tutta sul nuovo PUG che il sindaco sta lentamente, molto lentamente, elaborando nelle lunghe ore di presenza presso la casa comunale.

Per eliminare o per perpetuare quei fenomeni, a lui ben noti, di degenerazione urbanistica?