PIP, una diversa localizzazione? - Seconda parte

Giacomo De Lillo Cronache dal Palazzo
Corato - venerdì 03 aprile 2009
PIP, una diversa localizzazione? - Seconda parte
PIP, una diversa localizzazione? - Seconda parte © n.c.

Dopo la prima puntata, ecco il seguito della riflessione sul PIP.

Vale la pena di precisare che la delimitazione della zona D3 è difforme da quella di PRG e da quella del PP del 1987.

La relazione che espone i contenuti del Piano è riportata su settanta pagine, di cui venti destinate alla illustrazione dei dati quantitativi dell’insediamento, alle possibili opzioni aggregative dei lotti, al progetto preliminare delle urbanizzazioni primarie (limitato alla rete stradale), all’elenco delle urbanizzazioni secondarie, al piano particellare d’esproprio ed al programma finanziario di attuazione.

Ridondanti appaiono i riferimenti alla Legge regionale n. 11/2001 che reca “norme sulla Valutazione dell’Impatto Ambientale”, al PUTT/p (Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio) e al PAI (Piano di Assetto Idrogeologico).

Tutto utile ed istruttivo, per carità, ma sarebbe stato sufficiente sostenere semplicemente, come in effetti si conclude:
• che il PIP del Comune di Corato, interessando una superficie inferiore a quaranta ettari, non è soggetto alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale;

• che il PUTT/P della Regione Puglia, all’interno dell’area PIP, non perimetra Ambiti Territoriali Distinti ma Ambiti Territoriali Estesi di valore normale (E) in cui non è riscontrabile un significativo valore paesaggistico, e che, ad ogni buon conto, la normativa PUTT/P non trova applicazione nei “territori costruiti”, qual è appunto da considerare la zona omogenea D3;

• Che la ricognizione diretta dello stato dei luoghi ha ridimensionato la valenza paesaggistica che il PUTT/P attribuisce alle componenti geomorfologiche presenti, quali l’impluvio superficiale (Lama di Grazia) ed il versante che attraversa l’area.

• che , infine, se è vero che il PUTT/P riduce il margine di discrezionalità e soggettività negli interventi sul territorio, non impedisce che il PUG (Piano Urbanistico Generale), in un sussulto di sensibilità ambientalista, possa considerare quell’area una fantastica terrazza affacciata sul mare, solo che si faccia un salto in alto di 3-4 metri.

Ecco, all’apprezzabile sostenibilità teorizzata ed in parte applicata al PIP, fino al punto da prevedere la costruzione di capannoni ricoperti da giardini, avrei visto volentieri associarsi una maggiore attenzione al paesaggio che non è fatto solo di cadenti muri a secco.

Quanto poi alle “ buone pratiche per la gestione ambientale per un’area industriale”, cui è riservato quasi un terzo della relazione, un appunto di fondo che mi sento di muovere è quello della genericità.

Sarà sufficiente riportare pochi stralci, tra i tanti possibili, per dimostrarne la fondatezza:

“Al fine di limitare questi fenomeni ( si parla di inquinamento dei corpi idrici superficiali e del suolo prodotto dalle acque meteoriche), il D. Lgs 11 maggio ’99 n. 152...delega alle regioni il compito di definire le strategie e le modalità con cui le acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne sono convogliate...”.

Ma, mi chiedo, non sarebbe stato più puntuale il riferimento al Decreto n. 282 del 22.11.2003 del Commissario regionale delegato all’Emergenza Ambientale, ovvero alla Delibera di Giunta Regionale n. 883 del 19.06.2007 di

Adozione del PTA (Piano di Tutela delle Acque) che contiene già misure di salvaguardia?

Ancora più avanti: “ La buffer(?) non è utilizzabile se la pendenza è superiore al 15%” . E infine: “Non va trascurato il ricorso all’energia idroelettrica, in caso di presenza di corsi d’acqua adeguati allo scopo.” Sinceramente, non so cosa sia la buffer, so però che all’interno dell’area non è stata riscontrata una pendenza superiore al 10%, né sono stati rinvenuti corsi d’acqua in grado di alimentare un impianto idroelettrico. Avrei trovato di grande interesse, invece, la proposta di realizzare un impianto fotovoltaico capace di alimentare, quantomeno, la rete di pubblica illuminazione, se non l’intera area.

Com’è facile argomentare dai pochi stralci riportati, quelle illustrate più che “buone pratiche per la gestione ambientale delle aree produttive ecologicamente attrezzate”, sono buone “teorie” che non trovano concreta applicazione, se non in qualche caso, nel PIP; sono “criteri” per la progettazione di un’area PIP in contesti territoriali non definiti in cui possono esserci o non esserci corsi d’acqua, mare, laghi, ecc., ovvero in contesti socio-economici che possono essere tra loro “assai diversi”.

Ma v’è di più: la premessa alle “buone pratiche per la gestione ambientale” sembra smentire, consapevolmente o inconsapevolmente, come vedremo più avanti, la scelta localizzativa del PIP operata dalla maggioranza con la Delibera n. 168 del 29.11.07. Una delibera adottata dalla Giunta Comunale, sulla base di opinabili presupposti, quali:

1. la ridotta disponibilità di aree libere nelle zone omogenee D1 e D2;

2. i benefici indotti dall’”attraversamento” del “terzo anello” nella zona D3;

3. la riduzione dei prezzi d’acquisto dei suoli;

4. la rapida realizzazione delle infrastrutture.

Nel merito si potrebbe osservare che:

1. nella maglie previste dal PRG a sud della città e ad ovest della S.P. 231, con riferimento ai dati riportati dal DPP e dal PIP, vi sarebbe una disponibilità di aree libere per una superficie di circa 12 ettari. L’AIC, invece, nelle osservazioni presentate al DPP, sostiene che quella superficie sarebbe di circa 60 ettari e i miei rilievi confermano la seconda ipotesi;

2. il “terzo anello” non attraversa la zona D3, ma scorre ad una distanza di oltre 500 metri dalla linea di delimitazione esterna del PIP, se interpreto correttamente la planimetria allegata;

3. la riduzione del prezzo di cessione o di concessione dei lotti, se ci fosse, ci sarebbe anche su una zona diversa dalla D3;

4. le infrastrutture, nelle maglie D1 e D2, sarebbero realizzate con la medesima celerità e, certamente, trattandosi di un’area già edificata e strutturata urbanisticamente, a costi ridotti.

Torniamo alle “buone pratiche per la gestione ambientale. A leggere con attenzione si rileva:
“ Il raggiungimento di un miglioramento ambientale per l’area industriale non potrà quindi prescindere da una logica di partenariato tra il gestore, le imprese insediate, gli Enti e le aziende pubbliche che operano nel contesto territoriale..

La gestione ambientale dell’area industriale in sé deve costituire un vantaggio per le imprese a raggiungere una maggiore sostenibilità nelle produzioni, e manifestarsi con una maggiore qualità di vita all’interno dell’area industriale e nel territorio ove è localizzata...

Le soluzioni sono quindi di natura complessa e devono tener conto della specificità del territorio e del vissuto dell’area industriale in cui si applicano...

I punti comuni dello sviluppo di una gestione ambientale sono comunque riassumibili in:
• avvio di un dialogo tra i diversi attori, per valorizzare le sinergie che rendono attuabile e competitiva la gestione ambientale;

• dotazione di infrastrutture collettive adeguate, per creare economie di scala nella gestione;

• presenza di un gestore, referente ed animatore della politica ambientale.”

Tutto, insomma, concorre a ritenere che le buone pratiche di gestione ambientale siano da “adattare” prioritariamente ad un’area industriale insediata, di cui si conoscono già le carenze e le opportunità dal punto di vista ambientale e infrastrutturale, in cui latitano la sistemazione e l’uso del verde, le aree di sosta e di relax, la pista ciclabile, le aree logistiche, i servizi di interesse collettivo, la gestione dei rifiuti, la gestione delle acque meteoriche, le pavimentazioni filtranti, la gestione dell’energia, ecc.

Il PIP, in sintesi, improntato ai criteri scanditi dalla relazione che lo accompagna, ed “irradiato” nelle aree libere della zona industriale insediata, concorrerebbe a rigenerare quell’area, a riqualificarla sul piano ambientale e a rilanciarla sul mercato.

Se, invece, dovesse essere confermata la localizzazione ipotizzata, il pericolo che si corre è quello di aver pianificato un’area che, allo stato, non è oggetto di domanda insediativa e di aver provocato la definitiva rarefazione e l’inadeguatezza dell’area insediata sotto l’aspetto ambientale, manutentivo e gestionale.

Rispetto alle zone D1 e D2, peraltro, la D3 presenterebbe un solo aspetto prevalente: quello della presenza in loco di un nodo di interscambio strada-ferrovia. Per il resto, come già detto in precedenza, la presenza diffusa di aziende in un’area estesa, per buona parte insediata, favorisce il conseguimento di cospicue economie non solo nella gestione di servizi, ma anche nella realizzazione di urbanizzazioni primarie e secondarie.

D’altra parte, il terzo anello si presenta come opportunità anche per l’attuale zona industriale che fruirebbe, a sud-est e a nord-est, di una doppia via di collegamento con l’autostrada, oltre che di una grande arteria come la S. P. 231.

Gli investimenti in infrastrutture, infine, potrebbero essere d’importo più contenuto, contribuendo, in tal modo, a rendere competitivo il prezzo dei suoli, ora sicuramente elevato, se determinato, com’è di fatto nella relazione finanziaria del PIP, nella misura di oltre € 100,00/mq