Per il Clima contro il Nucleare

Aldo Fusaro Raggio verde
Corato - venerdì 24 aprile 2009
Per il Clima contro il Nucleare
Per il Clima contro il Nucleare © n.c.

Il 26 Aprile ricorre il 23° anniversario del disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nel 1986. Oggi sembra di rivivere il passato, considerando il pericoloso, e da più parti sostenuto, ritorno al nucleare in Italia. Eppure il disastro di Chernobyl diede una lezione importante alle istituzioni: oltre l’80% degli Italiani chiamati al voto nel referendum sul nucleare disse “No”, costringendo il Governo e l’Enel, allora monopolista dell’energia, ad abbandonare il programma nucleare italiano.

Allora come adesso, le motivazioni che spinsero il popolo italiano e le associazioni ambientaliste, che proprio intorno a questa battaglia hanno raggiunto uno dei momenti più significativi del loro operato, sono sempre le stesse. Innanzitutto le conseguenze sulla salute e insicurezza degli impianti.

Dal 1952 al 2008 infatti, nei 445 reattori attivi nel mondo, si sono registrati circa 100 incidenti più o meno gravi, il che lascia intendere che non esiste solo Chernobyl ma una rete di impianti causa di piccole perdite di materiale radioattivo nell’ambiente con effetti dannosi per la salute e per il territorio circostante.

Infatti, la radioattività permanente intorno alle aree di localizzazione provoca un aumento delle patologie leucemiche e tumorali e una contaminazione generalizzata dell’intero territorio.

Altri fattori di rischio sono dovuti alla proliferazione di armi nucleari, considerato che il processo di arricchimento dell’uranio necessario per la produzione di energia elettrica è lo stesso utilizzato per la costruzione di armi atomiche.

Sempre sul fronte sicurezza è evidente che gli impianti nucleari costituiscono oggi dei possibili obiettivi strategici del terrorismo internazionale.

Seconda problematica insoluta resta la difficoltà nello smaltimento delle scorie. Ad oggi non esiste al mondo un sito sicuro per il definitivo stoccaggio del materiale radioattivo. Infatti, tutte le scorie sino ad ora prodotte sono state smaltite in siti temporanei e che attendono una sistemazione definitiva. Gli scienziati di tutto il mondo avevano individuato due siti da utilizzare come deposito unico mondiale di tutte le scorie prodotte, uno in Siberia (ex Urss) e l’altro in Nevada (Usa), ma anche in questi sono state rilevate tracce di acqua e di possibili infiltrazioni, cause di contaminazione.

Terza questione irrisolta è il costo dell’energia atomica e la dipendenza dal petrolio. Spesso si sente dire che in Italia si paga la bolletta energetica più alta d’Europa. Ma il nucleare non risolverà questo annoso problema, perché oggi non è possibile stimare quanto costa un Kwh di energia prodotta dal nucleare.

Se si dovesse aggiungere al costo dell’energia quello dello smaltimento delle scorie e della dismissione delle centrali ci renderemmo subito conto di come il nucleare abbia un costo elevatissimo ed indeterminabile.

A chi sostiene che il nucleare elimina la dipendenza dal petrolio ed eviterà i rischi per la sicurezza energetica del nostro Paese, è necessario far notare che lo sviluppo di tale energia deve fare i conti con la scarsità della sua materia prima, l’uranio 235, lo 0,7% di tutto l’uranio presente sul pianeta e, pertanto, durerà solo per pochi decenni con un costo che aumenta a dismisura.

Nel giro di pochi anni ci troveremmo ad affrontare le stesse dinamiche di dipendenza che già si verificano nei confronti del petrolio o del gas.

Non è del nucleare che l’Italia ha bisogno per rilanciare l’economia e risolvere i suoi problemi energetici ma di un mix di efficienza, risparmio energetico e potenziamento delle fonti rinnovabili, perché l’energia prodotta dal nucleare, nell’ambito del fabbisogno energetico nazionale, costituirà solo il 15% delle percentuali di energia, mentre il restante 85% del fabbisogno energetico, indispensabile per gli spostamenti, il riscaldamento, ecc. continuerà ad essere soddisfatto principalmente dalle fonti fossili, ossia petrolio, gas e carbone.

Quest’ultimo aspetto sconfessa anche la teoria per cui il nucleare riduce le emissioni di CO2 e contribuisce alla lotta ai cambiamenti climatici, visto che si continueranno ad utilizzare le fonti fossili per gli altri usi diversi dalla corrente elettrica e, se si dovesse fare un bilancio delle emissioni prodotte dalle centrali nella fase di costruzione, smaltimento delle scorie e dismissione, il bilancio sarebbe certamente negativo.

Pertanto, anche se è vero che durante la fase della produzione non ci sono emissioni di CO2 è altrettanto vero che in tutte le altre fasi il gettito di CO2 è elevatissimo.

La lotta ai cambiamenti climatici non è un impegno per il futuro ma deve essere un compito quotidiano per contrastare la febbre del pianeta e lasciare in eredità alle prossime generazioni un futuro vivibile. Costruendo oggi le centrali nucleari previste nell’accordo italo-francese dello scorso febbraio si ridurrebbero le emissioni solo del 5%, ma solo a partire dal 2020-2030.

L’Europa ci chiede invece una riduzione del 20% delle emissioni da raggiungere entro il 2020. E’ evidente che proprio la lotta ai cambiamenti climatici evidenzia completamente l’inutilità del ritorno al nucleare in Italia e dimostra con tenacia come sia necessario trovare altre soluzione ed in tempi immediati.

Occorre investire sempre di più nelle fonti rinnovabili, in particolare nel solare e nell’eolico, investire nell’efficienza energetica degli edifici (bio-edilizia), modificare il nostro sistema di trasporto (troppo dipendente dai mezzi di trasporto inquinanti) utilizzando mezzi pubblici e puntare sulla raccolta differenziata.

In breve, occorre rettificare i nostri stili di vita quotidiani, perché sono anche i piccoli gesti dei cittadini che contrastano le pratiche retrograde del governo italiano, miope alle prospettive di crescita e di sviluppo che invece l’Italia si merita.

P.S.
Colgo l’occasione per invitare tutti all’incontro-dibattito che si terrà mercoledì 29 Aprile presso la Biblioteca Comunale a partire dalle 18:30 dove interverrà Giorgio Zampetti dell’Ufficio Scientifico Nazionale di Legambiente.

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