Vi presento Vito Amendolagine

In questa uscita voglio presentarvi un mio amico, Vito Amendolagine (25 anni).

Alfredo Ferrara ...Ma il cielo è sempre più blu!
Corato - venerdì 22 giugno 2007
Vi presento Vito Amendolagine
Vi presento Vito Amendolagine © n.c.
In questa uscita voglio presentarvi un mio amico, Vito Amendolagine (25 anni). Con lui ho codiviso molte battaglie ed esperienze nel campo politico e culturale.

Oggi, svolgendo un dottorato di ricerca in economia politica, sta studiando sotto l'aspetto econometrico (una branca della statistica che si occupa dell'analisi dei fenomeni economici) l'internazionalizzazione sulla produzione delle imprese italiane. E' uno di quei tanti cervelli che corriamo il serio rischio di far scappare, senza aver mai saputo della loro esistenza...

Comincia col presentarti: il tuo percorso di studio, cosa stai facendo ora e le prospettive per il futuro più prossimo.
Al momento sono iscritto al primo anno di dottorato in scienze economiche presso l'Università di Bari. Subito dopo essermi laureato in Economia e Commercio nel 2005, feci domanda per frequentare un Master accademico in Economics in Gran Bretagna. Optai quindi per l'Università dell'Essex, perché sapevo che c'erano ottimi docenti e ricercatori soprattutto nel campo econometrico, dove avevo deciso di focalizzare la mia attenzione durante la tesi. Superato il Master, ho quindi cominciato il dottorato lo scorso novembre.

Su cosa stai lavorando con il dottorato?
Sto curando prevalentemente l'aspetto econometrico di un progetto che mira a capire gli effetti dell'internazionalizzazione sulla produttività delle imprese italiane. È un progetto sul quale lavorano anche altre università italiane, visto il crescere del fenomeno della delocalizzazione delle nostre aziende negli ultimi anni.

Se non sbaglio ti sei laureato praticamente in regola con il massimo dei voti. Probabilmente con un paio d´anni di master saresti riuscito a trovare un buon posto di lavoro, ben retribuito, nel settore privato. Perché hai deciso di dedicarti alla ricerca, che invece riserva un bel po´ di sacrifici?
Innanzitutto perchè fare ricerca mi appassiona moltissimo, e poi perché credo che sia un ottimo investimento personale: nonostante quello che forse appare, c'é una alta richiesta di ricerca ed innovazione.

Effettivamente, a giudicare dal nostro cortile non si direbbe proprio...
È vero. Per diverse ragioni la ricerca non riesce ad esprimere il suo potenziale qui in Italia, ma credo che oggi più che mai fare ricerca implichi una prospettiva molto più estesa di quella nazionale.

Come sei stato accolto nell'Essex? Hai trovato docenti gelosi delle loro competenze?
Per nulla. Chi crede nella ricerca davvero non può permettersi di essere geloso. Delle idee interessanti possono giungere da chiunque. Il vero interesse sta nel creare una forte massa critica nei confronti delle discipline, per porre i presupposti alla nascita di nuove possibili interessanti intuizioni e quindi per dare nuovi sbocchi alla ricerca stessa. Ecco perché c'é una grande disponibilità ad offrire il maggior supporto possibile agli studenti, sia nell'apprendimento sia nell'elaborazione di progetti.

I recenti scandali nell´ateneo barese (se non sbaglio anche alla facoltà di Economia e Commercio) hanno rafforzato ancora di più il pregiudizio che in Italia c´é per il mondo dell´università e della ricerca. Nella tua esperienza in Inghilterra cosa hai trovato di diverso?
Una maggiore eterogeneità: con l'intento di conservare il potere di alcuni, in alcuni atenei italiani spesso si agevolano persone legate a questi, con il risultato di creare una certa omologazione (e non solo nei cognomi....). Un sistema che richiede una ricerca molto più competitiva, come quello britannico, necessita di una maggiore eterogeneità, per le ragioni che prima spiegavo: creare una massa critica più estesa e più forte.
Costruire una classe dirigente che diventi massa critica richiede innanzitutto il dare fiducia ai giovani che intraprendono questo percorso. Forse è proprio questo che manca qui da noi.

Giovani e giovani propositivi sono sempre più messi ai margini della nostra società, che ha evidentemente scelto una prospettiva molto più conservatrice. Questa miope prospettiva, purtroppo, è trasversale. Nei migliori ricercatori riconosco la qualità di mettersi in gioco in ogni momento. Questo non è assolutamente semplice. Preservare è molto più facile, e una società quindi che evita di coinvolgere i giovani nelle sue decisioni sta solo scegliendo la via più comoda, ma assolutamente la meno lungimirante.

Nel mondo anglosassone se non sbaglio i privati investono nell'università e nella ricerca. Perché secondo te in Italia questo non succede? Di chi dei due è la responsabilità? Cosa manca?
Di entrambe. Il nostro sistema produttivo sembra avere una propensione all'innovazione bassa rispetto a quello di molti altri paesi europei. Ma, al tempo stesso, la ricerca potrebbe essere strutturata in modo da essere più appetibile per i privati. In pratica, credo che un primo passo possa venir fatto proprio da chi intende offrire innovazione: puntare sui centri di eccellenza o favorire il coinvolgimento di importanti studiosi (non solo italiani) nei nostri progetti sono alcune delle vie che potrebbero essere intraprese in tal senso.

Si tende molto spesso a pensare all´economia come ad una disciplina incapace di suscitare passioni. Lo stile contenuto di grandi economisti inoltre rinforza questa idea (basti pensare a Mario Monti). Poi però Yunus, un economista, vince il premio nobel per la pace, per la sua teoria del microcredito con la quale combattere la povertà. Tu che mastichi quotidianamente economia, come la vivi?
E' un discorso che potremmo fare per tutte le discipline, o per nessuna. La passione è dettata dagli obiettivi che ci si prefigge nello studio, obiettivi che possono anche essere definiti al di là della specifica disciplina di cui ci si occupa. Da questo dipende non solo la capacità di appassionarsi ma, evidentemente, anche quella di far appassionare. In fondo, i più grandi attori credo siano quelli che abbiano offerto parte della loro umanità al pubblico, indipendentemente dalle sceneggiature che hanno interpretato.

In questi giorni Confindustria, il sole-24 ore e Laterza hanno organizzato nell´estremo nord, a Trento, il festival dell´economia. E dello sviluppo del sud non si interessa nessuno?
Mi pare, tuttavia, che siano stati toccati argomenti cruciali come il grave problema generazionale portato da un uso sempre più disinvolto delle forme di lavoro precario. Comunque l'economia del sud ha diversi problemi e uno di questi è proprio l'incapacità di investire nel capitale umano di cui dispone, argomento che mi sembra fosse al centro del forum di Trento. Si pensi ai tantissimi giovani laureati del sud che migrano verso il nord: un potenziale che continua a venire disperso da un sistema che non è in grado di investire su di loro.

Facendo i tuoi studi, viaggiando, incontrando professori di economia, poi quando torni a Corato come la vedi? Molto, molto piccola e senza prospettiva o con qualche speranza?
Corato non mi sembra una realtà piccola; le idee non mancano, l'importante è fare in modo che qualcuno le ascolti, che qualcuno le riceva. Proprio viaggiare mi ha consentito di capire che non è importante la tua "dimensione", ma piuttosto la tua capacità di "collegarti". Tra l'altro questa potrebbe essere considerata una delle tesi cardine de "l'Era dell'Accesso", di un economista utopista: Jeremy Rifkin.

Ti piacerebbe una volta ultimato il tuo percorso di formazione, dedicare una parte del tuo tempo e dei tuoi sforzi a Corato?
Non è una mia priorità, ma potrebbe essere una buona idea...

In bocca al lupo!
Crepi!
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