Scuola, economie alternative e cambiamenti

A colloquio con Isa Ventura.

Alfredo Ferrara ...Ma il cielo è sempre più blu!
Corato - venerdì 16 febbraio 2007
Scuola, economie alternative e cambiamenti
Scuola, economie alternative e cambiamenti © n.c.
Intervistiamo Isa Ventura, professoressa di Diritto ed Economia Politica all'Istituto tecnico commerciale "Tannoia" di Corato. Isa è molto attiva nell'organizzare laboratori e conferenze con i suoi studenti, oltre ad essere appassionata del suo lavoro.

Nel mondo del lavoro ci sono tre pregiudizi abbastanza forti: uno nei confronti delle donne, l'altro nei confronti dei lavori intellettuali e l'altro ancora verso gli impiegati statali. Tu che li racchiudi tutti e tre, perchè hai deciso di fare questa scelta, cioè di fare la professoressa?
Non perchè sono donna, cominciamo con lo sfatare questo luogo comune: secondo me questo lavoro lo dovrebbero fare tutti, potendolo fare, uomini e donne; e non perchè lasci grandi margini di tempo libero come semplicisticamente si pensa il che non è neppure vero (forse molti anni fa lo era), ma proprio perchè è un bel lavoro. Poi a me piace lavorare con la mente e mi piacciono anche i lavori manuali perchè mi permettono di lavorare anche con la mente. E il terzo pregiudizio poi qual è?

Gli impiegati statali.
Indubbiamente è un tipo di attività garantita e su questo penso che non ci siano dubbi; poi coi tempi che corrono è un lavoro da questo punto di vista privilegiato. Il mio peraltro è un lavoro sui generis pur essendo un'impiegata statale, perchè, al contrario di altre attività che si svolgono nella pubblica amministrazione, l'insegnamento ti lascia comunque ampi margini di autonomia per cui puoi davvero impostare il tuo lavoro.

Tu hai studiato all'università negli anni '70, vero?
Sì, ho iniziato nel '76

Quindi il '77 eri all'università. Molti dei contestatori di ieri oggi diventati professori, o pedagoghi, insistono nel dire che la pedagogia debba essere collegata all'idea di cambiamento. Tu che hai vissuto quegli anni, quando poi sei entrata nella scuola, come l'hai trovata cambiata, e che effetto ti ha fatto entrare in questo mondo?
La difficoltà di fondo, che penso sia quella che noi incontriamo ogni giorno, è trovare un equilibrio nelle cose che diciamo. Quel tipo di esperienza, degli anni '70, del '77, nella scuola, almeno per quanto mi riguarda, ha trovato un ingresso parziale, nel senso che forse mi ha permesso di essere più vicina ai giovani. Ma non ho vissuto questo grande contrasto fra ciò che stava fuori e quello che stava dentro. Quando entro nella scuola ricevo sempre un senso di protezione, è una grande mamma che sta lì ad accoglierti in ogni momento della giornata. Per cui io penso e mi auguro che quel tipo di esperienza mi abbia dato una sensibilità in più forse anche verso il cambiamento dei giovani; oggi abbiamo dei giovani che rispetto a dieci anni fa sono cambiati.

Neanche tantissimo come vorrebbero le cronache nei giornali, però sono indubbiamente cambiati. Un articolo di Ilvo Diamanti su "La Repubblica" di qualche giorno fa, citava uno scenario per certi versi inquietante dei giovani peraltro abbastanza... reale. Io sono preoccupata per esempio per l’uso che si fa del cellulare: pensa che in classe ho portato un articolo di giornale in cui è scritto che ci sono due proposte di legge che prevedono il divieto assoluto di portare il cellulare in classe, l'ho fatto mettere in bacheca. Per cui ogni volta che riesco a beccare qualche ragazzo col cellulare, guardo il paginone, dico "ma quando arriverà questa legge, in modo tale che tutti potremo anche sanzionare pesantemente queste cose?".

A proposito delle generazioni che cambiano e della cronaca di questi giorni, a Bari un preside del quartiere San Paolo che voleva semplicemente far rispettare le regole, è stato aggredito fisicamente dai genitori. Alla luce delle tue esperienze di insegnante, che responsabilità hanno i genitori nei confronti delle debolezze delle giovani generazioni di oggi?
Per fortuna io vivo attualmente in una realtà in cui i genitori fanno quadrato con gli insegnanti. C'è ancora qualche genitore che dice "dategli! Non vi preoccupate!", ma figuriamoci! C'è abbastanza disponibilità. Certo, quando non c'è, poi lo scrivono i giornali. Ma da noi c'è disponibilità da parte dei genitori ad ascoltare e a stare con gli insegnanti. Ce ne sono tanti altri che però fanno finta di niente, che ci dicono "vabbè e noi che possiamo fare?", sono molto arrendevoli. Però io penso che se alzi la voce con i ragazzi al momento giusto, ti stanno ad ascoltare, c'è poco da fare.

Insegni diritto ed economia politica. Al di là dell'utilità che possono avere nella formazione professionale, a livello umano, la tua disciplina che compito ha nell'educazione?
Bella questa domanda... E' un compito davvero importante. Per quanto riguarda il diritto, qualcosa di cui non mi stancherò mai è: il rispetto delle regole, di essere coerente fino in fondo con le regole. Al di là della disciplina specifica resta il discorso valido di fondo che il diritto è uno strumento, un accordo per star bene con gli altri. Se queste regole vengono davvero rispettate da tutti ci danno una possibilità di vivere bene. Per quanto riguarda l'economia politica, mi piace perché ci sono diversi modi per studiarla. Io mi sto sforzando di dare delle possibilità in più ai ragazzi, con delle visioni un po' diverse di economia politica che oggi timidamente cominciano ad apparire.

L'istituto tecnico, nel quale tu insegni, era nato come una scuola che doveva preparare i ragazzi al mondo del lavoro, senza passare dall'Università. Almeno originariamente. Col passare degli anni, adesso non basta la laurea da sola, senza master e corsi aggiuntivi, per entrare nel mondo del lavoro. Com'é cambiato l'istituto in questi anni, visti questi cambiamenti?
E' un istituto che penso riesca a reggere il passo con i tempi, anche con delle svolte abbastanza importanti; a partire dal lontano ingresso dei programmatori che ormai fanno parte a pieno titolo dei corsi avviati nell'istituto. Abbiamo dei ragazzi che arrivano già molto preparati da un punto di vista tecnico e tecnologico, e questo per noi è stimolante perché dobbiamo avere almeno degli strumenti, dei computer pari a quelli che loro hanno a casa. Abbiamo buoni laboratori di informatica e di linguistica. Il problema fondamentale è che noi siamo imbrigliati ancora nei programmi ministeriali che vanno riorganizzati, magari trattando anche le stesse materie, ma con altre modalità ed altri strumenti. Fra questi per esempio recentemente abbiamo avuto la lavagna interattiva, non che sia risolutiva...

Di che si tratta?
E' uno schermo collegato ad un proiettore, collegato ad un portatile. Su questo schermo puoi scrivere col pennarello o tramite il portatile stesso. Tutto viene proiettato sullo schermo. Ti offre i vantaggi di memorizzare tutto quello che fai, salvarlo in un file che poi può essere aggiornato, scambiato, trasportato, inviato ai ragazzi quando si assentano, archiviato. A me piace rispetto alla lavagna tradizionale che invece cancella tutto, non lascia traccia. C'era qualcuno che diceva che è un ottimo assassino perché non lascia traccia...

Però se ne va un simbolo importantissimo della scuola: la lavagna con il gesso che sporca le mani...
... si, la scusa per uscire e andarlo a prendere, lavarsi le mani dopo averlo usato (ride). La lavagna offre sicuramente delle possibilità in più.

Ma l'avete disponibile in tutte le aule?
Ne abbiamo solo una che è su ruote e quindi trasportabile in ogni classe.

Ricordo che qualche anno fa accompagnai all'ITC, assieme al coordinamento per la pace, il padre comboniano Alex Zanotelli; ricordo che c'era qualche perplessità sull'interesse che avrebbe incontrato, in fondo per il solito pregiudizio che riguarda le scuole tecniche e professionali. Invece restammo assolutamente stupiti dall'attenzione dei ragazzi. E negli ultimi anni di iniziative, voi del tecnico, ne avete organizzate parecchie: siete stati l'unica scuola ad organizzare qualcosa per informare gli alunni sulla VI provincia; avete lavorato, tu in particolare, al referendum sulla riforma costituzionale; avete anche invitato gli editori di Coratolive.it per parlare delle occasioni di lavoro legate alle nuove tecnologie. Siete insomma una scuola che investe molto nella società. Da chi è partito lo spirito di questa apertura?
Noi abbiamo sempre fatto queste attività. Chi si muove per queste iniziative sente poi anche la necessità di portarle fuori dagli stretti confini della scuola. I meriti sono anche del preside che ci dà la possibilità di fare conferenze, laboratori, etc. Quando ho proposto l'organizzazione di una conferenza sul refendum costituzionale o sulla VI provincia, lui si è dichiarato immediatamente disponibile. E rispetto ad un dirigente scolastico al quale potrebbe non interessare assolutamente niente, diventa determinante un atteggiamento positivo; ti permette di andare avanti e di pensare altre cose.

E da parte degli studenti che ricezione c'é?
Gli studenti sono bellissimi. Io non ho il tempo di aprire bocca e dire "ragazzi, dobbiamo lavorare su questo...", che subito loro sono a lavoro. Il che vuol dire che se si propone qualcosa, un minimo di diverso dalla spiegazione, dall'interrogazione, la lezione, etc., loro si entusiasmano. Anche quelli che con la scuola non hanno un buon rapporto li riesci a coinvolgere. Ho notato e ci pensavo proprio l'altro giorno, che iniziative di questo genere, cioé in cui fai un approfondimento ed alla fine del percorso hai un prodotto visibile per te e per gli altri, li entusiasmano molto di più. Anche perché tutto si risolve nel giro di poco tempo, di qualche mese, al contrario magari di partecipazioni ad altre iniziative più lunghe, di un anno, forse anche di due, in cui i ragazzi corrono il rischio di perdersi. Con la conferenza finale invece riescono a fare degli approfondimenti che comunque servono a lavorare insieme, ad usare internet, a fare presentazioni in power point, a vedere come funziona la pubblicità. Io li coinvolgo in ogni problema che sorge, per cui poi mi aiutano come possono a risolverlo.

Ed il tempo per studiare?
Io penso che se i ragazzi si organizzano in un certo modo, riescono a fare qualsiasi cosa. Il problema è poi chiedersi perché non si organizzano in un certo modo: probabilmente per loro diventa difficile studiare in maniera asettica, solo per studiare. Se invece finalizzassero lo studio in una certa direzione, credo che riuscirebbero anche molto meglio a studiare. Certo, serve anche la disponibilità dei colleghi, ma io sono privilegiata da questo punto di vista...

Ed al momento su cosa state lavorando?
Il 22 Febbraio alle 18,30 siete tutti invitati ad una conferenza che faremo su Yunus, il banchiere dei poveri, premio Nobel per la pace, inventore del microcredito. I ragazzi stanno preparando una presentazione in power point su Yunus, sul microcredito e sulle possibilità che il nostro territorio ci offre a riguardo.

In cosa consite il microcredito?
L'idea nasce da questo economista, Yunus, che insegnava in un campus in Bangladesh, quindi una zona estremamente povera ed sottosviluppata. Con i suoi allievi Yunus viveva questa situazione: si occupavano dei massimi sistemi di economia, normalmente parlavano in termini di milioni di dollari, poi usciva e trovava gente che letteralmente moriva di fame. Per cui si chiese se in qualche modo potesse aiutare queste persone. Cominciò con i suoi allievi a fare domande ai poveri e trovò un sacco di resistenze perché questi non avevano voglia di parlare con loro, anche perché erano così indaffarati a preparare il loro artigianato in bambù, e non avevano proprio tempo di stare lì con loro.

E quindi Yunus comincia a fare domande e chiede ad una donna, che poi è quella che gli darà l'input per partire, di che capitale ha necessità per poter cominciare a realizzare una piccola attività economica (anche con un piccolo banchetto per vendere oggetti d'artigianato). Da una serie di indagini che fa con i suoi studenti scopre che con soltanto 27 dollari riuscirebbero a partire ben 42 famiglie: ti parlo del Bangladesh! Vista la cifra così irrisoria Yunus decide di elargirli a titolo personale, visto che per lui 27 dollari significavano fare una cena ed invece quelle famiglie avrebbero potuto incominciare a svolgere un'attività. Poi si rende conto che non può funzionare così, e quindi ha bisogno di istituzionalizzare l'iniziativa e si rivolge ad una banca del Bangladesh incontrando grandi difficoltà. Arrivò a queste conclusioni con un mix di economia, sociologia, filosofia, pedagogia.

E che seguito ha avuto questa iniziativa?
Yunus poi mise su una banca tutta sua: la Grameen Bank, diventata la più grande al mondo come banca etica, che si serve degli strumenti del credito tradizionale a fini etici. Un dato importante: il 97% di richiedenti il microcredito è formato da donne! A seconda della causale per la quale la banca presta soldi, cambia anche il tasso d'interessi. Ma lui aveva scoperto che con delle rate molto molto piccole, addirittura giornaliere, innanzi tutto aveva il controllo immediato del pagamento, ma poi, per chi doveva pagare era più comodo ogni giorno che non a fine mese, perché poi avrebbe dovuto dare una somma diventata così grande che non avrebbe pagato diventando inadempiente, Questi crediti hanno un rientro del 98%, mentre per le banche tradizionali, massimo si arriva al 70%, anche perché erano concessi solo a gruppi di 5-8 persone ciascuna delle quali garantiva per gli altri. Infatti quando il prestito veniva restituito dal primo beneficiario, normalmente il più bisognoso, si passava al secondo e così via. Yunus dice di basarsi su un altro particolare dei poveri: la dignità. E forse ha ragione...

E secondo te da noi è praticabile qualcosa del genere?
Nel preparare la conferenza abbiamo voluto radicalizzare il discorso proprio ponendoci questo quesito. Leggevo su "La Repubblica" che ad Andria c'é un ragazzo che ha avuto accesso al microcredito ed ha iniziato un'attività come tappezziere. L'abbiamo invitato ma purtroppo ha detto che non potrà venire. Fra tutti gli istituti di credito contattati per una partecipazione alla conferenza, abbiamo trovato la disponibilità di una banca tradizionale (e francamente non è stato per niente facile averla) e di una della finanza etica dichiaratasi immediatamente disponibile. Sentiremo cosa ci diranno a proposito di microcredito.

Interessante che non insegnate solo la partita doppia...
Questo è il compito del collega di economia aziendale, non il mio (sorride)...

Cambiamo argomento: con l'autonomia scolastica si lascia un grande spazio ai singoli istituti. Che forme di collaborazione esistono tra le scuole di Corato, almeno tra quelle superiori?
Per quello che ne so c'é un progetto che coinvolge tutte le scuole di Corato, anche le elementari e medie: si chiama "crea il tuo percorso". E' un progetto della Regione che stiamo realizzando anche col contributo del Comune, per cercare di rendere più sicuri i percorsi scuola-casa. Proprio qualche giorno fa siamo andati a Bari, anche per parlare con l'assessore regionale ai trasporti; sono stati finanziati questi progetti realizzati dalle scuole. E questo progetto, che vede il nostro istituto “scuola polo”, è stato approvato anche perché è in rete.

Ma dei progetti lungimiranti in collaborazione con gli altri istituti ci sono, anche all'interno dei Pof (piano dell'offerta formativa, ndr) per esempio?
I tentativi di lavorare in rete ci sono sempre; soprattutto i colleghi che redigono il Pof si pongono in quest'ottica ed in questa direzione. E' difficile però realizzarlo concretamente, trovare dei percorsi che aggreghino altri istituti. Non resta che strutturare un percorso o cogliere quantomeno le possibilità che sono offerte. Certo, ci sono degli istituti che in quel momento rispondono di più, altri che rispondono di meno, o che magari si rifiutano: dipende!

La scuola, e soprattutto quella pubblica, dovrebbe essere una palestra di tolleranza: a scuola si è tutti uguali, o almeno lo si dovrebbe essere: ci sono tutte le fasce sociali, piano piano ci sono sempre più etnie. In compenso però ci sono i fenomeni di esclusione, come quello del bullismo, che ogni tanto ri-saltano agli onori della cronaca, ma tutto sommato sono fenomeni costanti nella scuola. Io ricordo che qualche anno fa, quando nella vostra scuola c'erano tra gli studenti dei portatori di handicap, una classe del prof. Rocco, partecipò addirittura ad una trasmissione televisiva per parlare dei ragazzi diversamente abili e del modo di coinvolgerli nel mondo della scuola. Nella tua esperienza l'emarginazione, il bullismo sono fenomeni all'ordine del giorno?
No, per fortuna! Può capitare magari che dei momenti che un tempo avremmo chiamato di goliardia superino i limiti. Del resto trovare il limite tra lo scherzo simpatico, la goliardia ed il bullismo comincia a diventare sempre più difficile. Degli episodi che fino a qualche anno fa ci avrebbero fatto sorridere magari oggi ci fanno fermare un attimo e alzare la voce per dire "no, non è così che funzionaì!", più che altro per prevenire, perché i tempi sono cambiati ed i giornali in questo purtroppo hanno fatto anche la loro parte.

La scuola, secondo te, lavorando a contatto con le giovani generazioni, permette di leggere quello che sarà il futuro della società o è un compito troppo alto?
Io credo che sia un compito troppo alto non solo per noi, ma forse per chiunque. Forse la scuola ci dà la possibilità di leggere prima degli altri i cambiamenti nei giovani ma questo se hai gli occhiali giusti per farlo. Ma penso che questo sia comune a tutti. A me piace questo mestiere perché non ce n'é un altro che ti permetta di invecchiare e stare a contatto con i giovani...

.. c'é anche l'animatore...
... si, però l'animatore se sei anziano non lo puoi più fare. Quello che mi dispiace è che l'esperienza che accumuli con gli anni, perché per cominciare ad essere esperti penso che bisogna entrare nell'ottica dei 15-20 anni di insegnamento, poi si perda con noi; mi dispiace che quando andiamo via dalla scuola le cose che abbiamo acquisito, nel bene o nel male, si perdano. Io mi auguro che una futura riforma possa prevedere delle figure di insegnanti “tutor” più anziani, per i giovani docenti. Oggi per esempio con il tirocinio, si fa ancora troppo poco rispetto a quello che si potrebbe e dovrebbe fare. Piuttosto che mandarci in pensione, per chi lo volesse, potrebbero metterci a part time e affiancarci a colleghi giovani ai quali trasferire buona parte della nostra esperienza, almeno per cercare di evitare di commettere gli errori che abbiamo commesso noi, poiché ci hanno buttato in classe senza rete di salvataggio.

In bocca al lupo per tutto.
Crepi!
Altri articoli
Gli articoli più letti